La pandemia ci ha regalato anche mostre intelligenti

Che risorsa il genius loci: ecco i vantaggi dell’autarchia espositiva

Franco Fanelli |

«Si avvicini alle pareti, guardi i piccoli disegni, possono aiutarla nella comprensione dell’opera», dice la custode assegnata alla sala di Benni Bosetto alla Quadriennale di Roma. Alle pareti, in effetti, alcuni squarci in quella che sembra essere una tappezzeria in disfacimento lasciano intravedere graffiti di una delle più acclamate giovani artiste italiane.

La sala è buia, disastrata, abitata dallo scroscio tipico di una tubatura marcita e da inquietanti forme fecali (in ceramica smaltata) che sembrano strisciare come sanguisughe su pavimenti e pareti, minacciando financo l’esterno. La custode è gentile e premurosa, umile nel suo approccio all’opera, disponibile al dialogo con il visitatore, pronta a comprenderne l’insofferenza ma anche a guidarlo verso un’illuminata tolleranza. Che anche i custodi siano in astinenza da visitatori, come i visitatori lo sono rispetto alle mostre dopo un anno e mezzo di lunghe chiusure e aperture a singhiozzo?

Poi salta fuori che è una laureata in Archeologia. Pensiamo a una pena del contrappasso: eccoti qui, a Roma, ma non tra mosaici e ritrovamenti durante i lavori della Metro, bensì a fare la guardia agli stronzi ceramici di Benni Bosetto in una sala che di archeologico ha solo il buio, il disfacimento, il senso di una crudele temporalità.

Invece no, la custode parla di quelle cose in ceramica e si diffonde su crateri etruschi, encausto, sinopie e sulle tracce lasciate alle pareti dall’artista con lucidità, coscienza, etica professionale, empatia nei confronti del visitatore. Il dubbio di essere vittime di una performance o di una candid camera svanisce quando ci salutiamo: e dal buio, come un dannato dantesco nel suo girone, quello degli archeologi snobbati dal Paese archeologicamente più ricco al mondo, lancia la sua raccomandazione: «Vada a vedere la mostra alle Scuderie del Quirinale, è splendida, forse la aiuterà a comprendere anche la poetica di quest’opera di Benni Bosetto».

Pare che alle Scuderie fosse in programma un’altra mostra, mediaticamente più ambiziosa, ma le incertezze determinate dal Covid-19 ne hanno consigliato lo spostamento. Se le cose stiano effettivamente così non lo sappiamo, ma se dovessimo scegliere due aggettivi, tra i molti, che merita «Tota Italia», questo il titolo, ci vengono in mente «perfetta e struggente».

Vi si racconta come Roma è diventata Roma e come l’Italia è diventata tale sotto la Roma dei re, della Repubblica e dei primi imperatori. Una storia che s’intreccia con il mito e che parla di altri intrecci, osmosi, conflitti sanguinosi e scambi. Etruschi, Volsci, Sanniti, Equi, i Celti dell’Italia settentrionale ne sono protagonisti.

Ma che c’è di struggente? Che i 400 reperti esposti arrivano da 36 prestatori pubblici, tutti italiani. Che i coprotagonisti siano i nostri musei civici o statali sparsi su tutta la Penisola e che l’emergenza pandemica ha costretto alla chiusura; che, per chi sa «leggere» le mostre oltre che sciabattarci stancamente, questa mostra spiega a che cosa servano le tanto bistrattate e umiliate Soprintendenze.

È un percorso che ci fa viaggiare anche verso quei piccoli musei che forse non visiteremo mai a meno che non ci si buchi la ruota dell’auto davanti al portone. Un viaggio in Italia, Paese in cui, come in molti altri, la visita a una mostra è diventata, nel bene o nel male, una delle consuetudini del cosiddetto «tempo libero» e questa è la ragione per cui l’epidemia ce ne ha fatto sentire la prolungata astinenza, al pari del turismo culturale.

Torlonia e AstraZeneca
Sui poteri purificatori delle crisi, finanziarie o sanitarie, si è scritto sin troppo, soprattutto quando si è parlato di arte. «Nulla sarà come prima», affermano autorevoli commentatori, con il tono grave del caso. La verità è che speriamo tutti che sì, se non proprio come prima tutto torni a qualcosa che rassomigli molto al «prima», quando facevamo gli schizzinosi e dicevamo che si facevano troppe mostre, tante inutili, o criticavamo la spettacolarizzazione dell’antico o la sua ibridazione sempliciotta e piaciona con il contemporaneo ecc. ecc.

