L’Italia dall’eros al virus

Mito, memoria e corpo fra i temi della Quadriennale. Al respiro corale di Cloti Ricciardi risponde quello dell’installazione luminosa di Norma Jeane, nata nei giorni della pandemia e del Black Lives Matter

Franco Fanelli |  | Roma

Non una mappa orizzontale, ma un carotaggio sui contenuti dell’arte italiana: una stratificazione che in profondità raggiunge il mito, sia pure tra commedia, performance e parodia (con l’Ercole rivisitato dal collettivo cinematografico Zapruder Filmmakersgroup o con l’Eden demoniaco dipinto dal 27enne bergamasco Diego Gualandris) e in superficie si affaccia su un presente chiamato Covid-19.

Questa è la XVII Quadriennale d’arte curata da Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol e aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma sino al 18 luglio (con ingresso gratuito, offerto da Gucci a tutti i visitatori, e prenotazione obbligatoria). 43 gli artisti contro il centinaio in genere invitati (una «taglia slim» anche a misura di distanziamento sociale).

I curatori chiamano a raccolta tutte le discipline e diversi messaggi. «FUORI», titolo della rassegna, sta anche a indicare questa «eccentricità» rispetto a una linea dominante. Ne esce, s’è detto, una verticalità la cui seconda tappa, dopo il mito, è la favola, quella narrata dal duo Cuoghi Corsello (nati rispettivamente a Mantova nel 1964 e a Bologna nel 1965) su una moquette srotolata e staccata da terra, sulla quale si rincorrono le avventure di Bimbambola della dolce rosa Na.

Favola, gioco e giocattoli ispirano le gesta di Capitan Fragolone nella scultura abitata da un performer, opera di Valerio Nicolai (Gorizia, 1988). E ci sono le streghe nell’opera di Raffaela Naldi Rossano (Napoli, 1990), portatrici di un sapere eretico e archetipi di una società matriarcale spazzata via dal capitalismo (ma l’artista napoletana offre anche un rito purificatorio con un’acquasantiera aromatizzante in ceramica). Ci sono le malinconiche narrazioni dipinte da Guglielmo Castelli (Torino, 1987) e c’è la madre di Bambi, regressiva epifania che si affaccia su un’ultima cena zoologica nell’opera di Cinzia Ruggeri (Milano, 1942-2019).

Se infine la favola è contenitrice anche di antichi linguaggi, dialetto toscano e creature di altri mondi convivono nelle sculture di Isabella Costabile (New York, 1991, vive a Zurigo e a Grosseto). Non c’è mostra sull’arte italiana che possa aggirare il rovello della memoria, della storia e del tempo, ad esempio nelle stratificazioni delle opere a parete di Giuseppe Gabellone (Brindisi, 1973, vive a Parigi), nuova esplorazione sul rapporto tra bidimensionalità e tridimensionalità del 47enne artista, ma anche nell’autoritratto come instabile registrazione del tempo, al centro delle sculture di Nicola Gennari (Pesaro, 1973). Sono le categorie che costituiscono il terzo «anello» della Quadriennale.

Immancabile la «figura retorica» della collezione, con le raccolte di gioielli d’alta moda e di vetri antichi cinesi di Maurizio Vetrugno (Sant’Antonino di Susa, Torino, 1957), autore anche di ritratti ricamati di amici accostati a quelli di star dello spettacolo. Gli stessi dipinti di Salvo (Leonforte, 1947-Torino, 2015) sono un catalogo di soggetti e generi classici che prendono vita nell’accensione cromatica dei suoi dipinti, desunta anche dalla cultura psichedelica. La storia e i suoi fantasmi si manifestano in architetture «ambigue» in quanto confluenza tra Razionalismo e la violenta irrazionalità ispiratrice del regime che pure commissionò a Terragni la Casa del Fascio a Como, dove Diego Marcon (Busto Arsizio, 1985) ambienta un suo film horror.

L’architettura razionalista e la sua ortogonalità messa in crisi dall’occhio dell’artista è da sempre ambito di ricerca di Luisa Lambri (Como, 1969). Anche Amedeo Polazzo (1988, vive a Los Angeles) si guarda indietro e ripensa alla pittura murale fascista lavorando su uno degli scaloni del Palazzo delle Esposizioni, dove però esegue, in contrasto con la permanenza della pittura monumentalista, un dipinto degradabile.

