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Dióscoro Teófilo Puebla y Tolín, «Il primo sbarco di Colombo in America», 1862, Madrid, Prado (particolare)

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Dióscoro Teófilo Puebla y Tolín, «Il primo sbarco di Colombo in America», 1862, Madrid, Prado (particolare)

Come Cristoforo Colombo scoprì l’America per errore

E come ne seguì una copiosissima iconografia del navigatore ideale, con la costruzione visiva e letteraria dell’eroe perfetto. Il mito è stato fabbricato fra Europa e Americhe tramite dipinti che fino al XX secolo hanno diffuso la rappresentazione romantica e provvidenziale del navigatore 

Non si dovrebbe mai fare, soprattutto con i bambini. Perché poi vengono su male. Ma mio padre invece di portarmi a vedere, come spasimavo, il film su Heidi (mi disse perentoriamente che era un film stupido), decise che a 8 anni ero grande abbastanza per andare con lui e mamma a vedere al teatro Carignano di Torino «Isabella, tre caravelle e un cacciaballe» scritto e diretto da Dario Fo. Certamente non capii tutto, ma risi tutto il tempo a vedere le facce buffe e le giravolte clownesche di Fo e moglie. Lì si è formata la mia idea di Cristoforo Colombo e non c’è stato più niente da fare. Né maestre appassionate che riproducevano, ululando, il grido del marinaio che per primo vide la terra, né catechisti posseduti che ci ricordavano come finalmente fosse arrivata anche a quei popoli lontani la religione cristiana: a me la storia di Colombo ha fatto ridere per anni. Più interessante fu scoprire poi che il meraviglioso cioccolato torinese era il figlio del cacao giunto dalle lontane Americhe e anche il pomodoro, le patate, il mais, il peperone e il peperoncino, i fagioli, la zucca americana (quella arancione) e ancora i gustosi e buffi tacchini, l’ananas e le arachidi: mica cose da poco. La storia del povero Cristoforo Colombo in realtà non fa ridere per niente e sul piano della fortuna iconografica, vastissima, fa anzi quasi piangere.

Giulio Monteverde, «Cristoforo Colombo fanciullo», Parma, Complesso della Pilotta

È bene però ricordare rapidamente la vita di questo italiano audace e anche molto sfigato: nato a Genova nel 1451, si dedicò presto al commercio per mare. Durante i suoi viaggi lesse molti libri di geografia (soprattutto il Milione di Marco Polo) facendosi convinto che si potessero raggiungere le Indie attraverso l’Oceano navigando verso Ovest. Colombo dovette lottare molto per ottenere l’approvazione del suo progetto fino a che, nell’aprile del 1492, fu stipulata una convenzione con i sovrani spagnoli (fu soprattutto Isabella di Castiglia la sua sponsor) che gli diedero una nave, la «Santa Maria», e due caravelle, la «Pinta» e la «Niña»: la spedizione partì da Palos il 3 agosto 1492. Il viaggio si snodò tra audacie, scoraggiamenti e speranze fino a che, il 12 ottobre 1492, fu raggiunta un’isola delle Bahamas ribattezzata San Salvador, poi Cuba e Haiti. Al ritorno in Spagna, nel marzo 1493 il navigatore ebbe accoglienze trionfali e fu allestita subito una seconda grossa spedizione (1493-96), che partì presto con 17 navi e 1.500 persone da Cadice. Colombo si spinse fino alla Guadalupa, alle isole Vergini, a Puerto Rico e poi ad Haiti, ma dovette rientrare a Cadice. Una terza spedizione (1498-1500), organizzata superando il malcontento degli equipaggi, segnò la scoperta dell’isola Trinidad e della terraferma americana. A seguito di una rivolta dei suoi uomini, il Governo spagnolo ordinò un’inchiesta che finì con il suo arresto. Subito liberato, ottenne di allestire una quarta piccola spedizione (1502-04) che, partita da Cadice e toccata Haiti, navigò a lungo nei mari dell’America Centrale fino circa all’istmo di Panama. Ma le incertezze del viaggio e le continue pretese degli equipaggi costrinsero il Governo spagnolo ad allestire una spedizione di soccorso che riportò tutti a casa. Colombo a questo punto si ritirò e si trasferì a Valladolid, dove poco dopo morì povero e dimenticato. Colombo ignorò comunque sempre di aver scoperto un nuovo continente e restò convinto di avere sfiorato le Indie.

