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Arianna Scinardo
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Prima di diventare uno dei libri più influenti della fotografia contemporanea, «The Ballad of Sexual Dependency» è stato un racconto per immagini, costruito nel tempo attraverso incontri, amori, amicizie e momenti di quotidianità. Nan Goldin (1953) fotografa e attivista statunitense, raccoglie queste esistenze e le attraversa; una posizione di prossimità che rende difficile separare l’esperienza personale dalla testimonianza di un’epoca. È dal rapporto diretto con i soggetti che nasce la forza di un lavoro che, a quarant’anni dalla pubblicazione del libro, torna al centro di una mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, dal 29 ottobre al 28 marzo 2027.
Il progetto espositivo riunisce le 126 immagini realizzate dall’artista tra il 1973 e il 1986, nella sequenza raccolta nel volume pubblicato da Aperture nel 1986. Giunto alla ventitreesima ristampa, il libro ha segnato la storia dell’editoria fotografica, ma rappresenta soltanto una delle forme assunte dall’opera. Goldin aveva infatti concepito The Ballad of Sexual Dependency come una proiezione di diapositive accompagnata dalla musica, presentata nei club e negli spazi espositivi di New York, una formula che intrecciava immagini e suoni. Più che documentare una comunità dall’esterno, Goldin ne racconta le contraddizioni dall’interno. Le persone che compaiono negli scatti appartengono alla sua cerchia affettiva e condividono con lei una parte della propria esistenza.
È proprio da questa dimensione privata che prende forma un racconto capace di restituire un quadro più ampio delle trasformazioni culturali e sociali di quegli anni. Goldin ha descritto The Ballad of Sexual Dependency come «the diary I let people read», il diario che lascia leggere agli altri. Una definizione che restituisce la natura personale del progetto e il suo progressivo trasformarsi in memoria condivisa, legata a quella che l’artista ha definito «una generazione perduta». L’opera evita tanto una rappresentazione idealizzata quanto una narrazione puramente documentaria, mantenendo al centro la complessità dei rapporti umani.La mostra, che attinge alla Collezione Sandretto Re Rebaudengo, offre l’occasione di tornare su un lavoro che ha influenzato profondamente le generazioni successive di artisti e fotografi, la cui attualità risiede nella capacità di mostrare quanto l’intimità sia attraversata da tensioni individuali e collettive, senza ricondurle a una lettura univoca.
Arianna Scinardo
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