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Ibrahim Mahama, «Red Clay, Tamale», 2025

© Ibrahim Mahama

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Ibrahim Mahama, «Red Clay, Tamale», 2025

© Ibrahim Mahama

Ibrahim Mahama a Parigi: l’arte come spazio di memoria e futuro

Affiancato da nove colleghi e collettivi, l’artista ghanese occupa tutta la Fondation Cartier con opere site specific e nuove versioni di una selezione delle sue installazioni iconiche per creare «una mostra che si sviluppa così come un ambiente, una situazione»

Dal 22 ottobre al 28 febbraio 2027 la Fondation Cartier pour l’art contemporain presenta la prima mostra parigina di Ibrahim Mahama, artista ghanese che si è imposto sulla scena contemporanea con le sue installazioni monumentali realizzate utilizzando materiali raccolti, archivi e frammenti di patrimonio industriale. Mahama (Tamale, 1987) occupa tutti gli spazi della sede di place du Palais-Royal con nuove opere e versioni inedite di alcuni dei suoi lavori più emblematici, affiancato da nove artisti e collettivi: Dorothy Akpene Amenuke, Gideon Appah, James Barnor, Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise (Catpc), Courage Dzidula Kpodo, Zohra Opoku, Postbox Ghana, Tjaša Rener e Feda Wardak.

Al primo posto nell’ultima Power 100 di ArtReview (2025), nel 2015 Mahama ha partecipato alla Biennale di Venezia, nel 2017 a Documenta 14. Dal 2019 ha fondato tre centri d’arte a Tamale, concepiti come spazi indipendenti di produzione, ricerca e formazione. È da questa esperienza che nasce il progetto corale per Parigi: «Quando sono stato invitato dalla Fondation Cartier, racconta, mi interessava riflettere sul rapporto tra la Fondation e il lavoro che abbiamo svolto a Tamale, dove abbiamo costruito diversi centri d’arte: non solo luoghi per mostre, ma spazi in cui le persone si incontrano, lavorano, imparano, costruiscono e discutono. Le opere non sono concepite come oggetti isolati, ma sono collegate tra loro e gli artisti che ho invitato, di generazioni e provenienze diverse, entrano a loro volta in questa connessione. Sono presenti materiali diversi: scarti industriali, fotografie, bottiglie, tessuti, ognuno dei quali porta una storia, ma è anche capace di cambiare significato entrando in un altro contesto. Non voglio che il visitatore segua una narrazione prestabilita: preferisco che costruisca le proprie associazioni. La mostra si sviluppa così come un “ambiente”, una “situazione”. La si attraversa, ci si imbatte in tracce, persone, storie e, idealmente, si esce con qualcosa che continua a lavorare nella propria mente. È questo che intendo quando parlo della mostra come di un’entità vivente: dovrebbe lasciare spazio all’incertezza, al disaccordo, essere ancora in divenire».

Il titolo della mostra è «Le Temps des récoltes»: che cosa significa per lei oggi «raccogliere»?
Raccogliere non significa arrivare alla fine di qualcosa, ma riconoscere ciò che è cresciuto da un processo iniziato magari molti anni prima. Si pianta un seme, ci si prende cura di ciò che si è piantato, si coinvolgono altre persone e, a un certo punto, si comincia a vedere che cosa ne è nato. Ma il raccolto non è mai soltanto nostro: possiamo piantare il seme, ma non controllare tutto ciò che accade dopo. È così che concepisco il mio lavoro. Quando ho iniziato a raccogliere i sacchi di juta, per esempio, non li consideravo materiali artistici preziosi. Erano oggetti passati attraverso molte mani: avevano trasportato cacao, carbone, altre merci, erano stati utilizzati, abbandonati, rimessi in circolazione. Riunirli significava riunire anche le storie che portavano con sé. Alla fine, il lavoro diventa più grande della persona che l’ha iniziato. C’è poi un’altra forma di raccolto, legata al tempo. Guardandosi indietro, ci si accorge che alcune delle cose considerate fallimenti o progetti incompiuti, in realtà contenevano un’altra possibilità. Per questo mi interessano quelli che chiamo “futuri non realizzati”: cose che appartengono al passato e che non sono accadute, ma che possono ancora esserci utili. Il raccolto non consiste nell’accumulare i risultati del passato (conoscenze, errori, materiali, relazioni, ricordi), ma nel chiedersi che cosa possano ancora diventare. Forse il raccolto non è il frutto in sé, ma la possibilità di piantare di nuovo.

