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Marisa Merz, «Senza titolo»

Foto Renato Ghiazza. Courtesy Fondazione Merz

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Marisa Merz, «Senza titolo»

Foto Renato Ghiazza. Courtesy Fondazione Merz

A Torino Marisa Merz in tre atti nel centenario della nascita

Opere restaurate, ambienti ricostruiti e lavori mai esposti ripercorrono oltre cinquant’anni di ricerca: alla GAM è rievocato l’aspetto della casa-studio-laboratorio dove la pratica artistica si connette alla vita quotidiana; alla Fondazione Merz il processo attraverso cui materiali e forme vengono messi in relazione e portati ogni volta a nuovi equilibri; al Castello di Rivoli trova invece spazio la dimensione ambientale

Una Living Sculpture del 1966 restituita al pubblico dopo il restauro, la ricostruzione di un ambiente concepito nel 1980 e opere mai esposte prima. Per raccontare Marisa Merz a cent’anni dalla nascita, Torino sceglie una retrospettiva in tre atti che indaga come l’unica esponente femminile dell’Arte Povera abbia perseguito la continuità tra vita quotidiana e pratica artistica, dato peso specifico alla trasformazione della materia ed elaborato con grande lungimiranza la relazione tra opera e spazio. Curata da Chiara Parisi, Beatrice Merz, Sébastien Delot, Chiara Bertola, Francesco Manacorda e Marianna Vecellio e visibile fino al 4 aprile, la mostra è declinata in tre sedi: alla GAM è rievocato l’aspetto della casa-studio-laboratorio dove la pratica artistica si connette alla vita quotidiana; alla Fondazione Merz il processo attraverso cui materiali e forme vengono messi in relazione e portati ogni volta a nuovi equilibri; al Castello di Rivoli trova invece spazio la dimensione ambientale.

Intitolata «La danza delle ore», come il celebre balletto in cui aurora, giorno, crepuscolo e notte traducono in danza il ciclo delle ore, la mostra trova nel tempo la chiave del lavoro della Merz: quello breve, ciclico e quotidiano della casa e dei gesti ripetuti, quello lungo e stratificato delle opere lasciate aperte, riprese e trasformate nel corso degli anni.

Nata a Torino nel 1926 e scomparsa nel 2019, Marisa Merz è stata l’unica donna tra i protagonisti dell’Arte Povera, ma anche una delle figure più autonome di quella stagione: Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2013, ha costruito in oltre cinquant’anni una ricerca segnata dall’attenzione alla sfera domestica e alle tecniche tradizionalmente associate al lavoro femminile. Caratterizzate dalla compresenza di pittura, scultura, disegno e installazione, le sue opere sono sottratte tanto alla monumentalità quanto all’idea dell’opera come oggetto stabile e concluso.

Alla GAM ci sono le Living Sculptures, tra le sue prime opere conosciute. Strutture leggere e mobili realizzate in alluminio, che installava nella sua casa torinese. I fogli tagliati, piegati e uniti a comporre elementi spiraliformi e tubolari privi di configurazione definitiva. Alcuni esemplari del 1966 sono oggi in collezioni dalla Tate Modern di Londra all’Art Institute of Chicago. Ma il passaggio dalla cucina alla galleria non trasforma l’oggetto privato in un’opera finita.

È il contrario. Una volta smontate, spostate e ricomposte, le dimensioni variano con l’allestimento e la forma accade nello spazio mentre si compone.

Al Castello di Rivoli il punto di partenza è un lavoro più tardo e di scala ambientale: E il naufragar m’è dolce in questo mare, presentato nel 1980 alla Galleria Tucci Russo di Torino e ripensato nello stesso anno per la 39ma Biennale di Venezia.

Il Castello lo assume come nucleo da cui allargare lo sguardo alla componente più visionaria della ricerca di Merz, quella che dagli anni Settanta affiora soprattutto nelle teste in creta, gesso e cera o nei disegni di volti che sembrano affiorare e scomparire nella materia. Il capitolo espositivo del Castello misura anche l’eredità della Merz, verificando come alcune questioni aperte dal suo lavoro riemergano nelle pratiche delle generazioni successive, dalle installazioni di Leonor Antunes, costruite con strutture sospese, corde, cuoio e metallo in relazione all’architettura, ai corpi e volti spettrali di Miriam Cahn, realizzati con pochi segni e campiture di colore, ai cubi di coriandoli pressati di Lara Favaretto, destinati a disfarsi, trasformarsi o essere riutilizzati in nuovi lavori.

Alla Fondazione Merz il percorso segue il modo in cui l’artista costruisce e modifica le forme. Vi è una scultura Senza titolo del 1968 composta da una trama di filo di nylon trattenuta da chiodi; una serie di teste dove l’argilla cruda si combina con il filo di rame e la foglia d’oro, lasciando visibili fratture, aperture e giunzioni. Otto sono riunite su un tavolo metallico, mostrando come la stessa figura possa tornare senza mai essere uguale, come la sua ricerca, rimasta mobile per oltre cinquant’anni, capace ancora di ispirare e di sorprendere. ν Jenny Dogliani

Marisa Merz, «Living Sculpture», 1966. Courtesy Gam

Jenny Dogliani, 25 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

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