A Yervant Gianikian (1942) e Angela Ricci Lucchi (1942-2018) si deve invece una pellicola sul colonialismo italiano in Africa Orientale. E se Alessandro Pessoli (Cervia, 1983, vive a Los Angeles) ripercorre con le sue piastrelle dipinte un altro ventennio, quello berlusconiano, il mito della Brianza operosa e borghese, scenario della «Cognizione del dolore» di Gadda, ritorna nelle opere di Alessandro Agudio (Milano, 1982, vive a Berlino) proiettato però sugli anni Ottanta e veicolato dal culto artigianale di un design reinventato.

La storia è anche quella dell’arte italiana recente, con gli ultimi echi del Modernismo nelle sculture di Nanda Vigo (Milano, 1936-2020), con le frasi sullo status dell’arte composte da Giuseppe Chiari (Firenze, 1926-2007), esponente di quella trasversalità disciplinare, oggi tornata attuale, di cui è protagonista anche Sylvano Bussotti (Firenze, 1931), musicista qui rappresentato da disegni e dipinti.

In alcune presenze storicizzate è inoltre possibile ritrovare un altro segmento della mostra, costituito dalle indagini sul corpo. Quello femminile, nelle vagine dilatate durante il parto, eloquenti «Origines du monde» femministe, è presente nelle fotografie di Lisetta Carmi (Genova, 1924). Il corpo performativo è al centro delle opere di Simone Forti (fiorentina classe 1935, vive a Los Angeles) e di Michele Rizzo (Lecce, 1984) ed è all’origine, nella sua gestualità, della «scrittura» di Irma Blank (Celle, 1934); un corpo ibrido, all’insegna dell’«astrazione erotica» ispira le sculture di Lydia Silvestri (Chiuro, 1929-Colico, 2018) oppure, tra feticcio, estetica e protesi, le parrucche drag nel «balletto meccanico» di Anna Franceschini (Pavia, 1979). Il corpo, ancora, è evocato per assenza nella stanza in rovina abitata da voci di Benni Bosetto (Milano, 1987).

E al corpo è dedicata la collettiva di Tomboys Don’t Cry. Natura e sostenibilità costituiscono l’ulteriore «strato» della mostra: ecco allora le «sindoni vegetali» di Chiara Camoni (Piacenza, 1974), ma anche i visionari «gabinetti pubblici a secco» di Bruna Esposito (Roma, 1960). Altre architetture sorgono nel Palazzo delle Esposizioni: in forma di installazioni abitabili (Tomaso De Luca, Verona, 1988), di svelamento di circuiti invisibili (Micol Assaël, Roma, 1979), nel design e nella decorazione d’interni ricreati da Lorenza Longhi (Lecco, 1991, vive a Zurigo), nella precarietà di un trasloco e di luoghi instabili e trasgressivi (Davide Stucchi, Milano, 1988), nell’architettura violenta di Monica Bonvicini (1965, berlinese d’adozione), in quella fascista nelle città del Meridione nei lavori fotografici presentati dal duo Sandi Hilal - Alessandro Petti, fondatori del collettivo DAAR (Decolonizing Architecture Art Residency).

L’ultimo «strato» di questa Quadriennale, densa di sottotemi quali l’erotismo, il riciclo del materiale, la scrittura (nei collage di Caterina De Nicola, 1991) e il linguaggio (al centro dell’opera di Romeo Castellucci, Socìetas), è quello di un’attualità flagellata dalla pandemia. Il lockdown ritorna nell’opera collettiva di Giulia Crispiani (Ancona, 1986) e nella storia d’amore tra Petrit Halilaj (Kosovo, 1986) e Alvaro Urbano (Madrid, 1983) raccontata attraverso la simbologia floreale.

Le arcate d’ingresso del Palazzo delle Esposizioni sono illuminate, la sera, al ritmo del respiro di Norma Jeane: attraverso il fiato, ciò di cui il Covid-19 priva le sue vittime, il riferimento va anche a George Floyd, l’afroamericano soffocato dagli agenti di polizia di Los Angeles, diventato simbolo del Black Lives Matter. Si riveste così di un’attualità inopinatamente drammatica «Respiro», un’opera del 1968 di Cloti Ricciardi: una stanza rivestita da una grande tela che, azionata dai visitatori, si contrae e si dilata come un diaframma.

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