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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliLa sigla di un museo al posto del nome di un Paese. I dieci artisti e curatori taiwanesi coinvolti nel programma dei Padiglioni della sedicesima Biennale di Gwangju, in calendario dal 5 settembre al 15 novembre 2026, non ci stanno e accusano la Gwangju Biennale Foundation di avere censurato la loro partecipazione, eliminando dai materiali promozionali la denominazione “Taiwan Pavilion” e sostituendola con “NTMoFA”, acronimo del National Taiwan Museum of Fine Arts.
A ricostruire il caso è un articolo pubblicato da e-flux il 16 agosto 2026, basato sulle notizie diffuse dalla Central News Agency di Taiwan, sulle dichiarazioni dei ministeri taiwanesi della Cultura e degli Esteri e sui materiali pubblicati dalla Biennale. Secondo quanto riportato, il progetto sarebbe stato presentato, concordato e sviluppato con gli organizzatori come “Taiwan Pavilion”, ma il nome sarebbe poi scomparso dalla comunicazione ufficiale senza che il museo o gli artisti ne fossero informati.
L’ufficio di rappresentanza taiwanese a Busan avrebbe contestato la modifica già all’inizio di luglio. Il National Taiwan Museum of Fine Arts, dalla cui sigla deriva la nuova denominazione del padiglione, avrebbe quindi cercato un confronto con il gruppo curatoriale, la Fondazione e l’amministrazione municipale di Gwangju. Il 9 agosto il Ministero della Cultura di Taiwan ha reso pubblica la richiesta di ripristinare la denominazione originaria. Non avendo ancora ricevuto risposta, il 15 agosto Li Yi-fan, Juan Po-yuan, Lin Yu-liang, Chang Wen-hsuan, Hsu Che-yu, Chen Hsiang-wen, Chen Wan-yin, Cheng Hsien-yu, Chen Ting-ting e Su Hui-yu hanno firmato la dichiarazione congiunta The Censored Taiwan Pavilion: “Crediamo che una Biennale fondata sui valori storici della democrazia, dei diritti umani e dello ‘spirito di Gwangju’ abbia la responsabilità di spiegare perché l’autodefinizione dei partecipanti debba essere sottoposta a restrizioni politiche”.
La risposta della Biennale è arrivata il 19 agosto. La Fondazione respinge le accuse di censura e sostiene che il National Taiwan Museum of Fine Arts abbia firmato il 12 gennaio un accordo come partecipante istituzionale e sia stato quindi indicato con la propria sigla. Per presentarsi come padiglione nazionale, spiega, sarebbe stata necessaria una lettera ufficiale dell’ambasciata competente o del Ministero della Cultura. La ricostruzione diverge da quella degli artisti, secondo cui il progetto era stato concordato e sviluppato con gli organizzatori come “Taiwan Pavilion”.
Poiché i termini completi dell’accordo e le modalità con cui la partecipazione è stata presentata non sono stati resi pubblici, non è possibile verificare quale delle due ricostruzioni corrisponda all’iter concordato. Al di là della controversia amministrativa, tuttavia, il caso riapre inevitabilmente il dibattito sulla rappresentanza nazionale nelle grandi manifestazioni artistiche, ancora caldo dopo la Biennale di Venezia, dove il ritorno della Russia dopo due edizioni di assenza e il trasferimento del Padiglione israeliano all’Arsenale hanno suscitato proteste e lettere aperte. Per Taiwan, invece, seppur presente come evento collaterale e non come partecipazione nazionale ufficiale, Venezia ha rappresentato la possibilità di affermare la propria identità su un palcoscenico di risonanza internazionale.
A Gwangju, poi, la controversia tocca anche un altro nervo scoperto. Fondata nel 1995 in memoria della rivolta civile repressa nel 1980, la Biennale ha costruito la propria identità intorno al cosiddetto “spirito di Gwangju”, richiamato tanto dai firmatari della lettera quanto dalla Fondazione nella sua risposta. Nel maggio di quell’anno studenti e cittadini si opposero all’estensione della legge marziale e furono repressi violentemente dall’esercito. Per anni il regime di Chun Doo-hwan presentò la mobilitazione come una sommossa sovversiva; soltanto con la democratizzazione del Paese è stata riconosciuta come uno dei momenti fondativi della democrazia sudcoreana.
Giorgia Aprosio
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