Pelagio Palagi, «Cristoforo Colombo in partenza dal porto di Palos raccomanda i figli a padre Giovanni Perez»

Christoph Christian Ruben,«Colombo nel momento della scoperta del Nuovo Mondo», Praga, Národní Galerie

Durante il XVI e il XVII secolo intorno alla figura di Colombo fiorirono cicli poetici e letterari, tutti di scarso valore artistico, tranne la commedia eroica, in versi, «Il nuovo mondo scoperto da Colombo» (1614) di Lope de Vega. Fino a metà del XIX secolo l’immagine tradizionale di Cristoforo Colombo rimase quella di un eroe completo, a tutto tondo: era l’uomo sapiente ed esperto che la scienza ancora agli albori non comprese; era il capitano che affrontava con decisione e senza paura il mare ignoto e sconfinato, con tutti i suoi leggendari mostri, le tempeste e le insidie; era il comandante indomito che doveva tenere a bada una ciurma ignorante, invidiosa e pericolosa; e, ultimo ma non certo ultimo, era l’uomo che per missione divina avrebbe convertito alla fede cristiana gli indigeni delle nuove terre scoperte. Un sacco di cose. Colombo è immerso in una pubblicistica letteraria e storica pesante e spesso indigesta. Nel passato sono stati infatti pubblicati una quantità di testi e considerazioni spesso di incerto livello scientifico che hanno alimentato leggende, e storture storiche. In mezzo spiccano testi di alto livello scientifico che ne hanno indagato le origini e lo hanno ricondotto nelle giuste dimensioni, delineando la reale portata storica della sua opera. Il Risorgimento, e in generale il XIX secolo, costituiscono però la rovina di Colombo sul piano artistico e pittorico con decine di pittori accademici europei e americani che si sono dati a dipingere Colombo mentre sbarca a Guanahani, in pose magniloquenti e messianiche, con il vessillo della croce, ma anche in mille altri atteggiamenti che vanno dalla sua infanzia alla morte.

E qui diventa veramente difficile non ridere. Si può cominciare con la fortunatissima scultura di «Cristoforo Colombo fanciullo» (Parma, Complesso della Pilotta) di Giulio Monteverde che lo rappresenta bambino appollaiato su una antica bitta da ormeggio con tanto di anellone di ferro mentre pensa ai casi suoi, che concernono certamente la via delle Indie. In realtà il ragazzino ben pettinato, con i riccioli che scendono sulle spalle, vestito con sobria eleganza rinascimentale, le gambe accavallate, le braccia conserte e l’espressione romantica e malinconica di chi pensa all’innamorata sembra più paggio Fernando (il protagonista dell’opera in versi «Una partita a scacchi» scritta da Giuseppe Giacosa nel 1873) che Colombo.

Tralasciando stampe e litografie il primo quadro dedicato alla storia di Colombo è quello di Pelagio Pelagi, «Cristoforo Colombo in partenza dal porto di Palos raccomanda i figli a padre Giovanni Perez» del 1828 (Milano, Pinacoteca di Brera). Colombo è vestito come per una sfilata di alta moda di Prada, con improbabili collant (calzebraghe) giallo senape e un calzoncino lilla, mantello bianco, decori rossi e cappello a ciambella. I due bambinelli inconsapevoli salutano il padre sostenuti da don Giovanni Perez, il sacerdote che se ne prenderà cura e tutt’intorno c’è una coreografia di persone che discutono, si agitano, marinai che fanno sforzi sovrumani per caricare casse e fagotti (ma che cosa trasportano di così pesante?). Ovviamente nello sfondo il faro e le fortificazioni di una Palos di invenzione che somiglia a Genova. Un quadro che è un condensato di Romanticismo con i colori delle caramelle, disegno e composizione impeccabile e un effetto altisonante, ampolloso, fondamentalmente falso.

