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Ilaria Bernardi
Leggi i suoi articoliL’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia affonda le proprie radici negli anni precedenti alla prima Esposizione Internazionale d’Arte del 1895: fin dal 1894, infatti, la Biennale iniziò a raccogliere documenti relativi alla propria attività, nella consapevolezza che la memoria delle manifestazioni costituisse una testimonianza del passato e uno strumento strategico per progettare il futuro. L’Archivio fu poi istituito come ente autonomo nel 1928, grazie ad Antonio Maraini, allora segretario generale, che ottenne alcuni locali a Palazzo Ducale. L’8 novembre 1928 venne inaugurato l’Istituto Storico d’Arte Contemporanea, affidato alla direzione di Domenico Varagnolo. Nel 1930, con la trasformazione della Biennale in ente autonomo, l’Istituto assunse il nome di Archivio Storico d’Arte Contemporanea (Asac). Nel 1934 avviò persino una propria attività editoriale con il periodico «L’arte nelle mostre italiane». Da allora l’Asac ha accompagnato l’evoluzione della Biennale, custodendo non soltanto documenti amministrativi e corrispondenze, ma anche fotografie, manifesti, audiovisivi, partiture, rassegne stampa, fondi artistici e materiali legati agli artisti, alle opere e alle mostre. L’archivio è organizzato attorno a un nucleo centrale, il Fondo Storico, che raccoglie corrispondenza, atti amministrativi, contratti e documentazione relativa all’organizzazione delle attività della Biennale. A questo si affianca una vera e propria «galassia» di fondi autonomi: Fototeca, Mediateca, Raccolta documentaria, Rassegna stampa, Fondo Manifesti, Fondo Artistico e numerosi fondi speciali. «La complessità dell’Asac, sottolinea , sua resDebora Rossi, sua responsabile, deriva non soltanto dall’eterogeneità delle tipologie documentarie conservate, ma anche dal fatto che esse riguardano tutte le discipline della Biennale: arti visive, architettura, cinema, musica, teatro e danza, ciascuna con modalità organizzative e archivistiche differenti».
Negli ultimi vent’anni l’archivio è stato oggetto di un importante lavoro di riordino e messa in sicurezza realizzato in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica. «Il principio guida, continua Debora Rossi, è stato quello di conservare non solo i documenti, ma anche le relazioni originarie tra essi, mantenendo l’organizzazione storica dei fascicoli e delle serie. Questo approccio riflette una concezione archivistica secondo cui il valore della documentazione non risiede nel singolo documento, ma nel contesto che lo collega agli altri materiali». Parallelamente è stato avviato un vasto programma di digitalizzazione. La Fototeca è oggi completamente digitalizzata e catalogata secondo standard compatibili con quelli dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (Iccd), mentre la Mediateca raccoglie e conserva materiali audiovisivi prodotti dagli anni Settanta a oggi. Per gestire una struttura così complessa è stato sviluppato un database proprietario, denominato Asac dati, concepito per integrare fondi di natura e discipline differenti.
Per quanto riguarda la sede, l’Asac fu collocato prima a Palazzo Ducale, e a seguire a Ca’ Corner della Regina, e poi a Porto Marghera ma con la biblioteca ai Giardini. Lo spazio fisico dove ancora oggi è possibile consultarlo (il Parco scientifico tecnologico Vega di Porto Marghera) è però del tutto svincolato dal luogo dove i fatti documentati dall’archivio si sono svolti. Era quindi doveroso riportare l’Asac, simbolicamente e fisicamente, nel suo cuore produttivo, negli spazi in cui si svolgono le mostre della Biennale Arte e Architettura e i Festival di Danza Musica e Teatro, attribuendogli uno spazio autonomo e al contempo osmotico rispetto a quelle attività. «Il trasferimento dell’Asac all’Arsenale, nel grande spazio appena ristrutturato, sarà completato nel 2027», spiega Debora Rossi. La nuova sede, collocata nel Magazzino del Ferro, edificio storico dell’Arsenale adiacente alle Corderie, occupa circa 8mila metri quadrati e nasce dal recupero e dalla rifunzionalizzazione di spazi appartenenti al Comune di Venezia. I lavori, avviati nel marzo 2024, sono stati realizzati grazie ai finanziamenti del Ministero della Cultura nell’ambito degli interventi strategici legati al Piano Nazionale Complementare al Pnrr per i «Grandi attrattori culturali». «Oltre ad ampliare gli spazi di conservazione, ricerca e catalogazione, puntualizza Debora Rossi, questo trasferimento consentirà di aumentare le postazioni di consultazione, ospitare residenze di ricerca di lungo periodo, accogliere fondi esterni e sviluppare attività didattiche legate alla conservazione documentaria. L’obiettivo è trasformare l’Asac in un centro internazionale di produzione, ricerca e sperimentazione sulle arti contemporanee».
