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Ilaria Bernardi
Leggi i suoi articoliL’archivio non è soltanto uno strumento per conservare, tutelare e promuovere ciò che un artista ha realizzato nel corso della sua vita, ma può essere altresì il processo fondativo dell’operare artistico stesso. A dimostrarlo sono soprattutto alcuni giovani artisti internazionali che, oltre a catalogare le proprie opere e i documenti utili a raccontare il loro percorso, costruiscono un archivio parallelo di fonti utili per la creazione. Ne è un eccellente esempio Petrit Halilaj, nato a Kostërrc, in Kosovo, nel 1986, e attualmente uno degli artisti più affermati internazionalmente della sua generazione.
C’è un momento fondativo nella biografia di Halilaj che coincide con la nascita dell’archivio. Nel 1999, tredicenne, fugge con la famiglia dalla guerra del Kosovo e approda al campo profughi di Kukës, in Albania. Lì, uno psicologo italiano, Giacomo Poli, gli mette in mano carta e pennarelli: ne nascono decine di disegni in cui la memoria del villaggio di Runik (gli animali, le case, i campi) si mescola alle immagini della violenza appena vissuta. Quei fogli, conservati per anni, non sono soltanto il documento di un trauma infantile, ma costituiscono il primo nucleo di un archivio personale che l’artista avrebbe riattivato oltre vent’anni dopo, nella mostra «Very volcanic over this green feather» alla Tate St Ives nel 2021, trasformando i disegni in immense superfici sospese, attraversabili dal visitatore come un paesaggio mentale. È in questo triplice gesto del custodire, ingrandire e restituireche si condensa il rapporto di Halilaj con l’archivio: mai deposito inerte, sempre materia viva da riportare nel presente.
Per comprendere la centralità dell’archivio nella sua pratica occorre partire da un dato storico: il Kosovo è un Paese la cui memoria istituzionale è stata sistematicamente frammentata, dispersa, riscritta. Gli archivi di Stato, i musei, le collezioni scientifiche hanno subito le conseguenze dei conflitti e delle tensioni identitarie che hanno attraversato i Balcani. Halilaj lavora esattamente su questa faglia: là dove l’archivio ufficiale manca, è stato smantellato o tace, l’artista ne costruisce uno alternativo, poetico e insieme rigorosamente documentale. Il caso più evidente riguarda il Museo di Storia Naturale del Kosovo a Pristina. Nei primi anni Duemila, la collezione ornitologica e zoologica del museo, costituita da centinaia di esemplari tassidermizzati, venne rimossa e relegata in depositi di fortuna per fare spazio a un allestimento etnografico ritenuto più funzionale alla costruzione dell’identità nazionale. Halilaj, venuto a conoscenza di questa rimozione, ha condotto una vera e propria indagine archivistica, rintracciando gli esemplari dispersi, fotografandoli, inventariandoli, e facendone il cuore del primo Padiglione del Kosovo alla Biennale di Venezia nel 2013 e di una serie di opere successive, in cui gli animali perduti vengono ricreati in terra ed escrementi, materiali poveri e fertili al tempo stesso. L’operazione non è nostalgica, bensì funge da contro-archiviazione funzionale a denunciare la selettività di ogni politica della memoria, mostrando ciò che una nazione sceglie di dimenticare nel momento stesso in cui decide cosa ricordare.
Il repertorio della storia naturale, del resto, rimane sempre presente nell’immaginario di Halilaj, che, alla Biennale di Venezia del 2017, «Viva Arte Viva», presenta enormi falene realizzate in tessuti tradizionali kosovari, ingrandimenti smisurati di specie realmente censite nella fauna del suo Paese. Anche qui il punto di partenza è un dato d’archivio, ossia la classificazione entomologica, ma l’esito è piuttosto una fauna fantastica e affettiva, cucita con stoffe domestiche, che trasforma la tassonomia scientifica in racconto intimo. Il metodo ricorrente dell’artista è dunque il seguente: il documento viene sempre attraversato dal corpo, dalla biografia, dal desiderio come se l’unico modo di salvare un archivio fosse abitarlo.
