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Paola Bracco

Foto: Opificio delle Pietre Dure

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Paola Bracco

Foto: Opificio delle Pietre Dure

Addio a Paola Bracco, una vita al servizio del restauro

Dalle sue mani sono passati alcuni dei più importanti capolavori affidati alle cure dell’Opificio delle Pietre Dure: dal Crocifisso di Cimabue alla «Primavera» di Botticelli, dalle Croci di Giotto di Santa Maria Novella e Ognissanti al «Tabernacolo dei Linaioli» del Beato Angelico

Roberto Mercuzio

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È scomparsa a Firenze il 27 settembre, all’età di 85 anni, Paola Bracco, una delle figure più autorevoli del restauro italiano e una presenza fondamentale nella storia dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Dalle sue mani sono passati alcuni dei più importanti capolavori affidati alle cure dell’Istituto: dal Crocifisso di Cimabue alla «Primavera» di Botticelli, dalle Croci di Giotto di Santa Maria Novella e Ognissanti al «Tabernacolo dei Linaioli» del Beato Angelico, fino alla «Decollazione del Battista» di Caravaggio a Malta.

Ma il valore del suo lavoro non si misura soltanto nell’elenco delle opere restaurate. Per generazioni di restauratori e storici dell’arte, Bracco è stata soprattutto una maestra, capace di trasmettere esperienza, metodo e passione. Docente della Scuola di Alta Formazione dell’Opificio, ha contribuito alla crescita professionale di numerosi allievi, lasciando un’eredità che continua a vivere nel lavoro di chi ha imparato da lei.

Il suo nome è legato anche a una delle pagine più drammatiche e contemporaneamente innovative della storia del restauro fiorentino: l’alluvione del 1966. Insieme alla collega e amica Ornella Casazza e sotto la guida di Umberto Baldini, Paola Bracco partecipò al difficile recupero delle opere danneggiate dall’acqua e dal fango. Fu in quelle circostanze che vennero sperimentate nuove modalità di trattamento delle lacune pittoriche.

Emblematico è il caso del Crocifisso di Cimabue di Santa Croce, gravemente colpito dall’alluvione. Il suo recupero, per quanto possibile, divenne anche un momento decisivo per la storia della disciplina, grazie alla messa a punto delle tecniche di integrazione pittorica «ad astrazione» e «a selezione».

A ricordarla sono stati i colleghi dell’Opificio, che l’hanno definita una «colonna portante» dell’Istituto, sottolineandone l’energia, la sensibilità e la costante apertura verso l’innovazione. Cristina Acidini, già soprintendente dell’Opificio, ne ricorda invece le straordinarie prove affrontate dopo l’alluvione.

Paola Bracco lascia non solo il segno dei grandi restauri ai quali ha lavorato, ma un patrimonio umano e professionale destinato a continuare nel tempo, attraverso i suoi allievi e le opere che portano la sua firma.

Roberto Mercuzio, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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