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L’archivio di Andy Warhol è molto più di un deposito documentario: è la materializzazione di una visione del mondo fondata sull’idea che nulla sia troppo insignificante per essere conservato e che tutto componga un autoritratto involontario e monumentale

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L’archivio di Andy Warhol è molto più di un deposito documentario: è la materializzazione di una visione del mondo fondata sull’idea che nulla sia troppo insignificante per essere conservato e che tutto componga un autoritratto involontario e monumentale

All’interno dell’Andy Warhol Museum, che conserva, custodisce e studia l’eredità del re della Pop Art

Nel 1989 la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts ha unito le forze con la Dia Art Foundation e i Carnegie Museums per fondare il museo a Pittsburgh, in Pennsylvania, donandogli tutto ciò che era stato escluso dalla vendita post mortem dell’artista (più di 8mila opere d’arte e circa 500mila oggetti, tra cui documenti, materiali di lavoro e le «Time Capsules») al fine di costituire la collezione principale 

Ilaria Bernardi

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Andy Warhol (Pittsburgh, 1928-New York, 1987) è stato l’artista che più di ogni altro ha compreso come, dalla seconda metà del XX secolo in avanti, l’identità individuale e collettiva si sarebbe costruita attraverso il linguaggio della comunicazione di massa. Per questa ragione, attraverso la sua opera, trasformò le immagini pubblicitarie (da quelle del cinema, come nelle «Marilyn Monroe», a quelle dei prodotti commerciali, come nelle «Campbell’s Soup»), nonché i frammenti apparentemente insignificanti della vita quotidiana (come nei «Flowers»), in una nuova forma di ritratto del presente. Poiché il suo lavoro si basa su un’enormità di immagini, selezionate e conservate, non sorprende che il suo archivio costituisca oggi uno dei più vasti e affascinanti archivi d’artista esistenti al mondo.

«Il lavoro sull’archivio è iniziato poco dopo la morte di Andy Warhol, avvenuta nel febbraio del 1987», racconta Matt Gray, direttore degli Archivi. Dopo un ampio processo di raccolta del suo patrimonio, prosegue, «si decise che le opere d’arte di altri artisti da Warhol collezionate, i mobili, gli oggetti da collezione e i gioielli sarebbero stati venduti per generare entrate a favore della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts (Awf), una fondazione filantropica dedicata al sostegno delle arti, istituita in conformità al testamento dell’artista». Dalla sua fondazione avvenuta a New York nel 1987, la Awf lavora per la promozione dell’opera di Warhol, preserva la sua eredità, sovvenziona le nuove attività artistiche sperimentali, svolge un’ampia attività di ricerca accademica per i progetti in corso, tra cui il catalogo ragionato che finanzia.

Riconoscendo poi la necessità di un’istituzione indipendente che si occupasse di conservare, custodire, studiare ed esporre il patrimonio dell’eredità e di presentare al pubblico l’opera di Warhol, nel 1989 la Awf ha unito le forze con la Dia Art Foundation e i Carnegie Museums per fondare l’Andy Warhol Museum (Awm) a Pittsburgh, in Pennsylvania, donandogli tutto ciò che era stato escluso dalla vendita post mortem (più di 8mila opere d’arte e circa 500mila oggetti, tra cui documenti, materiali di lavoro e le «Time Capsules») al fine di costituire la collezione principale del museo e del suo centro studi e archivio. Il museo, con l’archivio, ha poi aperto le porte al pubblico nel 1994.

«Dopo la morte dell’artista, racconta Matt Gray, diverse persone che avevano lavorato per lui contribuirono all’analisi dei materiali e alla loro preparazione per il trasferimento all’Andy Warhol Museum. La porzione dell’archivio che ricevette maggiore attenzione da parte dello staff fu costituita dalle “Time Capsules”, la più vasta opera seriale di Warhol». Dal 1974 alla sua morte, Warhol realizzò 610 «Time Capsules», riempiendo e siglando sistematicamente scatole di cartone con qualunque oggetto attraversasse la sua quotidianità (lettere, fatture, fotografie, ritagli di giornale, inviti, ricevute, regali, cibo, medicinali), trasformando il gesto dell’archiviazione in un’opera d’arte concettuale. Le prime «Time Capsules» furono catalogate nei primi anni ’90 da John Smith (archivista dell’Awm), Matt Wrbican (assistente archivista dell’Awm), Vincent Fremont (dell’Advisory Board dell’Awf) e Neil Printz (tra i massimi studiosi di Warhol, nonché il principale responsabile dell’Andy Warhol Painting and Sculpture Catalogue Raisonné). Oggi il lavoro di catalogazione delle «Time Capsules» e del restante contenuto d’archivio continua grazie a Matt Gray (direttore degli Archivi) e a Emily Rago (assistente direttore degli Archivi).

