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Ettore Spalletti nel suo studio, 2019

© Patrizia Leonelli, courtesy della Fondazione Ettore Spalletti

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Ettore Spalletti nel suo studio, 2019

© Patrizia Leonelli, courtesy della Fondazione Ettore Spalletti

Perpetuare la memoria come gesto poetico eterno: l’archivio di Ettore Spalletti a Cappelle sul Tavo

La Fondazione dedicata all’artista opera mutuandone la visione, le prassi operative, la dimensione ambientale e contemplativa 

Ilaria Bernardi

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Ettore Spalletti è nato a Cappelle sul Tavo nel 1940, dove ha vissuto fino alla scomparsa nel 2019. Fin dagli anni ’70 ha sviluppato una ricerca distante dalle correnti dominanti, al confine tra pittura, scultura e architettura. Le sue opere sono caratterizzate da superfici vibranti ottenute attraverso la sovrapposizione e la levigatura dell’«impasto» da lui messo a punto. Corpi di colore che assorbono e restituiscono la luce atmosferica, capaci di suscitare un forte desiderio tattile. Una pelle sensuale che si trasforma in pulviscolo sottile a ogni abrasione; una soglia, un dispositivo che trasforma lo spazio circostante in luogo di accoglienza, di sospensione, di ascolto. Non a caso Spalletti scelse come titolo per una sua mostra una frase di Paul Valéry: «Ce qu’il y a de plus profond dans l’homme, c’est la peau».

Le sue opere non occupano un luogo, ma lo rendono eternamente vivo; non lo definiscono una volta per sempre, ma ne registrano gli umori presenti e futuri. È già nella pratica stessa di Spalletti, dunque, che si cela una dimensione legata alla memoria, al custodirla e al renderla accessibile nel tempo. Non è strano che il suo archivio sia nato non come struttura postuma, ma come pratica interna al suo operare. Dagli anni Novan, Spalletti ha iniziato a registrare la propria produzione attraverso forme non convenzionali: dal 1974 al 1990, su un rotolo di carta da spolvero di 15,30 metri era solito disegnare in successione le opere da realizzare o già realizzate, indicando le dimensioni, le proporzioni, il colore (successivamente utilizzerà fogli di carta Fabriano raccolti nel libro Disegno). Si trattava di una narrazione per immagini capace di documentare le singole opere, ma soprattutto di restituire il rapporto tra loro e lo spazio. Nel tempo, Spalletti ha sviluppato ulteriori strumenti di memoria, come i modelli in legno dipinto conservati nello studio e i taccuini contenenti riflessioni, studi di allestimento, frammenti di testi, immagini mentali, disegni dei suoi lavori spesso accompagnati da poesie. «Le poesie che trascriveva sono come i quadri: si colgono tutte insieme, in un unico sguardo, tanto che alcune sono scritte anche sul retro delle opere, come una dimensione nascosta e segreta, ma integrante», spiega Patrizia Leonelli, compagna di vita e di lavoro dell’artista fin dalla metà degli anni ’90, quando ha iniziato con lui a ordinare il materiale d’archivio: «Per anni siamo stati solo io e lui in studio: l’archivio nasce da lì, da una conoscenza quotidiana del lavoro».

L’archivio, consolidatosi nel tempo, è poi diventato il nucleo operativo della Fondazione Ettore Spalletti, istituita da Leonelli nel 2022 nel luogo dove è sempre stato lo studio dell’artista. «Fino al 2019 l’ho accompagnato, e lui ha accompagnato me, ricorda Patrizia Leonelli: mi chiese di prendermi cura del suo lavoro se non ci fosse più stato. Ho voluto fare la Fondazione a lui dedicata, era un suo desiderio; per me, il suo abbraccio». L’obiettivo della Fondazione, di cui Leonelli è anche presidente, è tutelare e preservare la produzione di Spalletti attraverso la gestione dell’archivio e il rilascio delle autentiche, nonché promuovere iniziative (mostre, conferenze, pubblicazioni...) volte a diffondere la sua opera. Lo staff è composto da un archivista e da due assistenti storici dell’artista.