«Things Fall Apart» è la ricostruzione di una fabbrica di bottiglie di vetro. Perché era importante «riattivare» questo edificio?
La fabbrica è stata costruita nel 1966, subito dopo l’indipendenza, in un momento in cui il Ghana cercava di passare da un’economia coloniale, basata sull’estrazione delle risorse, all’autodeterminazione. L’idea era costruire industrie capaci di trasformare le nostre materie prime, conservarle e creare valore. Quando ho trovato questa fabbrica abbandonata, mi interessava ciò che era stato abbandonato insieme ad essa: un’idea di ciò che il Ghana sarebbe potuta diventare, l’idea di un Paese capace di produrre e trasformare le proprie materie prime, creando valore per la popolazione. Quando l’ho acquistata, era abbandonata da decenni. Le persone avevano deciso che non avesse più valore. Ma io mi chiedo sempre: «Che cosa accade quando decidiamo che qualcosa non ha più valore? Che cosa accade alla storia che contiene?». È per questo che ho voluto portarla a Tamale. Vengo dal Nord, dove c’è molta storia ma pochissima memoria istituzionale di quella storia. Abbiamo edifici, ferrovie, fabbriche e infrastrutture semplicemente abbandonate. Volevo riportare questo edificio in un luogo in cui potesse avere una nuova vita, non restaurarlo come se fosse un monumento. Oggi lo utilizziamo come luogo di apprendimento: i bambini della comunità vengono a studiare matematica e inglese. Un edificio costruito per produrre oggetti oggi produce conoscenza. Per me questo significa riattivare il patrimonio. Per me il valore risiede nella storia: dare nuova vita a qualcosa che è stato abbandonato significa non solo preservare il passato, ma creare una possibilità per il futuro. Anche questo è raccolto.

La mostra presenta una nuova versione di «Parliament of Ghosts», trasformato qui in spazio per concerti, performance e dibattiti. Perché è importante che un’opera d’arte diventi uno «spazio sociale»?
In «Parliament of Ghosts», i sedili vuoti suggeriscono già uno spazio in cui manca qualcosa, ma anche un luogo in cui qualcosa potrebbe accadere. Volevo che le persone lo occupassero realmente, che parlassero, ascoltassero, facessero musica. Quando un’opera diventa un luogo in cui le persone possono riunirsi, acquista una vita ulteriore: non è più soltanto qualcosa da guardare, ma diventa parte di ciò che le persone fanno. È molto vicino al modo in cui concepisco gli spazi che abbiamo costruito a Tamale: devono essere abitati.

Per Parigi ha invitato nove artisti e collettivi: come è nata questa «costellazione»?
Non volevo creare un gruppo coerente. Alcuni sono persone che conosco e con cui lavoro da molti anni; altri provengono da luoghi diversi e hanno storie e modi di pensare propri. Ciò che li unisce non è uno stile: le loro pratiche sono molto diverse. Alcuni lavorano con la fotografia, altri con la pittura, gli archivi, la terra, l’architettura o forme di produzione collettiva. In tutti riconosco però un’apertura verso il mondo che li circonda e la volontà di confrontarsi con la storia, anziché limitarsi a illustrarla.

Il lavoro collettivo è una componente fondamentale della sua pratica...
Non sono mai stato particolarmente interessato all’idea che un’opera d’arte debba nascere interamente da una sola persona. La maggior parte delle cose che realizzo coinvolge molte mani: c’è chi raccoglie i materiali, chi li sposta, li pulisce, li cuce, li assembla. E poi ci sono persone che entrano in contatto con l’opera finita e le attribuiscono un altro significato. Non considero la collaborazione come qualcosa che si aggiunge all’opera: è parte dell’opera stessa.

Quanto è importante la dimensione intergenerazionale?
Ho imparato da persone più anziane di me, insegnanti, artisti e persone che lavoravano con i materiali molto prima che cominciassi a farlo io. Ma anche i più giovani portano domande nuove. James Barnor, per esempio, porta con sé una straordinaria memoria fotografica del Ghana nel periodo dell’indipendenza, mentre altri artisti si confrontano con situazioni politiche e geografiche completamente diverse. Mettere insieme queste pratiche crea un dialogo attraverso il tempo. Non mi interessa la nostalgia, ma lo scambio.

Riguardo a Tamale, quali sono i progetti in corso lì?
A Tamale stanno succedendo molte cose. Stiamo lavorando a un altro spazio che sta nascendo accanto a Red Clay. Poco alla volta sta diventando realtà. Anche la fabbrica di vetro che vedrete in mostra fa parte di questo progetto. Stiamo inoltre cercando di realizzare il primo cinema di Tamale, uno spazio in cui le persone possano incontrarsi, confrontarsi e immaginare insieme.

Ibrahim Mahama, «Parliament of Ghosts», 2023. © Ibrahim Mahama. Foto © Ernest Sackitey. Courtesy Red Clay

Luana De Micco, 20 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Luana De Micco

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