Achtung Beuys! Meglio l'olio del silicone

Il centenario di Joseph Beuys riporta al centro l'uomo che ha tramutato l'arte in un'azione sociale capace di preservare l'ambiente e rivoluzionare la vita di tutti | 6

Franco Fanelli |

Cent’anni fa nasceva il più celebre artista tedesco del secondo ’900. In vita era un mito, ora per molti è un ingombrante residuo di utopie passate di moda. Eppure anticipò tutti i temi oggi di stringente attualità: il ruolo politico dell’artista, l’impegno ambientalista, il rapporto tra arte e scienza. Ma se è così, perché lo sciamano del feltro, del grasso e del miele ora ci mette quasi in imbarazzo?

Meglio l’olio del silicone
Il centenario contribuirà a rileggere Beuys, ricollocandone la figura in ruoli meno folkloristici, scandalistici o sciamanici a buon mercato? Sinora i tentativi si riposizionamento di questo ingombrante monumento a se stesso hanno dato esiti contraddittori, sebbene, in alcuni casi, spettacolari, come la mostra curata da Nancy Spector per la Guggenheim Collection di Venezia nel 2007, dove  veniva accostato a Matthew Barney attraverso il comun denominatore della mitologia, della metamorfosi, della performatività, di presunte aspirazioni neowagneriane e, perché no, della prossimità del grasso e dell’olio beuysiano con l’untuosità siliconica dell’ex modello di Armani ed ex giocatore di football americano.

Il problema di Beuys, oggi, è costituito dal suo idealismo individualista in un mondo artistico che predica la collettivizzazione (talora spettacolare) dell’estetica relazionale e soprattutto guarda all’idealismo di matrice modernista come a un tabù. Oppure ne fa orpello citazionista, magari scherzandoci anche un po’ su. Ma a lui erano estranee tanto la citazione quanto l’ironia.

Fu l’idealismo romantico di Beuys, del resto, a distinguerlo anche in seno a Fluxus, di cui non poteva condividere certo il gusto parodistico e neppure i cascami del Dadaismo. Di eredi, in giro, se ne vedono pochi: artisti come Pierre Huyghe o Carsten Höller sembrano più interessati alla creazione di mondi paralleli, mentre Beuys operava nel cuore del mondo presente e reale. Le schiere dei politicamente impegnati scambiano il contenutismo e la denuncia per azione visionaria e diretta: basti pensare a Hito Steyerl.

I nostri Giuliano Mauri o Eugenio Tibaldi, pure molto attivi in ambito ambientale, sono laici «operatori culturali», lontani dalla mistica e dalla ritualità in cui Beuys credeva, giacché, secondo il suo (steineriano) pensiero, il mondo è il risultato della trasformazione impressa dallo spirito. Forse Beuys se n’è andato per sempre e, nonostante l’immagine sia stracarica di retorica, se proprio dovessimo identificarlo lo faremmo nel maturo e meditabondo Cavaliere che, nell’incisione di Dürer, si avvia verso la sua virtuosa Città del Sole, conscio della presenza dei suoi compagni di strada: la Morte, il Diavolo, ma anche il fedele e malinconico Cane, ancora un animale totemico, come la notturna lepre.

Ma il presente, si sa, è cinico e crudele, soprattutto con i santi e con gli eroi: il suo mitico giubbotto multitasche da pescatore è oggi la divisa di Napalm 51, il complottista terrapiattista e odiatore da tastiera interpretato da Crozza. Ma, se il comico genovese fa ridere, c’è al contrario da piangere se, dopo aver tacciato di neonazismo e di misticismo d’accatto il povero Beuys, oggi si celebra (e si vende) come il prodotto di un genio la pittura «esoterica» di Hilma af Klint.

ACHTUNG BEUYS!
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