Eugène Delacroix , «Il ritorno di Cristoforo Colombo», Toledo, Museum of Art

Nel 1846 il pittore tedesco Christoph Christian Ruben dipinge «Colombo nel momento della scoperta del Nuovo Mondo» (Praga, Národní Galerie). Colombo, appoggiato contro l’albero maestro (vestito di nero) con l’aria di uno che dice «ve lo avevo detto che c’era», sta in contemplazione mentre tutt’intorno i marinai si prostrano stupiti e commossi e anche pentiti per tutte le geremiadi e i lamenti con cui per mesi hanno tediato e seccato il capitano durante il viaggio. Poi si sbarca a terra, finalmente, e arriva, nel 1862, «Il primo sbarco di Colombo in America» del pittore spagnolo Dióscoro Teófilo Puebla y Tolín (Madrid, Prado). Sbarcano Colombo e i suoi, buttandosi a terra, con accanto un frate francescano invasato con una croce in mano esibita quasi come una pistola (il dettaglio, oltretutto, costituisce un anacronismo storico, poiché nella prima spedizione non erano presenti religiosi). Gli sbigottiti indigeni osservano da lontano e, poveretti, non sanno che per loro è finita la pace. Si tratta di un altro quadro che mira esclusivamente a fare rumore o impressionare il pubblico, senza contenere alcuna sostanza reale, eppure il pittore ci divenne famoso con quest’opera.

Si deve poi tornare. E ci soccorre uno dei peggiori dipinti di Eugène Delacroix: «Il ritorno di Cristoforo Colombo» del 1839 (Toledo, Ohio, Toledo Museum of Art), in cui il nostro eroe viene accolto solennemente da Isabella e Ferdinando di Castiglia. Anche ai grandi artisti ogni tanto le ciambelle non vengono col buco e stavolta Delacroix ci offre una composizione piuttosto banale, con messer Colombo vestito in modo vagamente orientaleggiante che ha accumulato ai piedi della scalinata i tesori trovati nelle nuove terre. Il cumulo fa l’effetto di un ammucchio di immondizia (sarà perché di oro non ce n’è) in attesa del camion della spazzatura (tanta fatica e tanto viaggio per tornare con delle ceste di paglia, dei piumaggi, delle pelli e degli idoletti? Mah!) e tutti quelli che assistono non sembrano molto interessati a quello che stanno vedendo, compreso il frate domenicano in primo piano che ha un’aria molto perplessa. 

Lorenzo Delleani , «Cristoforo Colombo in catene», Genova, Galleria d’Arte Moderna

Luigi Sciallero, «Gli ultimi momenti di Colombo», Genova, Galleria d’Arte Moderna

Colombo è recidivo e nelle Americhe torna per cercare le Indie, ma questa volta gli va male. Alla terza spedizione viene arrestato e Lorenzo Delleani nel 1863 dipinge un quadrone strappacuore con «Cristoforo Colombo in catene» (Genova, Galleria d’Arte Moderna). La disperazione del navigatore è espressa secondo lo stile del teatro del tempo e la scena si è trasformata in un melodramma. Dopo tutti questi viaggi, avventure, e disgrazie, alla fine Colombo bisogna finalmente sopprimerlo, e ci pensa nel 1868, ad esempio (non è l’unico quadro con questo tema) il pittore genovese Luigi Sciallero (specializzato in dipinti di disgrazie, agonizzanti, derelitti, frati fra le tombe, ritratti di vecchie bitorzolute) con «Gli ultimi momenti di Colombo» (Genova, Galleria d’Arte Moderna). Come la Signora delle camelie (1848) di Alexandre Dumas, Colombo muore dicendo prima tantissime cose. Emaciato, simile a un fantasma, il navigatore solleva ancora dal letto le sue catene. Tutt’intorno c’è chi piange e chi medita (come il notaio) e ovviamente il frate pregante. Non manca un indigeno ancora seminudo e vestito di un pannetto sui fianchi che posa l’arco a terra, figura che lascia sconcertati: erano arrivati già da un pezzo dalle Americhe e perché nessuno aveva dato a questo poveretto uno straccio di vestito? E dove caspita andava cacciando per Valladolid con l’arco e le frecce? Licenze poetiche e artistiche, evidentemente.

