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Maya Tricamo Pinz, «San Guglielmo», 2025

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Maya Tricamo Pinz, «San Guglielmo», 2025

Da eroe a simbolo scomodo: il Columbus Day divide gli italoamericani

Oggi la ricorrenza, celebrata il secondo lunedì di ottobre, mese dedicato all’«Italian Heritage», è sempre più contestata e artisti, scrittori, curatori e istituzioni culturali stanno dando forma ad altre narrazioni

Per decenni il calendario dell’identità italoamericana ha avuto un centro preciso: Cristoforo Colombo, celebrato il secondo lunedì di ottobre, mese dedicato all’«Italian Heritage». Oggi quella centralità è sempre più contestata. Per molti Colombo significa colonizzazione, espropriazione e violenza sulle popolazioni indigene. A lungo associato all’orgoglio italoamericano, oggi il Columbus Day convive, e spesso si scontra, con l’«Indigenous Peoples’ Day», celebrato nella stessa data e nato dalle rivendicazioni delle comunità indigene. E ormai sono in tanti a mettere in discussione l’identificazione tra Colombo e italoamericanità: artisti, scrittori, curatori e istituzioni culturali stanno dando forma ad altre narrazioni.

La stessa centralità storica di Colombo è meno lineare di quanto suggerisca la sua presenza nel paesaggio pubblico americano. Joseph Sciorra, direttore dell’Academic and Cultural Programs al John D. Calandra Italian American Institute di New York e autore con Laura E. Ruberto di studi sul tema, ricorda che Colombo apparteneva all’immaginario nazionale statunitense fin dalla nascita della nazione. L’appropriazione etnica arrivò più tardi: «I maggiori promotori di Colombo come eroe etnico italiano non furono gli immigrati working class, ma figure che avevano il capitale culturale e finanziario per fare da intermediari tra le élite angloamericane e le masse lavoratrici, con l’obiettivo di attenuare la discriminazione che queste subivano. È una storia molto più top-down di come la raccontano». Anche la contestazione di quel simbolo ha radici più lontane: Sciorra la riconduce alle mobilitazioni native degli anni Settanta e Ottanta e ricorda italoamericani, tra cui Diane di Prima, che negli anni Novanta cercavano di separare l’identità etnica da Colombo.

La questione si intreccia con la «whiteness». L’artista John Avelluto lavora sugli stereotipi italoamericani, ma riconosce che «noi avevamo il nostro incarnato a proteggerci». I segni etnici potevano attenuarsi: «Ci mettevamo il vestito e andavamo avanti». Con quel vestito gli immigrati italiani potevano sperare di non passare per «gavones», termine denigratorio derivato da «cafone», che Avelluto ha deciso di usare come titolo della mostra da lui curata, «Gavones», in apertura al Calandra Institute il 15 ottobre, in cui nove artisti lavorano sul cibo come materiale culturale attraverso pittura, scultura, installazione, suono e performance. «Oggi siamo in un momento di riappropriazione», dice Avelluto: ciò che prima era motivo di vergogna torna come merchandise, performance, meme, opere. Ma l’identità resta mobile. Avelluto evita la definizione di artista italoamericano e rifiuta l’idea di «limitarsi a una cosa sola». Per lo scrittore Christopher Castellani l’appartenenza etnica si intreccia con classe, sessualità e professione: «L’identità è fatta di strati che si sovrappongono, è intersezionale». L’esperienza editoriale gli ha mostrato il rischio opposto: «Tu senti di essere una persona complessa con tutte queste qualità, ma il mercato vuole trasformarti in una cosa sola».

Una simile tensione attraversa la mostra «New Practices in Italian American and Italian Diasporic Contemporary Art», conclusa di recente al Calandra Institute, in cui la curatrice Rosa Berland ha riunito 30 artisti tra Usa, Canada, Australia e Argentina. «La diaspora non è un gruppo omogeneo», dice. «Ogni artista ha i suoi legami personali e regionali e un proprio processo creativo, un proprio punto di vista. Materiali, tecniche e saperi ereditati continuano a produrre cultura ed entrano nel linguaggio contemporaneo». Eppure tra le differenze affiora una continuità: il fare. È questo il centro di «A Legacy of Making», progetto che Joanne Mattera ha co-curato nella prima iterazione con Sciorra al Calandra Institute e che è poi cresciuto attraverso diverse sedi. Il 27 settembre la quinta versione apre all’Hunterdon Art Museum in New Jersey. Per Mattera il punto di partenza è familiare: «Vivendo accanto alle mie zie ho capito la creatività, il piacere di fare». Da quella memoria è nata la ricerca sulle tracce lasciate dalla stessa cultura nelle pratiche di altri artisti della diaspora. Nelle opere in mostra, l’identità non si esaurisce però nella memoria e nella tradizione, ma cambia forme e materiali nel passaggio tra le generazioni. Come nel lavoro di Jennifer Cecere che trasforma il ricordo dei centrini all’uncinetto della nonna in strutture di nylon o alluminio tagliato al laser. La stessa Mattera, realizza dipinti astratti che richiamano le tessiture che ha conosciuto nella sua famiglia.

Sul fare come produzione contemporanea lavora anche Piace, Progressive Italian American Cultural Exchange, collettivo fondato da Avelluto per spostare il focus dalla conservazione alla produzione. Il passaggio successivo è poi decidere cosa di quella produzione selezionare, esporre, collezionare e conservare. Il Museo Italo Americano di San Francisco nasce nel 1978 da un’istanza di autorappresentazione. Sandra Bagnatori, direttore esecutivo, ricorda che allora l’associazione tra italiani e mafia era forte e l’arte italiana negli Usa coincideva con il Rinascimento. La fondatrice Giuliana Nardelli voleva mostrare la contemporaneità dell’identità italiana. Oggi il museo conserva circa 900 opere. Per la curatrice Bianca Friundi: «Non si tratta semplicemente di un display di opere. Vogliamo raccontare storie». È un ruolo tutt’altro che neutrale. Sul terreno di Colombo, però, il museo sceglie di non schierarsi. «La responsabilità del museo», dice Friundi, è «mantenere vive l’identità, la cultura e l’arte italiane e italoamericane per le generazioni future».

Superato Colombo, il panorama di candidati a simbolo è affollato. Avelluto ha realizzato un’opera dedicata ad Antonio Meucci, simbolo di un lavoro immigrato mai pienamente riconosciuto; Mattera guarda a figure femminili come la missionaria Francesca Cabrini o Ella Grasso, la prima donna eletta governatrice di uno stato Usa. Ma forse non si tratta di trovare un nuovo Colombo. Sciorra insiste: «Non esiste un’unica storia italoamericana o una sola esperienza italoamericana. Esistono storie ed esperienze italoamericane, al plurale». Castellani concorda: «Nessuna figura storica dovrebbe portare quel tipo di peso». Servono «più storie, più rappresentazioni». Anche Avelluto preferisce guardare a simboli e oggetti che cambiano tra generazioni e contesti. Al posto di un monumento emergono pratiche, memorie, materiali e linguaggi. Colombo resta sullo sfondo mentre l’italoamericanità prende forma nelle cose che una comunità sceglie di fare, trasformare e conservare.

Maurita Cardone, 12 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Maurita Cardone

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