Per lo stesso Paolo Baratta, già presidente della Biennale, il ritorno dell’Archivio all’Arsenale è un fatto di grande significato perché restituisce «una rappresentazione corporea a un’istituzione viva. Si tratta di un archivio concepito non come deposito chiuso o luogo totemico, ma come parte attiva della vita culturale della città. Aperto è la parola fondamentale», collegando questa nuova fase alla riforma del 1998 e all’idea di una Biennale fondata sulla libertà dello sguardo, sulla responsabilità critica del visitatore e su un rapporto diretto con l’arte. Collocandosi accanto agli spazi espositivi dell’Arsenale, l’Asac produrrà un’osmosi fra ciò che resta delle mostre e ciò che continua a generarsi attraverso di esse; diventerà una sorta di «settimo settore» della Biennale: non soltanto un luogo di conservazione, ma un ambito autonomo di attività. È il presidente Pietrangelo Buttafuoco a ricordare, infatti, che «l’archivio, nella sua immagine più semplice, nasce dal semplice gesto di prendere un documento, ma, dentro la Biennale, quel documento può diventare un fatto d’arte, un’occasione di studio, una forma di trasmissione. L’Asac è il luogo in cui la memoria della Biennale non si limita a sedimentare, ma continua a respirare nel presente».
In verità, negli ultimi anni la vocazione a concepire l’archivio come «settimo settore» della Biennale era già emersa grazie a mostre, progetti speciali, residenze e programmi di studio. Dal 2021 l’Asac ha infatti intensificato incontri, giornate di ricerca e attività pubbliche: il Biennale College Asac-Scrivere in residenza ha coinvolto giovani studiosi e studenti, mentre collaborazioni con università e istituzioni veneziane e italiane hanno trasformato l’Archivio in una piattaforma di formazione. È Roberto Cicutto, anch’egli già presidente della Biennale, a ricordare che «già negli anni del Covid-19 abbiamo organizzato la mostra “Le muse inquiete”, costruita attraverso materiali d’archivio, la quale ha fatto emergere con forza la possibilità di un uso più ampio, accessibile e popolare del patrimonio storico. L’Archivio è infatti il luogo in cui la memoria diventa formazione e conoscenza condivisa». L’apertura di un nuovo spazio per l’Asac si colloca altresì in un più ampio processo di riconoscimento istituzionale del contemporaneo da parte del Ministero della Cultura, come afferma Angelo Piero Cappello, direttore generale per la Creatività Contemporanea del MiC: «Il Ministero, nato con una prevalente missione di tutela e conservazione, ha progressivamente intensificato l’attenzione verso la creatività contemporanea e la rigenerazione degli spazi culturali. Restituire al contemporaneo la vita che merita significa accogliere il passato in un contesto vivo e trasferirlo al futuro». Collocato nell’Arsenale, l’Asac espliciterà ancor meglio la sua missione: anziché enorme «scatola dei ricordi» della Biennale, l’Archivio costituisce il suo centro nervoso e propulsivo; il luogo in cui ciò che è accaduto non viene solo conservato, ma continuamente interrogato e rimesso in moto per generare nuovi progetti. Troverà dunque una casa capace di corrispondere alla sua identità contemporanea di archivio, biblioteca, laboratorio, centro di ricerca, spazio pubblico. In una città spesso sospesa tra memoria e consumo della memoria, questo progetto indica una possibilità diversa: fare del passato non un’immagine da contemplare, ma una materia da studiare, riattivare, discutere. La memoria, qui, non è chiusura, è una forma di apertura verso il presente e il futuro.
Ilaria Bernardi
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