Trascuravamo (con una buona dose di ipocrisia) che l’industria espositiva muove un indotto cospicuo e dà lavoro a migliaia di persone. Provate a parlare di variante Delta agli uffici stampa delle mostre: persino al telefono si percepiscono gli scongiuri gestuali. La grande parade, innominabile variante permettendo, dovrebbe riprendere quasi a pieno ritmo in autunno, con la riapertura delle fiere.

Davanti a noi c’è una vigilia estiva da non sprecare: è l’occasione di riavvicinarci non solo a ciò che abbiamo in casa (anzi, in «Tota Italia»), ma anche di ripercorrere la storia dell’arte nel suo contesto storico locale; oppure, all’insegna del genius loci in rassegne, appunto, fatte in casa, come ha imposto un anno e mezzo di problematica movimentazione, o rimandate. La comunicazione sulla bella monografica della «mirabile pittoressa» Fede Galizia a Trento è molto opportunamente mirata su questo aspetto.

Anche Giovanni da Udine è riportato nella sua città natale, ed è un modo intelligente per condurci nel cuore del Rinascimento attraverso uno stretto collaboratore di Raffaello, uno di quelli che si calavano nelle rovine della Domus Aurea per reperirne geniali grottesche. È anche la storia della rinascita di un uomo traumatizzato, come lo siamo noi ora, da una tragedia epocale, il sacco di Roma del 1527, che lo indusse al ritorno a casa con il proposito di abbandonare la pittura, salvo poi dover riprendere in mano pennelli e tavolozza perché anche in Friuli era ormai una celebrità.

Per restare in zona, un’altra storia d’arte e tragedia è quella di Arturo Nathan, genius loci triestino di origine ebraica, pittore metafisico morto in campo di sterminio: ne ripercorre le vicende la Galleria Torbandena. Nella Reggia di Venaria presso Torino, l’«Infinita bellezza» offerta dalla pittura di paesaggio riporta il pubblico a più contemplative atmosfere. È un’altra rassegna che mette in luce, rafforzata da prestiti da altre regioni, le risorse locali attraverso la sezione ottocentesca della Gam di Torino e le opere della folta comunità artistica torinese, da Mainolfi a Gilardi, da Salvo a Botto & Bruno.

Scendendo per la Penisola, il Museo Novecento di Firenze, che ha da tempo imparato a fare i conti con le non faraoniche risorse, racconta l’intenso rapporto tra Arturo Martini e la cultura fiorentina, anche attraverso un accostamento con la giovane toscana Giulia Cenci. A Terracina, una retrospettiva di Duilio Cambellotti colloca il poliedrico artista nella terra che ne ispirò gran parte dell’opera, l’Agro Pontino. A Ercolano, Villa Campolieto (che fu la prima sede della collezione Terrae Motus di Lucio Amelio) riapre con una rassegna dedicata alle opere d’arte contemporanea raccolte da un altro collezionista napoletano, Ernesto Esposito (anche il collezionista è un genius loci).

La fine del digiuno espositivo potrebbe essere celebrata, per chi vive in Italia e trascorrerà qui le vacanze anche se ha in mano il green pass, con un viaggio verso mostre che hanno come contorno il nostro paesaggio, che è pur sempre un bene culturale e non solo perché fa rima con Caravaggio e quasi con Correggio. «Torneranno i prati» è il titolo di un bel film di Ermanno Olmi; dopo mesi di smart working e di spostamenti problematici, non ci faremo mancare l’ebbrezza dell’en plein air.

Sono tornate anche le mostre. E pazienza per il Damien Hirst di seconda mano a Villa Borghese o per la coppia di mezza età che aveva litigato con i custodi durante l’attesa per accedere ai marmi Torlonia e che, una volta entrata, sotto lo sguardo indignato del vecchio da Otricoli, discettava di AstraZeneca e di terzo richiamo. In fondo, sono i segni del graduale ritorno alla normalità.

Le mostre sono un’attività vacanziera e luoghi di socializzazione e conversazione, come le spiagge dove sotto l’ombrellone si finisce per parlare di lavoro e di tutto ciò da cui dovremmo prendere una pausa. Tutto (forse) tornerà come prima. Ma intanto le piccole e gradevoli «mostre intelligenti» di cui è costellata la nostra estate stanno rimarcando la sottile, ma netta differenza che intercorre tra «cultura» come intrattenimento caciarone e costoso (ne abbiamo visto anche troppo) e cultura come svago e tregua, ozio utile in quanto (anche) contemplativo.

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