Il lavoro archivistico è iniziato con la raccolta e la catalogazione sistematica di tutto il materiale, inizialmente suddiviso in base al supporto (negativi, fotografie, diapositive, fotocolor, documenti cartacei...) e per tipologia (disegni, progetti, testi, corrispondenza, cataloghi, libri d’artista...). Questo ordinamento è stato utile anche per trarre informazioni tecniche, espositive e bibliografiche di ogni opera. Nel 2006 è iniziata la digitalizzazione in alta risoluzione di tutto il materiale d’archivio, nonché la pulitura delle immagini alterate dal tempo, come i fotocolor. Per quanto concerne gli scatti fotografici, si è resa necessaria la distinzione tra «fotografie opera» (seppur in numero limitato) e «fotografie documento», come ad esempio la bella immagine di Giorgio Colombo esposta nello studio che costituisce l’unica testimonianza della performance avvenuta nel 1976 al Bagno Borbonico di Pescara. Particolare è il modo di conservare i libri e i cataloghi: per proteggerli, Spalletti era solito avvolgerli con un foglio di carta velina il cui diverso colore ne identificava il contenuto; la Fondazione ha mutuato tale modalità conservativa e identificativa. Tutto il materiale d’archivio, così come le opere, oggi viene catalogato tramite un database digitale studiato ad hoc, strutturato in modo da consentire la ricerca per opera, anno, dimensioni, edizioni, mostre e pubblicazioni attraverso l’utilizzo di parole chiave. In una specifica sala della Fondazione è possibile consultare i materiali d’archivio sia in formato cartaceo sia in formato digitale. Anche attraverso il continuo contatto con collezionisti e istituzioni, la Fondazione si impegna nell’ampliamento dell’archivio e del database delle opere. Ogni opera è registrata secondo una classificazione precisa (dipinti, sculture, disegni, libri d’artista, edizioni), con codici distinti ma tra loro interconnessi. Il rilascio delle autentiche è compito esclusivo della Fondazione: avviene attraverso un documento ufficiale timbrato che include una dichiarazione di riconoscimento e una descrizione dettagliata dell’opera (titolo, anno, tecnica, misure, immagine e numero d’archivio). «Abbiamo sostituito la vecchia pratica della firma sulla fotografia con una scheda completa, spiega Leonelli, che certifica e allo stesso tempo restituisce tutte le informazioni sull’opera». Come avveniva prima della scomparsa dell’artista, nel 2019, ancora oggi i restauri vengono eseguiti esclusivamente nel suo studio, ora sede della Fondazione, dai suoi collaboratori di lunga data e da Leonelli. «Quando Ettore terminava un’opera, dichiara, voleva che una piccola quantità di impasto di colore fosse conservata, si sarebbe rivelata utile se l’opera fosse stata danneggiata. Un prezioso “archivio di colori” a cui la Fondazione può attingere in fase di restauro». Tra gli obiettivi della Fondazione c’è anche il restauro di opere pubbliche permanenti attraverso consulenze gratuite e la messa a disposizione del materiale originale di progetto. Nel maggio 2024, a seguito di una conferenza pubblica, sono iniziati i lavori di restauro, ormai giunti al termine, di «Fontana», opera realizzata nel 2004 nella piazza del Tribunale di Pescara. Oggetto di restauro sarà anche la «Salle des départs» (1996), commissionata dall’Ospedale Raimond Poincaré di Garches-Parigi e dal Ministero francese della Cultura attraverso la Fondation de France. Tra i progetti futuri della Fondazione si annoverano: l’ampliamento del sito web con la selezione di tutto il materiale che vi confluirà; la pubblicazione di un libro che includa gli appunti presenti nei taccuini dell’artista (destinato ad affiancare l’ultimo volume progettato da Spalletti nel 2019 contente solo immagini, o meglio, frammenti di opere da lui scelte); la realizzazione del progetto per trasformare il sito dove si trova la casa dei genitori dell’artista a Cappelle sul Tavo in un parco e giardino pubblico a lui dedicato; un ciclo interdisciplinare di incontri nel solco della ricerca svolta da neuroscienziati sugli spazi e i colori di Spalletti. Nell’attesa di intraprendere anche la curatela del catalogo ragionato, l’archivio è e rimarrà per sempre un ambiente messo a disposizione degli altri, in linea con la poetica dell’artista che era solito affermare «quando penso a un’opera la penso come un dono». Così facendo, il suo archivio mutua il senso più profondo della sua opera che non si esaurisce nell’oggetto, ma si prolunga nella sua cura, nella sua trasmissione, nella sua capacità di continuare a generare esperienza. L’archivio, allora, perpetua la memoria dell’artista come gesto poetico eterno, mutuandone la visione, le prassi operative, la dimensione contemplativa.

Ilaria Bernardi, 24 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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