L’archivio è sostanzialmente diviso in due parti. I materiali provenienti dalle «Time Capsules» non sono stati separati dalle scatole originali e sono organizzati al loro interno per tipologia di oggetto. I materiali non appartenenti alle «Time Capsules» sono stati invece ordinati secondo un metodo archivistico più tradizionale, raggruppando oggetti simili in serie dedicate, tra cui la corrispondenza, le fotografie, gli abiti, i libri. I materiali fotografici (incluse stampe, «contact sheets» e negativi) sono organizzati in base al fotografo, alla data e alla relazione con l’artista. I documenti cartacei, invece, distribuiti in diverse serie, tra cui corrispondenza, documentazione economica, inviti di mostre.

Per quanto concerne la digitalizzazione dei materiali d’archivio, spiega Matt Gray, «solo una piccola parte dell’archivio è stata digitalizzata. Questo perché le risorse del museo sono indirizzate verso progetti prioritari, come la catalogazione a livello di singolo oggetto e la realizzazione di fotografie per mostre, pubblicazioni o interventi conservativi. La collezione di opere d’arte, che comprende dipinti, disegni, stampe e fotografie di Andy Warhol, è invece stata digitalizzata in modo approfondito: circa il 95% della collezione è stato fotografato. Il lavoro volto a migliorare l’accesso pubblico digitale all’archivio, attraverso “finding aids” e inventari, è tuttora in corso». Per la gestione dei dati, il museo utilizza Tms (The Museum System) come database delle collezioni e NetX per la gestione delle risorse digitali. Parallelamente, il sito web dell’Andy Warhol Museum è nato alla fine degli anni ’90 per promuovere i propri programmi espositivi ed educativi.

Uno degli aspetti più delicati legati all’eredità di Warhol è l’autenticazione. Come ricorda Gray, «il processo di autenticazione era gestito dalla Andy Warhol Foundation, che disponeva di un Authentication Board incaricato di esaminare le richieste e formulare valutazioni sull’autenticità delle opere. Tuttavia, questo comitato è stato sciolto nei primi anni Duemila e la Fondazione non offre più servizi di autenticazione. L’Andy Warhol Museum non è autorizzato a esprimersi sull’autenticità di opere che non appartengono alla propria collezione». Di conseguenza, oggi né la Fondazione né il Museo rilasciano autentiche ufficiali per opere non presenti nelle proprie collezioni.

Il rapporto principale tra l’archivio e la Awf consiste nel dialogo volto alla pubblicazione dell’Andy Warhol Painting and Sculpture Catalogue Raisonné. Molti dei documenti utilizzati per la ricerca si trovano infatti nell’archivio di Warhol. Dal 1993, la Awf sostiene il Catalogue Raisonné, avviato nel 1977. Ad oggi, la Phaidon Press ha pubblicato sei volumi che documentano i dipinti e le sculture di Warhol dal 1961 al 1980. È in uscita un settimo volume dedicato ai dipinti di Warhol dal 1979 al 1981, a cui seguiranno altri volumi. La Awf ha inoltre fornito un importante sostegno finanziario all’Andy Warhol Prints: A Catalogue Raisonné 1962-1987 (Distributed Art Publishers, Inc. in collaborazione con Ronald Feldman Fine Art, Inc., Edition Schellmann e The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 2003); all’Andy Warhol Screen Tests: The Films of Andy Warhol Catalogue Raisonné, Volume 1 (Abrams, New York in collaborazione con il Whitney Museum of American Art, New York, 2006) e a The Films of Andy Warhol Catalogue Raisonné: Volume 2, 1963-1965 (Whitney Museum of American Art, New York, distribuito da Yale University Press, 2021). «All’Andy Warhol Museum, rivela Gray, le opere di Warhol vengono catalogate in base al titolo, alla data di realizzazione, alla tecnica e alla provenienza. Quando rilevanti, vengono inoltre incluse informazioni aggiuntive, come la storia espositiva, note curatoriali e i nomi delle persone coinvolte nella realizzazione dell’opera».

Nel frattempo, l’archivio continua a generare nuove scoperte. Oltre al continuo miglioramento dell’accesso pubblico ai «finding aids» e agli inventari, sono attualmente in corso la catalogazione degli «scrapbook» (45 volumi compilati dallo staff di Warhol con ritagli di giornali e riviste dedicati all’artista) e la conservazione di circa 3mila audiocassette registrate da Warhol tra il 1965 e il 1987.

L’archivio di Andy Warhol è, in definitiva, molto più di un deposito documentario: è la materializzazione di una visione del mondo fondata sull’idea che nulla sia troppo insignificante per essere conservato e che tutto componga un autoritratto involontario e monumentale. Se l’opera di Warhol ha trasformato il quotidiano in immagine, il suo archivio trasforma il quotidiano in memoria. Ed è proprio in questa continuità tra vita, opera e conservazione che risiede la sua straordinaria unicità.

Ilaria Bernardi, 27 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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