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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliSuor Orsola Maddalena (nata Theodora) Caccia (1596-1676), monaca e pittrice, fino a qualche anno fa era nota solo a livello locale e considerata artista minore rispetto al padre Guglielmo Caccia detto il Moncalvo (1568-1625).
Guglielmo fu il più significativo rappresentante della pittura tardomanierista di carattere sacro in Piemonte. Definito, con un po’ di ottimismo, il Raffaello del Monferrato, sviluppò una poetica atta a catturare i sensi dei fedeli per influenzarne le emozioni, attraverso la forza persuasiva del bello, indirizzandoli così a riconoscere le verità del Cattolicesimo. Dalla bottega di Gugliemo zampillò un dolce ruscello di centinaia di quadri con delicate Madonne, santi e santini estatici, angeli che non sfiorano la terra e le sue brutture ma sono sempre immersi in una luce paradisiaca. Nei suoi quadri tutto è delicato, tutto è composto, tutto è in ordine, dettagli incantevoli di pizzi, animalini, scorci di paesaggi e piccole nature morte li costellano. Nessuno alza la voce nessuno corre, nessuno è spettinato, visi rosati, capelli per lo più biondi, occhi azzurrini, vesti dai bei colori in cui prevalgono i blu, i gialli ocra, e certi malva e violetti proprio uguali a quelli delle viole candite che sono una specialità regionale antica, squisita e rara. Sono opere piene di sussurri dove i rumori si attenuano e anche gli angeli suonano piano, con una grazia ritegnosa tutta piemontese.
Poco prima della sua morte, Guglielmo Caccia ottenne l’autorizzazione di far aprire a Moncalvo, in un edificio di sua proprietà, un convento delle Orsoline all’interno del quale furono trasferite quattro sue figlie, tra le quali Orsola Maddalena, divenuta una valente pittrice, che rimase nel convento fino alla sua morte. Orsola, che doveva essere una donna decisa e tutt’altro che timida, si mise a capo di una piccola industria conventuale che teneva su economicamente il monastero. Le commissioni piovvero dai Duchi di Savoia, dalla nobiltà, dalle chiese di tutto il Piemonte e non solo. Orsola fu chiamata a dipingere in area mantovana e la sua fama si diffuse in tutto il Nord Italia.
La pittrice ereditò tutti i disegni e materiali di lavoro del padre e ne ripeté spesso formule e invenzioni compositive: dipingeva incessantemente santi e scene sacre firmandole però con i fiori, aiutata dalla sorella Francesca, anch’essa monaca, e nella fase tarda della vita anche da altre due monache allieve (le sorelle Bottero). I suoi quadri si distinguono infatti sempre perché in un angolo, al suolo, fra le vesti, fra i panni, occhieggiano gentili mughetti, rose olezzanti, gigli bianchi e carnosi, peonie delicate.
Ma quei fiori lei non li dipingeva solo come marginalia di quadri sacri, perché Orsola fu anche squisita autrice di nature morte che costituiscono una parte importante della sua arte e che oggi strappano prezzi altissimi quando (raramente) passano in asta per finire nei più prestigiosi musei del mondo (ricordiamo le due nature morte generosamente donate nel 2001 al Metropolitan Museum di New York che hanno contribuito ad accendere i riflettori sulla pittrice). Riappare oggi, dopo oltre 61 anni di assenza dalle scene, una meravigliosa natura morta di Orsola Caccia che sarà esposta per la prima volta a Flashback, a Torino (29 ottobre-1 novembre), negli spazi espositivi di Maurizio Canesso, illustre antiquario parigino.
Abbiamo rivolto qualche domanda in merito a una delle migliori studiose di Orsola Caccia, la professoressa Antonella Chiodo, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, che sulla pittrice ha molto scritto, con contributi fondamentali, e ora sta ultimando una monografia molto attesa da studiosi e collezionisti.
Dottoressa Chiodo, ci narri brevemente la storia di questo eccezionale dipinto.
Quando Maurizio Canesso mi ha mostrato la natura morta appena acquisita, lo stupore è stato immediato: davanti a me c’era proprio l’opera la cui ricomparsa era attesa dagli studiosi da decenni. Il dipinto, infatti, era stato visto un’unica volta, al momento della sua apparizione, nel lontano 1965, alla Mostra dell’Antiquariato di Firenze (oggi Biaf), presso la Galleria il Fiorino, ed era stato attribuito, pochi anni dopo, a Orsola Maddalena Caccia da Giovanni Romano che lo pubblicò, nel 1971, sulla rivista «Paragone». Da quegli anni se ne erano perse le tracce fino alla recente riscoperta.
Quali sono le particolarità che rendono unica quest’opera ?
L’alzata con melone, frutti, fiori e animali racchiude l’incanto dello sguardo di Orsola Maddalena Caccia sulla natura e i caratteri originali del suo raffinato ed enigmatico linguaggio nel panorama della natura morta italiana del Seicento. Un esito della maturità artistica della pittrice, come anche le altre nature morte autografe del suo esiguo corpus. La sofisticata resa pittorica e l’accurata intonazione cromatica restituiscono il dato naturale nelle sue molteplici forme: dalla carnosità del melone spaccato al centro dell’alzata, elemento distintivo dell’opera, alla farfalla e al rigogolo dalle vivaci cromie in primo piano, dalle foglie accartocciate del ramo di gelso alle peonie bianche e rosse colte nel loro sfiorire, motivi allusivi alla caducità della vita. La composizione ideata da Orsola Maddalena Caccia, attraversata da una luce satura che rende i colori assoluti, appare in una sospesa immobilità, come una natura morta metafisica. Anche la qualità della stesura pittorica è molto sostenuta, distinguendosi positivamente rispetto alle altre nature morte di Caccia, a cui si aggiungono la presenza di animali, un elemento molto raro nelle sue composizioni di questo tipo, e gli elementi naturali risposti sopra un’alzata, un unicum in tutta la sua carriera. L’opera è anche un’importate testimonianza dello stretto dialogo intercorso tra l’artista e gli esiti della coeva pittura lombarda di nature morte di matrice borromaica, nonché di altre artiste emergenti, su tutte la milanese Fede Galizia (1578-1630).
Consiglio pertanto a tutti quelli che visiteranno Flasback di passare a vedere questo dipinto e a goderlo nei dettagli. Un dettaglio può essere a volte poco visibile, ma può essere in grado di disegnare nel quadro l’intimità dell’anima di chi lo ha dipinto. Il quadro di Orsola descrive il processo mentale di una immaginazione devota e avvia a una contemplazione interiore dove il mistero della fede non è oggetto di un approccio teorico ma di una esperienza di affetti e di dialogo con le cose.
Orsola Maddalena Caccia, «Frutta e fiori», 1630 ca, New York, Metropolitan Museum of Art
Orsola Maddalena Caccia, «Natura morta con peonie, gigli, frutta e uccello», collezione privata
Arabella Cifani
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