La Tomba di Colombo nella Cattedrale di Siviglia, opera di Arturo Mélida

C’è poi la tomba di Colombo, un monumentone solenne e piuttosto bello e ben riuscito, anche se molto magniloquente, nella Cattedrale di Siviglia. La salma del povero Colombo ha subìto parecchi traslochi prima di giungere definitivamente a Siviglia. Il primo luogo di sepoltura dopo la sua morte è Valladolid, e siamo nel 1506; nel 1509 lo spostano a Siviglia, prima nel Monastero de la Cartuja e poi nella Cattedrale. Nel 1537 lo traslocano a Santo Domingo, sull’isola di Hispaniola, per rispettare le sue volontà. Nel 1795 viene trasferito all’Avana quando la Spagna cede l’isola alla Francia. Nel 1899 torna in Spagna, dopo la perdita di Cuba, e lo sistemano finalmente, e speriamo definitivamente, nella Cattedrale di Siviglia. L’attuale tomba è un’opera in bronzo policromo di Arturo Mélida. Il feretro di Colombo vi appare sorretto da quattro statue a grandezza più che al naturale, che rappresentano i regni antichi di Spagna: Castiglia, León, Aragona e Navarra.

Nettuno e Cristoforo Colombo nella Mappa della Liguria, Musei Vaticani, Galleria delle Carte Geografiche

Il monumento dedicato a Cristoforo Colombo nel centro di Barcellona

Non si contano poi i monumenti che nell’America Latina, nell’America del Nord e in Liguria sono stati dedicati a Colombo. In tutti il navigatore è sempre raffigurato con il braccio destro alzato che indica un montaliano «più in là». Nel corso degli ultimi anni negli Usa, in nome di un’idea del passato confusa, alcune di queste statue sono state abbattute: sarebbe meglio però che gli statunitensi andassero a studiare un po’ di più la storia prima di dedicarsi ai vandalismi. Due sono le opere di alto livello sul piano artistico che veramente esaltano la grandezza (che fu tale) di Colombo: una è in Vaticano, nella Galleria delle Carte Geografiche, ed è un affresco databile fra il 1580 e il 1585 con Nettuno e Cristoforo Colombo facente parte della mappa della Liguria. Una scritta dice «Christoforus Columbus Ligur. Novi Orbis Repertor». Il secondo è un dipinto di Salvador Dalí di grande bellezza realizzato fra il 1958 e il 1959 e intitolato «La scoperta dell’America con la forza del sogno di Cristoforo Colombo» (St. Petersburg, Florida, Salvador Dalí Museum). L’opera rende omaggio alla Spagna cattolica e alla spedizione di Cristoforo Colombo, interpretando l’evento come una vittoria fondamentale per il Cristianesimo e la civiltà occidentale. Nello sguardo di Dalí, Colombo supera la figura del mero marinaio per trasformarsi nel prototipo del genio audace. È l’archetipo di chi insegue un sogno e si spinge oltre i confini del mondo conosciuto, mosso unicamente dall’istinto e dall’ispirazione. La composizione è intrisa di elementi sacri, tanto che Colombo assume le sembianze di un vero e proprio messaggero di Cristo. Questo misticismo religioso si fonde con la rievocazione storica e con le atmosfere del sogno e dell’inconscio, tipiche dello stile dell’artista catalano. 

Non possiamo lasciare Colombo nel suo giorno, il Columbus Day,  senza evocare ancora una volta Dario Fo e le filastrocche irriverenti che punteggiano il suo lavoro teatrale: «Colombo racconta, / rapita Isabella s’incanta: / sul mare con lui già si sente. / Un’onda, un’altra s’avanza: / intorno le gira la stanza. / “Oh, Colombo, rendici edotti / del perché nella parte di sotto / capovolto il mar non si stacca / e la gente non tombola giù?”». Già, perché in Nuova Zelanda non tombolano giù? Forse è necessaria una nuova spedizione di ricerca: chi vuole aggregarsi?

Salvador Dalì , «La scoperta dell’America con la forza del sogno di Cristoforo Colombo», St. Petersburg, Florida, Salvador Dalí Museum

Arabella Cifani, 12 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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