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Una veduta della cripta dei tre scheletri nella Chiesa dei Cappuccini a Roma

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Una veduta della cripta dei tre scheletri nella Chiesa dei Cappuccini a Roma

Quando l’orrore diventa bellezza: il macabro fascino della morte

Le mirabolanti invenzioni decorative del design scheletrico. Quando le ossa edificano il sacro e la dispersione dei corpi si fa messinscena: un metodo pratico per provare ad esorcizzare la paura della morte

Arabella Cifani

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Vi è mai capitato di avere paura alla sola idea di vedere un cimitero abbandonato, un ossario, un film dell’orrore , ma di provare comunque il desiderio di vederlo nonostante tutto? Perché siamo attratti  dalla morte ma al contempo non ne vogliamo sentire parlare e la maggior parte della gente in merito fa un sacco di scongiuri? E perché ci piace comunque vedere cose che ci fanno paura? Dai cimiteri agli scheletri ai cadaveri composti in ogni tipo di salsa, l’attrazione per la morte è una cosa che accompagna l’umanità da millenni e forse questo è il segreto del successo moderno di Halloween e del suo dilagare balordo anche in nazioni dove non esisteva.

Il Cattolicesimo ci ha sempre insegnato fin dalle origini che la contemplazione della morte deve fare parte delle nostre vite. Ma con la Controriforma e con il Barocco si passò a qualcosa di meglio: la morte divenne spettacolo, e che spettacolo. A Roma, in via Veneto, la Chiesa dei Cappuccini custodisce fra le sue navate tesori d’arte. Ci sono quadri di Guido Reni, di Giovanni Lanfranco, e, forse, di Caravaggio; c’è la tomba monumentale (opera di Camillo Rusconi) di Alessandro Sobieski, principe polacco, morto nel 1714, figlio di quel Giovanni Sobieski, eroe della nazione polacca, che fu il vincitore dei Turchi a Vienna. Ma in questo caso non è la chiesa che ci interessa, ma la sua pancia, quello che sta sotto: la cripta-ossario baroccamente decorata con le ossa di circa 4mila frati, raccolte tra il 1528 e il 1870 dal vecchio cimitero dell’ordine dei cappuccini. Tradizione vuole che la terra di questo cimitero sia terra santa trasportata qui dalla Palestina o addirittura da Gerusalemme. All’ingresso della cripta c’è scritto su una targa: «Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete». Incoraggiante. Poi procedendo si trova un corridoio di una trentina di metri lungo il quale si aprono sei grandi ambienti e non potete immaginare, se non lo vedete, che cosa possano divenire delle ossa umane smontate e rimontate a formare, ad esempio, lampadari: con 4 scapole potete farvi anche in casa un ottimo lampadario; le scapole sono trasparenti e fanno passare bene la luce e il lampadario diventa un vero e proprio oggetto di design. Nella successione degli ambienti troviamo la prima cripta  che si chiama «dei tre scheletri» perché esibisce tre scheletri di infanti, simboli della precarietà della vita e della morte universale. Le ossa si dispongono come motivi floreali e creano nicchie dove sono anche i resti di tre cappuccini. Nel soffitto e nella parte alta delle pareti un tripudio di vertebre inanellate (le vertebre si prestano molto a queste tipologie di ornati) circonda lo scheletrino di un bambino che la leggenda vuole sia una principessa Barberini, con falce e una bilancia a raffigurare la morte stessa e il successivo giudizio. Lo stile dei decori richiama già il Rococò, un Rococò duro, ossuto si direbbe, ma di grande effetto. Segue poi la cripta delle tibie e dei femori ricca di elementi simbolici. Le pareti laterali presentano nicchie con corpi di cappuccini in piedi. Cataste di ossa e crani ornano gli archi e i capitelli. La parete di fondo e la volta sono riccamente decorate con ossa e teschi, con motivi floreali e croci di vertebre e non si può nemmeno concepire quanto in realtà tibie e femori, usati come sostegni e scanalature di teschi siano funzionali ad una architettura barocca. La seguente cripta dei bacini è molto berniniana. I bacini infatti, infilati uno sopra l’altro, creano una sorta di onda barocca che pare uno di quegli zoccoli naturalistici che piacevano tanto al grande scultore. Ci sono cappuccini sdraiati sotto arcosoli, mentre la parete di fondo presenta una composizione di ossa e crani. Tre cappuccini sono accomodati, o meglio appesi, in nicchie, con quello centrale sotto un baldacchino decorato con ossa e vertebre, sormontato da teschi e rosoni. La volta è ornata da fasce trasversali di bacini, vertebre e ossa lunghe, terminate da stelle a otto punte e ancora una volta  l’utilità delle vertebre come elemento decorativo ritorna in tutta la sua evidenza. Se siete ancora vivi e non sufficientemente spaventati, potete procedere per la «cripta dei teschi» al cui fondo sta una clessidra alata dove scapole e coccigi si esprimono al loro meglio sul versante grafico. Le vertebre qui diventano spumoso elemento di decoro delle nicchie, mentre nella volta si scatenano fantasie di omeri e clavicole la cui forma ricurva è perfettamente funzionale all’effetto barocco. Se ci riuscite osservate anche il corridoio impreziosito da triangoli formati da mandibole e da un rosoncino costituito da ossa della spalla. La seguente cappella della messa è un posto quasi allegro a confronto, dove i teschi incoronano un bel dipinto di Jan François Courtois, raffigurante Maria con il Bambino e, ovviamente, le anime del purgatorio. Per incoraggiare i fedeli depressi da tanta morte vi è, alla fine, la cripta della resurrezione ornata con una tela con la resurrezione di Lazzaro. Anche qui trionfano teschi, femori e tibie in arcosoli che contengono due cappuccini (ovviamente morti e stecchiti) mentre la volta è ornata da rosoni di ossa sacre, cornici di vertebre e archi formati da costole.

