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Una veduta della sede della Gwangju Biennale

Foto tratta da Wikipedia

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Una veduta della sede della Gwangju Biennale

Foto tratta da Wikipedia

Gwangju si scusa con la Cina anche se «la politica non dovrebbe condizionare il campo dell’arte»

Dopo aver ripristinato il nome «Taiwan Pavilion», il 25 agosto, alla Gwangju Biennale Foundation, una nota ufficiale della città ribadisce la propria adesione alla politica di «unica Cina»

Nel 2002 la Biennale di San Paolo cancellò la parola «Taiwan» dal nome del padiglione, cedendo alle pressioni di Pechino che minacciava il ritiro degli artisti cinesi. Ventiquattro anni dopo, lo stesso copione si ripete a Gwangju, in Corea del Sud, alla vigilia dell’apertura della 16ma edizione della Biennale (5 settembre-15 novembre).

La vicenda affonda le radici già a giugno, quando il Ministero della Cultura di Taiwan scopre che il programma ufficiale della rassegna elenca la propria partecipazione come «NTMoFA Pavilion», sigla del National Taiwan Museum of Fine Arts che la organizza, e non più come «Taiwan Pavilion», nome con cui il progetto era stato approvato mesi prima. I ripetuti tentativi di chiarimento da Taipei restano senza risposta, finché il 15 agosto il dicastero non parla apertamente di «censura politica». Gli artisti coinvolti nel padiglione rincarano la dose con una lettera aperta dal titolo «You Must Change Your Name», gioco di parole sul tema della Biennale di quest’anno, «You Must Change Your Life»: il testo raccoglie decine di firme, tra cui quella della curatrice della mostra principale Park Gahee e del direttore artistico Ho Tzu Nyen.

Sotto la pressione congiunta di artisti, istituzioni taiwanesi e organizzazioni culturali locali, che chiedono anche le dimissioni del presidente della Fondazione, Youn Bummo, il 25 agosto la Gwangju Biennale Foundation fa marcia indietro e ripristina il nome «Taiwan Pavilion», pur negando qualunque intento censorio.

È a questo punto che entra in scena Pechino. Il 27 agosto l’ambasciatore cinese a Seul, Dai Bing, incontra il sindaco Min Hyung-bae per esprimere «rammarico e preoccupazione». Nei giorni successivi lo staff cinese abbandona i lavori di allestimento del proprio padiglione, previsto all’Ha Jung-ung Museum of Art, e Pechino ordina agli artisti coinvolti di non partecipare più alla rassegna. Il sindaco, secondo la stampa coreana, avrebbe risposto che «le considerazioni politiche non dovrebbero condizionare il campo dell’arte», parole a cui è seguita comunque, pochi giorni dopo, una nota ufficiale della città con cui Gwangju ribadisce la propria adesione alla politica di «unica Cina».

Il risultato, a poche ore dall’inaugurazione, è un padiglione taiwanese che per la prima volta in vent’anni si presenta al pubblico con il proprio nome, e uno cinese che, con ogni probabilità, resterà vuoto.

Alessia De Michelis, 02 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Alessia De Michelis

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