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Leggi i suoi articoliNel 1986 The Ballad of Sexual Dependency entrava nel catalogo di Aperture e nella storia della fotografia. Oggi, a quarant’anni di distanza, la sede londinese di Gagosian presenta integralmente le 126 immagini che compongono il libro, riportando al centro un’opera che ha segnato un passaggio decisivo nella cultura visiva degli anni Ottanta.
Per Nan Goldin la Ballad non è mai stata soltanto una serie fotografica. È un dispositivo autobiografico e un atto di controllo sulla memoria. Fin dalla prefazione, mai modificata nelle numerose ristampe, l’artista dichiara la necessità di non lasciare che la propria storia venga raccontata da altri. Il progetto è dedicato alla sorella Barbara, morta suicida quando Goldin aveva undici anni, e nasce dall’urgenza di preservare ciò che rischia di scomparire.
Le immagini, scattate prevalentemente tra il 1973 e il 1986, documentano la comunità che circondava l’artista tra New York, Boston, Berlino e Provincetown: amici, amanti, drag queen, tossicodipendenti. Bar, camere da letto, automobili e interni domestici diventano spazi di una narrazione intima che rifiuta la distanza giornalistica. L’autoritratto Nan One Month After Being Battered (1984), con il volto segnato dalla violenza del compagno, è diventato uno degli emblemi della serie: il trauma non è nascosto, ma inscritto nell’immagine come fatto politico e personale insieme.
Prima del libro, la Ballad era una performance. Goldin proiettava circa 750 diapositive accompagnate da una colonna sonora eterogenea nei club del downtown newyorkese. L’opera assumeva la forma di un racconto musicale di 45 minuti, ibrido tra diario, cinema domestico e teatro. La pubblicazione del 1986 ne fissa una versione, ma mantiene l’eco sonora nell’indice costruito come una playlist.
L’impatto storico è duplice. Sul piano formale, Goldin contribuisce a legittimare l’uso del colore nella fotografia d’autore in un momento in cui il bianco e nero dominava ancora la percezione della “serietà” artistica. Sul piano iconografico, sposta lo sguardo femminile dal ruolo di oggetto a quello di soggetto osservante. L’artista diventa al tempo stesso protagonista e regista del proprio ambiente. La mostra da Gagosian riporta l’opera in una dimensione espositiva istituzionale, distante dai club in cui nacque. Questo spostamento segnala la piena canonizzazione di Goldin nel sistema globale dell’arte. L’originaria urgenza diaristica viene ora riletta come capitolo fondamentale della fotografia contemporanea, capace di intrecciare autobiografia, politica del corpo e rappresentazione della vulnerabilità.
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