Analogo è il lavoro condotto sul sito neolitico di Runik, il villaggio dell’infanzia. Gli scavi archeologici degli anni Sessanta e Ottanta portarono alla luce reperti straordinari (poi finiti in gran parte nei depositi dei musei di Belgrado o dispersi), tra cui la celebre ocarina di Runik, considerata il più antico strumento musicale dei Balcani. Nella mostra «RU» al New Museum di New York nel 2017, Halilaj ha ricostruito quei reperti inaccessibili basandosi su fotografie e documenti d’archivio, affiancandoli a sculture di uccelli e a materiali provenienti dalla casa di famiglia. L’archivio archeologico, sottratto alla comunità che ne è erede, viene così riattivato per via artistica: la copia, la rievocazione, il calco diventano strumenti di restituzione simbolica di un patrimonio confiscato dalla storia. Nel 2018, con «Shkrepëtima», un progetto sviluppato tra Runik, la Fondazione Merz di Torino e lo Zentrum Paul Klee di Berna, l’indagine si è spostata sull’archivio di un’istituzione culturale locale: la Casa della Cultura di Runik, costruita nel dopoguerra jugoslavo e ridotta in rovina. Halilaj ne ha scavato letteralmente le macerie, recuperando frammenti di scenografie, locandine, programmi teatrali, e ha restituito quella memoria alla comunità con una performance corale tra le rovine stesse. In questo caso, l’archivio non è solo oggetto di studio, ma diviene dispositivo di riattivazione collettiva: i documenti ritrovati tornano a essere partitura per un evento vivo, condiviso, effimero come il teatro che quella casa aveva ospitato.
Ma forse l’esito più sorprendente di questa poetica «archivistica» è «Abetare», l’installazione, parte dell’omonima serie di opere, concepita per il Roof Garden del Metropolitan Museum di New York nel 2024. Il titolo «Abetare» rimanda all’abbecedario albanese, il libro su cui generazioni di bambini kosovari hanno imparato a leggere. Il punto di partenza è un archivio che nessuna istituzione avrebbe mai pensato di costituire: i graffiti incisi dagli studenti sui banchi di scuola. Halilaj ha recuperato i vecchi banchi della sua scuola elementare di Runik destinati alla distruzione; ha poi esteso la ricognizione ad altri istituti dei Balcani, fotografando e catalogando migliaia di disegni incisi (fiori, uccelli, casette, parole, simboli…). Da questo archivio di disegni anonimi ha tratto e continua a trarre monumentali sculture in acciaio che si stagliano contro il cielo del luogo in cui sono esposte. Lo scarabocchio, la distrazione, il desiderio inciso di nascosto vengono archiviati e innalzati a monumento, rovesciando la gerarchia tra memoria ufficiale e memoria minima.
Anche la produzione più recente conferma questa predisposizione al lavoro archivistico quale base per l’operare artistico, spostandola verso l’archivio immateriale della tradizione orale. Nella grande personale «An Opera Out of Time»all’Hamburger Bahnhof di Berlino nel 2025-26 il fulcro è «Syrigana», la prima opera lirica realizzata dell’artista, presentata in anteprima nel giugno 2025 come performance all’aperto nella campagna kosovara e poi riconfigurata in forma di installazione e concerto nel museo berlinese, con la Filarmonica del Kosovo. Syrigana è un sito mitico, un villaggio più che trimillenario nei pressi di Runik: leggende, canti, racconti tramandati oralmente costituiscono qui il «documento» da cui l’opera prende forma. È il più recente tassello di una ricerca che nel 2025 è valsa a Halilaj il prestigioso Nasher Prize per la scultura: il riconoscimento a una pratica che ha saputo fare della memoria (personale, nazionale, archeologica, scolastica, orale) la propria materia prima.
Se si osserva il suo intero percorso, emerge una concezione dell’archivio profondamente diversa da quella conservativa che domina il discorso istituzionale, museale e archivistico puro. Per Halilaj l’archivio non è ciò che protegge il passato dal tempo, ma ciò che permette al passato di agire nel presente e di immaginare futuri alternativi. I suoi archivi sono sempre feriti (dispersi, censurati, sepolti, incisi di nascosto) e proprio per questo chiedono non custodia ma riparazione. L’artista li tratta con il rigore del ricercatore(l’inventario, la ricognizione fotografica, il confronto con le fonti) e insieme con la libertà del poeta: ingrandisce, trasla di materiale, sospende nello spazio, mette in scena. In questo doppio movimento, filologico e visionario, il lavoro di Halilaj offre una lezione preziosa anche a chi si occupa professionalmente di archivi: ricorda che ogni archivio è un campo di forze, che la selezione è sempre un atto politico e che la vera conservazione non è quella che immobilizza i documenti, ma quella che ne mantiene aperta la capacità di parlare a comunità vive. Dai disegni di un bambino profugo ai banchi di scuola incisi, dagli uccelli impagliati rimossi da un museo ai canti di un villaggio millenario, Halilaj ha costruito un contro-archivio del Kosovo che è, al tempo stesso, uno dei più lucidi discorsi sull’archivio tout-court prodotti dall’arte contemporanea.
Ilaria Bernardi
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