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Roberto Mercuzio
Leggi i suoi articoliLa guerra in Ucraina passa anche attraverso la tutela del patrimonio culturale. La Procura della Repubblica autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli ha annunciato un’indagine nei confronti di due archeologi russi accusati di aver partecipato, dal 2014, a scavi non autorizzati nella penisola, occupata dalla Russia. Secondo l’accusa, le attività avrebbero provocato danni a un importante sito archeologico medievale e comportato la sottrazione di reperti.
Al centro dell’inchiesta c’è l’insediamento medievale di Solkhat, nell’odierna Staryj Krym, sito di rilevanza nazionale che conserva importanti testimonianze storiche. Gli inquirenti sostengono che gli scavi siano stati condotti senza l’autorizzazione delle autorità ucraine e abbiano danneggiato gli strati archeologici del sito. Tra i materiali recuperati figurano elementi di un antico sistema di approvvigionamento idrico, ciotole e frammenti di ceramica.
Uno dei due indagati sarebbe legato al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo; l’altro è indicato come rappresentante del cosiddetto Istituto di archeologia della Crimea dell’Accademia russa delle scienze. Secondo gli investigatori ucraini, uno dei ricercatori avrebbe consegnato alcuni reperti all’Ermitage, dove sarebbero poi stati catalogati come parte della collezione del museo.
La questione si inserisce in un contenzioso più ampio. L’Ucraina considera illegittime le attività archeologiche condotte dalla Russia nei territori occupati e sostiene che qualsiasi intervento sui siti del patrimonio culturale debba essere autorizzato dalle proprie istituzioni. Mosca, invece, considera la Crimea parte della Federazione Russa dal 2014, una posizione che non è riconosciuta dall’Ucraina né dalla maggior parte della comunità internazionale.
L’Ermitage ha inoltre sospeso nel giugno scorso le proprie spedizioni archeologiche nella penisola, citando difficoltà legate alla carenza di carburante e alla situazione militare. Le attività archeologiche russe in Crimea sono da tempo al centro delle contestazioni della comunità scientifica internazionale.
Per i due ricercatori le accuse sono particolarmente gravi. La Procura ucraina considera i fatti potenzialmente riconducibili a crimini di guerra e ipotizza pene fino a 12 anni di carcere. L’indagine dovrà ora chiarire le responsabilità individuali, l’entità dei danni arrecati al sito e la provenienza e destinazione dei reperti.
Il caso dimostra come, nella guerra in Ucraina, anche l’archeologia sia diventata terreno di confronto politico e giudiziario. La contesa non riguarda soltanto ciò che è stato scavato, ma anche chi abbia il diritto di studiare, conservare e raccontare la storia della Crimea.
Roberto Mercuzio
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