Una veduta di San Bernardino alle Ossa a Milano

Bisogna ammettere che lo spettacolo è un po’ pesante  per animi sensibili o delicati, ma vogliamo ricordavi che non è l’unico ambiente ossificato che abbiamo in Italia. Nella razionale e indaffarata Milano potete infatti godere dello show di San Bernardino alle Ossa, chiesa situata in un’area dove sorgeva un ospedale e dove quindi non mancava mai la materia prima. Migliaia di teschi di milanesi occhieggiano da dietro le grate dell’ossario, ordinati e tranquilli come se fossero in metropolitana nell’ora di punta. L’idea di questa chiesa milanese piacque sommamente a re Giovanni V del Portogallo in visita a Milano nel 1738, tanto che ne ordinò la copia esatta nella città di Évora, vicino a Lisbona, copia che divenne la celebre Capela dos Ossos.

Poiché il genere piaceva, molte altre chiese seguirono poi in Europa e la più elegante, fuori dall’Italia, è certamente quella dell’Ossario di Sedlec a Kutnà Hora, non lontano da Praga, decorata da intrecci macabri fatti da ben 40mila resti umani. È la più inquietante, da non visitare di sera o con neve e nebbia e dove non si può che ammirare l’inventiva di chi ha progettato lampadari barocchi a gocce di ossa spaventosamente belli.

La scelta di decorare chiese o cripte con le ossa, che potrebbe apparire lugubre e macabra, è in realtà un modo di esorcizzare la morte e di sottolineare come il corpo non sia che un contenitore dell’anima, e in quanto tale, una volta che essa l’ha abbandonato, il contenitore si può riutilizzare in altro modo.

Possiamo essere intimoriti nel trovarci davanti a delle scene forti e raccapriccianti come quelle che si vedono in queste chiese, ma di solito non resistiamo e così scopriamo di sentirci attratti dallo spavento e dal terrore pur avendo paura della paura. Nel passato visitare i luoghi di cui abbiamo parlato è stato un modo per esorcizzare la paura della morte e per cercare di creare, a livello del subconscio, delle ipotetiche strategie per fronteggiarla. Credo che l’effetto sia ancora valido oggi. La paura diventa così uno strumento per non avere paura. L’essere umano è attratto da ciò che spaventa perché cerca emozioni forti. Questo brivido ci permette di affrontare le nostre fobie in modo stimolante e di testare i nostri limiti, scoprendo quanto eventualmente siamo o non siamo coraggiosi. Riuscire a guardare in faccia ciò che ci impaurisce, come la morte, ci fa sentire più sicuri di noi stessi. In più, questa esplorazione è quasi sempre innocua: guardare teschi e scheletri che non si muovono e non fanno danni di nessun genere, ad esempio, ci permette di vivere la paura della morte cercando di  mantenere una distanza di sicurezza dal pericolo.

Usciti da una di queste chiese ripiene di morte proviamo pertanto spesso un senso di sollievo e soddisfazione, consapevoli di aver affrontato qualcosa di spaventoso, ma in sicurezza. Esiste comunque una sottile linea di confine fra paura, piacere, morbosità e vouyerismo. Ciò che ci terrorizza può anche affascinarci, purché ci separi uno schermo solido. Il brivido della paura diventa puro divertimento solo quando sappiamo di essere al sicuro. Allo stesso modo, la curiosità morbosa e il voyeurismo si alimentano guardando ciò che è proibito o inquietante in una finestra sull’ignoto che accende l’eccitazione senza alcun pericolo reale. Alla fine, è proprio questa distanza protettiva a trasformare l’orrore in piacere, regalandoci forti emozioni a costo zero.

Qualcosa di simile a quello che afferma fra 1619 e 1620 il poeta Giovanni Battista Marino: «spesso l’horror va col diletto», riferendosi alla contemplazione del celebre e drammatico quadro di Guido Reni con la «Strage degli Innocenti» (1611).

È un bel discorso questo, testato dalla più rassicurante psicologia moderna, ma io però vorrei sapere come mi sentirò, e come vi sentirete, visto che siamo tutti uniti da un comune destino, quando il Signore e con lui la morte verranno «come un ladro nella notte» (Matteo 24,43), quando meno ce lo aspettiamo. Potrebbe apparirci la bambina scheletrita con la falce e la bilancia e tutti i teschi che abbiamo esaminato con cuore leggero potrebbero mettersi a ridere più ancora del ghigno beffardo che a loro è dato dalla natura.

Uno dei lampadari d’ossa nell’Ossario di Sedlec a Kutnà Hora

Arabella Cifani, 31 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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