Achtung Beuys! Il profeta alla lavagna

Il centenario di Joseph Beuys riporta al centro l'uomo che ha tramutato l'arte in un'azione sociale capace di preservare l'ambiente e rivoluzionare la vita di tutti | 3

Franco Fanelli |

Cent’anni fa nasceva il più celebre artista tedesco del secondo ’900. In vita era un mito, ora per molti è un ingombrante residuo  di utopie passate di moda. Eppure anticipò tutti i temi oggi di stringente attualità: il ruolo politico dell’artista, l’impegno ambientalista, il rapporto tra arte e scienza. Ma se è così, perché lo sciamano del feltro, del grasso e del miele ora ci mette quasi in imbarazzo?

Il profeta alla lavagna
«Beuys è in gran parte scomparso dalla coscienza del pubblico tedesco. Da idolo del mondo dell’arte a nessuno. Con la sua morte, Beuys, così venerato durante la sua vita, è diventato quasi una non persona, una figura che ispira sentimenti di imbarazzo e disagio. Solo raramente si accende un dibattito, o, piuttosto, un rifiuto indignato delle nuove scoperte, quando offendono la sensibilità dei sostenitori di Beuys»: così Bernhard Schulz, critico di «Der Tagesspiegel», che pure stroncò duramente il citato libro di Riegel. Eppure la Germania conserva il più ampio e importante nucleo di sue opere, i 290 pezzi datati dal 1949 al 1972 e acquistati dall’Hessisches Landesmuseum di Darmstadt al collezionista Karl Ströher.

Un’altra cospicua parte della sua produzione, insieme al suo archivio, è custodita nella Fondazione Schloss Moyland, istituita da Hans e Joseph van der Grinten, amici di gioventù dell’artista. Certo, sul mercato Beuys non può competere né con l’altro «profeta» dell’arte contemporanea del secondo ’900, Warhol appunto, né con colleghi tedeschi di più giovane generazione. Il suo record in asta è di 1,2 milioni di dollari circa, ottenuto nel 2016 per una delle sue classiche «lavagne» su cui visualizzava a modo suo le sue interminabili conferenze. Quello di Warhol è di 105,4 milioni di dollari. La punta massima per Richter è di 46,3 milioni, per Baselitz 9 milioni circa e per Kiefer 3,9 milioni.

Sul mercato, peraltro, aveva le idee molto chiare: «Come qualsiasi altro tipo di attività produttiva, dichiarò in un’intervista del 1974 rilasciata a Umberto Allemandi, all’epoca direttore di «Bolaffi Arte», anche l’arte ha bisogno di un mercato. Il mercato non scomparirà, ma deve essere creata una regolamentazione migliore. Bisogna aggiungere, tuttavia, che la prassi vigente nel mercato dell’arte è molto migliore di quella, ad esempio, del mercato delle lavatrici e delle auto. Se tutti i concetti che attualmente esistono in campo economico, come produzione, consumo ecc., verranno organizzati in modo più valido si avrà automaticamente anche un miglioramento nell’organizzazione del mercato dell’arte».

Ma le cose non sono andate esattamente così. E quando Beuys predicava la possibilità di un’arte capace di trasformare il mondo dal momento in cui «tutti gli uomini sono artisti» in quanto capaci di «modellare» il mondo (era questo il suo celebre concetto di «scultura sociale»), non poteva immaginare che l’arte contemporanea sarebbe sì diventata un prodotto molto popolare, ma secondo altre regole, più simili allo show-business o, per quanto riguarda il mercato, sui modelli di un’economia più finanziaria che legata allo scambio di merce. La copiosa produzione di multipli fa sì che la sua presenza nelle aste (ma anche nelle collezioni private) sia costante.

Ma in asta va in vendita l’icona-Beuys, il feticcio beuysiano, come il celebre abito di feltro «Fitzanzug» (1970, tirato in 110 esemplari), che lo scorso anno da Grisebach ha spuntato 137.500 euro, raddoppiando la stima. L’artista Jana Sterback, nel 1996, richiese l’esemplare (oggi ostaggio delle tarme) della Tate Gallery per reinserirlo in una sua opera. Un’icona dell’icona come «La rivoluzione siamo noi» ha spuntato 40mila euro in un’asta bandita da Ketterer Kunst, non male per una eliografia tirata in 180 esemplari.

L’uomo che ha fatto di se stesso un’icona sembrerebbe vivere più nei suoi simulacri che nel suo messaggio. Eppure stiamo parlando di un artista che ha anticipato molti temi ed espressioni tornati di stringente attualità: il rapporto tra arte e politica, tra arte e scienza, l’ambientalismo, l’uso della performance. Nell’articolo citato, Bernhard Schulz sostiene che Beuys andrebbe studiato secondo gli studi di Max Weber sul carisma: «Chi lo possiede, come ha fatto Beuys in misura straordinaria, è in grado di radunare seguaci, o meglio credenti, anche quando non comprendono appieno ciò che sta dicendo il loro leader, come è stato sicuramente il caso di Beuys. Una volta che il leader è andato, il culto si sgretola».

ACHTUNG BEUYS!
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