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Vincent van Gogh, «Autoportrait à l’oreille bandée», 1889 (particolare)

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Vincent van Gogh, «Autoportrait à l’oreille bandée», 1889 (particolare)

Alla Fondation Vuitton oltre 700 opere per riscoprire un grande collezionista: Gustave Fayet

Dai capolavori di Van Gogh e Gauguin alle decorazioni di Redon per l’abbazia di Fontfroide, emerge il profilo di un protagonista ancora poco noto del mercato e della cultura artistica tra Otto e Novecento

Luana De Micco

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Nel gennaio 1889 Vincent van Gogh si ritrae con l’orecchio fasciato, la pipa in bocca e il volto scavato. Sono trascorse solo tre settimane dalla violenta lite con Paul Gauguin, ad Arles, dopo la quale il pittore si era mutilato una parte dell’orecchio. «L’Autoritratto con orecchio bendato e pipa», che appartiene a una collezione privata, è un prestito raro: non veniva esposto in Francia dal 1937, né concesso in prestato per una mostra dal 1990. Allora è comprensibile che alla Fondation Louis Vuitton di Parig. gli sguardi si concentrino sul dipinto, diventato l’immagine-manifesto della mostra che l’istituzione del Bois de Boulogne dedica fino all’8 marzo 2027 a Gustave Fayet (1865-1925), collezionista, artista e imprenditore. Van Gogh inviò il dipinto «al fratello Theo per rassicurarlo. È come se gli dicesse: “Sono tornato, sono in grado di dipingere”», ha spiegato alla stampa Sylvie Patry, curatrice della mostra. Fayet l’acquistò nel 1902 e lo tenne con sé fino alla morte. Dopo la sua scomparsa, la famiglia disperse la collezione e il dipinto passò al mercante Paul Rosenberg. Nel 1940 Rosenberg fu costretto a fuggire dalla Francia a causa delle persecuzioni antiebraiche. I nazisti gli confiscarono la raccolta d’arte, prendendo possesso anche del dipinto che, dopo la guerra, riemerse sul mercato e fu acquistato nel 1996 da un armatore greco. La mostra occupa tutti gli spazi della Fondazione e riunisce oltre 700 opere e documenti.

Il progetto, curato da Sylvie Patry con Angeline Scherf e accompagnato dalla scenografia di Robert Carsen, si articola in due percorsi: «Fayet collezionista» e «Fayet artista». Nato a Béziers, nel Sud della Francia, in una famiglia di viticoltori, Fayet si arricchì diversificando gli investimenti, fondò un laboratorio di ceramica e si dedicò alla produzione di tappeti, tessuti e carte da parati. Come direttore del Musée des Beaux-Arts di Béziers, che oggi porta il suo nome, Fayet fu tra i primi in Francia, nel 1901, a esporre un dipinto del giovane Picasso, «Madre e bambino in riva al mare». La sua collezione era monumentale: comprendeva più di 700 opere, tra cui 101 di Gauguin, 128 di Odilon Redon e 16 di Van Gogh, oltre a dipinti di Cézanne, Renoir, Bonnard e Matisse. Per la mostra, è stato realizzato un importante lavoro di ricerca e di raccolta dei prestiti, durato tre anni: «Non esisteva un inventario della collezione di Gustave Fayet. Abbiamo condotto un’indagine. Gli archivi familiari erano rimasti inaccessibili fino ad oggi: si sono finalmente aperti. È stato necessario incrociarli anche con altri archivi», spiega Patry. 

Il lavoro ha permesso di identificare le opere, seguirne i passaggi di proprietà e ricostruire la rete di relazioni che legava il collezionista agli artisti. «Fayet era un collezionista esigente, procedeva alle acquisizioni in modo intuitivo, quasi istintivo. Gli importava poco che un artista fosse celebre o meno: era necessario che la sua opera gli parlasse. Il suo obiettivo, diceva, non era possedere, ma scoprire opere capaci di ispirarlo, in sintonia con le sue scelte di vita e le sue convinzioni estetiche», ha osservato Robert Carsen. L’allestimento del regista canadese è un susseguirsi di ambienti e atmosfere diverse, alcuni evocano gli interni borghesi delle dimore lussuose della famiglia Fayet, in altri spazi l’allestimento è più essenziale. Dalle prime sale dedicate agli impressionisti e ai loro contemporanei, Edgar Degas,Berthe Morisot, Toulouse-Lautrec, il percorso conduce fino a Van Gogh di cui, oltre all’autoritratto, sono esposti anche «Giardino pubblico ad Arles» (1888) e «I grandi platani» (1889). 

Le sale seguenti, dedicate a Gauguin, evocano il «piccolo museo» che Fayet aveva allestito nel suo appartamento parigino in rue de Bellechasse, dove accoglieva amici, artisti e collezionisti. Fayet si interessò a tutte le fasi della ricerca di Gauguin, dalle sperimentazioni in Bretagna alle immagini polinesiane. Acquistò numerosi dipinti, anche tramite George-Daniel de Monfreid, amico e intermediario di Gauguin, contribuendo a sostenerne il lavoro e farlo conoscere. Dopo lunghe trattative, Parigi ha ottenuto da un collezionista privato il prestito eccezionale dell’«Autoritratto con la tavolozza» del 1898. Per la prima volta sono riunite in Francia tre opere: il «Cristo giallo» (1889), proveniente dal Buffalo Akg Art Museum, il «Ritratto dell’artista con il Cristo giallo» (1890-91) del Musée d’Orsay e il «Calvario bretone» (1899) dei Musées royaux des Beaux-Arts di Bruxelles. Carsen li ha disposti come un trittico sopra a un altare. 

Un piano è dedicato a Odilon Redon, artista e amico di Fayet. Il collezionista gli affidò un ruolo centrale nella decorazione dell’abbazia cistercense di Fontfroide, vicino a Narbonne, che acquistò nel 1908 e restaurò, anche grazie alla vendita di alcuni dipinti della sua raccolta. Per la biblioteca di Fontfroide, Redon realizzò un ciclo decorativo in tre tele lunghe oltre sei metri, «Il Giorno», «La Notte» e «Il Silenzio». Trasferiti eccezionalmente a Parigi, sono esposti in una suggestiva «sala cattedrale». La mostra presenta anche le quattro vetrate e il rosone che Fayet commissionò per Fontfroide a Richard Burgsthal, restaurate prima di fare il viaggio a Parigi. Fotografie, documenti e arredi raccontano la vita culturale di Fontfroide, concerti, letture, incontri che Fayet organizzava nell’abbazia. L’ultimo percorso restituisce spazio a Fayet artista. Sono esposti gli acquerelli su carta assorbente, i cosiddetti buvards, a motivi vegetali e floreali. Nel 1920 Fayet fondò a Parigi, insieme all’amico e uomo d’affari Fernand Dumas, un laboratorio tessile, l’Atelier de la Dauphine, dove quei disegni venivano trasformati in tappeti. Le opere, poco note e raramente esposte, sono state riunite dopo lunghe ricerche e, in diversi casi, restaurate per l’occasione. 

Luana De Micco, 10 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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