Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Franco Fanelli
Leggi i suoi articoli«Marisa Merz ha lavorato, esposto, generato arte ovunque si trovasse, a casa propria o in albergo, durante le mostre di Mario M. o nei lassi di anni che hanno separato le sue mostre. (...) La sua manualità è a misura dei mezzi di produzione di cui la donna ha storicamente il possesso e non la proprietà. Come artista, cioè produttrice di segni, Marisa Merz è stata a lungo espropriata dei suoi segni e lo è ancora fintanto che se ne demolisca il valore d’uso, perché (...) se ne disconosce la capacità di essere mezzi di produzione di altri segni di altri artisti (...)». Così Tommaso Trini, uno tra i primi sostenitori del lavoro di Marisa Merz, scriveva nel 1975 sulla rivista «Data», in un articolo significativamente intitolato «L’antiPenelope»
In quelle righe, scritte in occasione di una personale da Fabio Sargentini a Roma, è racchiusa tanta parte dell’identità dell’artista torinese. La grande retrospettiva (circa 200 opere) che si svolge dal 29 ottobre al 24 aprile 2027 al Castello di Rivoli-Museo d’arte contemporanea, alla Gam e alla Fondazione Mario e Marisa Merz è la celebrazione del centenario della nascita dell’artista (Torino, 1926-2019), ma anche un altro passo verso la restituzione dei «segni» di cui era stata, per citare Trini, «espropriata». Il titolo della triplice mostra identifica la personalità e la stessa formazione di Marisa Merz (da ragazza, oltre a posare per Felice Casorati, si dedicò alla danza classica): «La danza delle ore», che cita il balletto incluso dell’opera «La Gioconda» di Amilcare Ponchielli, è un titolo ispirato da un appunto trascritto su un post ritrovato nella casa dell’artista.
La danza, in questo caso, che include il tema della temporalità, del movimento, progressione di un giorno che non si spegne ma anzi esplode nella notte. Torna alla mente una fotografia di Claudio Abate che nel 1975, da Sargentini, mostra l’artista di spalle, seduta, con i piedi, calzati da un paio di scarpette intrecciate con fili di nylon, appoggiati al muro sotto una finestra a guardare la luna. «Le scarpe della luna, sì, le scarpette verdi non erano mica messe così a caso sul muro nella galleria di Fabio, scrisse l’artista. (...) Eravamo a Campo de’ Fiori, c’era la luna. Ho pensato: forse dalle finestre dell’ultima stanza la si vedrà, ma da quale delle tre finestre? E quando? Allora metterò le scarpe, e alla finestra dove passerà la luna (se passerà) mi siederò su una sedia, con i piedi così, allungati contro il muro, e guarderò la luna ... Poi ci siamo dimenticati, abbiamo lavorato, e poi ho avuto bisogno della scala, ho dovuto attraversare l’ultima sala, e mentre mi giro con la scala ... paf! La luna. Allora ho preso la sedia, infilato le scarpette, appoggiato le gambe al muro. E allora Mario ha attaccato una scarpa con i chiodini sul muro, là dove stava. Quando lui ha finito la luna si era già spostata di tanto... il tempo giusto. E la sera dopo, la seconda. La luna era più alta e si è presentata mezz’ora dopo, poi è sparita in un’altra direzione. Mario ha attaccato l’altra scarpa. Non avrei potuto metterle in un posto qualsiasi».
Si rivedono, quelle scarpette, alla Fondazione Mario e Marisa Merz, nella parte della mostra curata da Beatrice Merz e Sébastien Delot e dedicata al tema della processualità realizzativa e della trasformazione dell’opera. Molti gli inediti provenientie dalla casa-studio dell’artista, in questa sezione dove appaiono alcuni esemplari delle note, delicate testine modellate in argilla oltre a disegni e a una pittura di vaste dimensioni.
Alla Gam il tema è la casa, spiegano le curatrici Chiara Bertola, direttrice del Museo, e Chiara Parisi, «come dimensione in cui vita e arte coincidono». Lavori storici e inediti, disegni, sculture, dipinti e un’installazione del 1993 costituita da una struttura in acciaio, una piccola testa scolpita e alcune «vele» di fili di rame intrecciati, compongono questa sezione. Ma qui l’opera più attesa è la «Scultura vivente» nata, un segmento dopo l’altro, a metà degli anni Sessanta nella cucina di casa sua. Una sorta di viscere che mutava a seconda dei luoghi di esposizione o della disposizione dei «tentacoli» che scendevano dal nucleo originario dell’opera una volta appesa al soffitto. Apparve nello storico Piper Club di Torino e poi nella personale dedicatale da Sperone nel 1967. Ma anche, nel 1966, in un breve film fanta-horror underground, «Il mostro verde». Un altro accesso alla casa-studio è infine offerto, alla Gam, dalle fotografie e da un video di Tacita Dean.
Il fulcro della sezione rivolese della mostra, curata dal direttore del Castello di Rivoli Francesco Manacorda e da Marianna Vecellio, è la ricostruzione di «E il naufragar m’è dolce in questo mare», collocata nella Manica Lunga. L’opera venne presentata in una personale da Tucci Russo nel 1980 e nello stesso anno alla Biennale di Venezia. È un lavoro composto da fogli di carta grezza e povera, particolarmente assorbenti, disposti a pavimento, sui quali l’artista aveva provveduto a effettuare delle colate di paraffina, materiale a lei caro, così da creare zone particolarmente «sensibili» al rapporto con elementi «duri», come oggetti o sculture.
A Rivoli la si rivede insieme a una cinquantina fra dipinti, disegni e altre installazioni. La volontà di Marisa Merz di mettere in connessione l’opera e lo spazio sono comuni ad alcune delle dieci artiste contemporanee (inclusa la già citata Tacita Dean) che integrano la mostra, come Leonor Antunes, Micol Assael, Lara Favaretto, Daiga Grantina, Solange Pessoa, Thea Djordjadze, così come Beatrice Bonino sembra condividere con Merz l’attenzione per la relazione tra materia e immagine, e Miriam Cahn e Armineh Negahdari, rispettivamente, il lavoro pittorico sul volto e sulla figura e la sensibilità per il disegno. Per tornare a Tommaso Trini, è finalmente tramontato il tempo in cui ai segni di Marisa Merz si disconosceva «la capacità di essere mezzi di produzione di altri segni di altri artisti».
Franco Fanelli
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
La Collezione Olgiati presenta una nuova retrospettiva, a cura di Vincenzo de Bellis, dell’artista in collaborazione con l’Archivio Jannis Kounellis
Quanto è ancora attuale l’opera dell’artista americano, il «Savonarola di New York»? La personale in corso alla Casa dei Tre Oci a Venezia, che riunisce opere storiche e recenti, sembra dimostrare, per parafrasare Wittgenstein, che non solo le parole, ma anche le opere d’arte esistono e vivono in virtù del loro uso e del mutare dei tempi e del contesto
Una retrospettiva a Venezia conferma l’intramontabile attualità e il ruolo di precursore di un artista che, sdoppiandosi, sfuggì al fondamentalismo concettualista e all’etichetta poverista, e dimostrò che il rigore di una ricerca non esclude il piacere visivo
Due mostre aperte alla Fondazione Cini a Venezia e al Museo Novecento di Firenze sono le occasioni per riflettere sulla complessità dell’artista tedesco recentemente scomparso: «Il capovolgimento del soggetto nel quadro mi ha dato la libertà di affrontare questioni pittoriche»


