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Daria Berro
Leggi i suoi articoliDa qualche giorno e fino all’autunno 2027 sul «Plinth» dell’High Line di New York, lo spazio dedicato a ospitare installazioni d’arte monumentali lungo lo Spur, il tratto della ferrovia originale del parco sopraelevato tra la 30ma Strada e la 10ma Avenue, svetta un’opera imponente. «The Light That Shines Through the Universe» è una figura rinata dalla distruzione e reimmaginata che incarna la necessità della memoria e dell’arte come forze contrarie all’estremismo politico e al nichilismo. La scultura in arenaria, alta 7,6 metri, è l’omaggio dell’artista vietnamita-statunitense Tuan Andrew Nguyen (Saigon, 1976) alle due colossali statue di Buddha del VI secolo, patrimonio Unesco, distrutte dai talebani nel 2001 nella valle di Bamiyan, nell’Afghanistan centrale, di cui oggi rimangono due nicchie vuote scavate nella roccia.
Il titolo, «The Light That Shines Through the Universe», rimanda al soprannome con cui le comunità locali chiamavano il Buddha più grande: «Salsal», traducibile come «La luce che risplende attraverso l’universo». Nguyen non ne ha fatto una replica esatta, ha invece riecheggiato l’originale, evocando il ricordo dei due tesori culturali perduti che, a dispetto della loro distruzione fisica, permangono come simbolo incrollabile di vita, guarigione e pace. Pur essendosi l’Afghanistan convertito prevalentemente all’Islam tra il VII e il X secolo d.C., nella regione convivevano varie religioni, tra cui lo zoroastrismo, il buddismo e l’induismo. Le due statue di Bamiyan rappresentavano una fusione di culture e l’impatto duraturo dell'economia della Via della Seta, in una valle che, al crocevia delle rotte commerciali provenienti da Cina, India e Persia, fungeva da punto d'incontro in Asia centrale.
L’opera di Nguyen è dunque anche una potente critica all’iconoclastia e alla cancellazione delle diverse identità culturali come arma di guerra e di controllo politico. La reincarnazione, tanto come idea spirituale che come metafora politica, è un motivo ricorrente nel suo lavoro, attraverso il quale l’artista esplora il modo in cui le ingiustizie del passato persistono e si manifestano nella vita contemporanea, offrendo al contempo uno spazio speculativo per immaginare futuri per le persone, i luoghi o le cose che sono stati distrutti o cambiati per sempre dal conflitto.
In «The Light That Shines Through the Universe Nguyen ha reimmaginato le mani dei Buddha, andate perdute dopo secoli di tentativi di attacchi iconoclasti, ben prima della distruzione completa del 2001. Sono mani scintillanti, eseguite con l’ottone fuso di proiettili di artiglieria, e posizionate in «mudra», gesti rituali, che indicano coraggio e compassione. Sono «protesi» che rimandano anche alla perdita di arti e alla crisi umanitaria causata dalle mine antiuomo e dagli ordigni inesplosi ancora presenti in vari paesi teatro di guerra, tra cui il Vietnam natale dell’artista. Sebbene alcuni danni possano essere irreparabili, sembra suggerire poeticamente Nguyen, c’è ancora speranza e il potenziale per guarire la terra, lo spirito e le persone che hanno subito una distruzione tremenda.
«Spero che chi conosce la storia dei Buddha di Bamiyan sia felice di vedere questa scultura quasi reincarnata qui sulla High Line, chiosa la direttrice e capocuratrice Cecilia Alemani. E per chi non ne conosce la storia, forse questa è un’occasione per imparare».
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