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Disegno preparatorio per «La Madonna del miele» del Morazzone, Londra, Collezioni Reali.

© Royal Collection Enterprises Limited 2026 Royal Collection Trust.

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Disegno preparatorio per «La Madonna del miele» del Morazzone, Londra, Collezioni Reali.

© Royal Collection Enterprises Limited 2026 Royal Collection Trust.

Ma che cosa stanno facendo? • Seconda lezione per capire il soggetto dei quadri

Storie, misteri e segreti nascosti nei dipinti che occorre imparare a scoprire: «La Madonna del Miele» di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone

Arabella Cifani

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Quando ero molto piccola mio padre mi cantava spesso per prendermi allegramente in giro una canzone di Fred Buscaglione che a un certo punto diceva «T’ho viziata. Coccolata. Latte, burro. Marmellata. Eri piccola piccola, piccola Così!». Mi piaceva molto l’idea di quel latte, burro e marmellata: era una merendina? Un panino con questi ingredienti appetitosi? E chi era questa bambina così coccolata?

Quella canzoncina mi è tornata in mente il giorno in cui aprimmo con una spinta un po’ più forte la porta mezza distrutta della Cappella di Santa Maria Maddalena sulla piazza del castello di Moretta (Cn) che fu feudo dal 1362 dei potenti conti di Solaro di Moretta. Durante il Seicento i Solaro furono ambasciatori dei Savoia in Francia e Mantova, legatissimi alla corte torinese e dotati di grande gusto per le arti. Il piccolo edificio sacro era stato fatto costruire dalla contessa Paola Solaro, prima dama della corte di Cristina di Francia. La cappella era adornata con una straordinaria tela del gran pittore lombardo Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (1573-1626) che, scoprimmo, proveniva dalle collezioni dei Savoia ed era stata da loro donata ai Solaro. Il dipinto, oggi felicemente approdato alla Galleria Sabauda di Torino (e il cui disegno preparatorio sta nelle Collezioni Reali inglesi), raffigura la «Vergine del miele»: un soggetto strano e curioso, un unicum iconografico da non confondere con quadri che portano questo titolo ma che non hanno niente a che fare con il miele vero: qui infatti non si parla di dolcezze spirituali, si parla proprio di miele vero, quello delle api.

Il visitatore standard del museo, a meno che non abbia una viscerale passione per il Morazzone (giustificabilissima, considerate le qualità eccelse dell’artista) registra nel suo pensiero che sta guardando una Madonna con Bambino, angeli, san Giuseppe in secondo piano e altri due angeli che nel cielo sgambettano sciorinando e indicando con le mani un grande filatterio con una scritta (che di solito nessuno legge ma che è la chiave del rebus) e passa oltre.

Ecco un caso classico in cui nulla è come sembra anche se a prima vista sembra tutto semplice: vediamo la Madonna seduta che regge il Bambino Gesù che benedice due angeli che gli porgono su due piatti un favo di miele sgocciolante e un panetto di burro ornato gentilmente di viole. Dietro agli angeli, defilato in meditazione, sta san Giuseppe. I putti scatenati in cielo recano un lungo nastro bianco su cui si legge in stampatello: «En mel.o prudens Emanuel.ecce butirum».

Che cos’è? Una merenda campestre durante una gita fuori porta della Sacra Famiglia? E il Bambino, invece della marmellata della mia canzoncina, preferisce il miele? Buongustaio! Si avvicina al burro con curiosità naturale, per toccarlo e assaggiarlo con un ditino esattamente come fanno tutti gli infanti di pochi mesi. Ma si mangerà tutto quel panetto che peserà almeno tre etti e tutto quel favo di miele? È vero che è divino e tutto può fare senza farsi venire una indigestione, però che razione!

Si tratta in realtà di un’iconografia molto rara e sofisticata da leggere a lume di Bibbia dove nella scritta sciorinata dagli angeli sta un riferimento esplicito alla profezia messianica di Isaia (Isaia 7,14-15), la quale annuncia che il Salvatore di Israele, nato da una Vergine, si ciberà di panna (non tanto di burro quindi) e miele «affinché sappia rigettare il male e scegliere il bene». La pericope di Isaia è intesa dal pittore e dal suo committente in base alle conoscenze bibliche secentesche, sia per quanto attiene alla sua esegesi messianica, sia per il significato, oggi molto discusso, del burro e del miele come cibo prelibato.

Se si prova a studiare e a cercare di capire le interpretazioni dei commentatori biblici su questo passo di Isaia ci si può ritrovare come certi mosconi imprigionati che sbattono impazziti sui vetri di una finestra senza andare da nessuna parte. I biblisti infatti discordano, e molto, su questo tema. Secondo alcuni burro e miele sono prodotti di una terra desolata dalle carestie senza proventi dai campi, ma altri, come il teologo scozzese Riccardo di San Vittore (1110 ca-1173) nel suo «De Emmanuele», ritengono che il Bambino, destinato a essere riconosciuto come dotato di una natura superiore a quella umana, facesse parte di quella promessa divina che fu fatta agli ebrei dell’esodo dall’Egitto quando fu detto loro che si sarebbero recati in una terra dove scorrevano latte e miele (Esodo 3,8).

Per altri interpreti della Bibbia, panna e miele erano semplicemente un nutrimento base per lo svezzamento dei neonati, secondo un uso comune in Oriente. Ad addentrarsi nella giungla delle interpretazioni teologiche, che si dividono fra quelle di chi legge la Bibbia nei testi aramaici, a chi va sulla versione Vulgata di san Gerolamo, a chi usa il Tanakh, basato sul «Testo Masoretico» in ebraico antico, ci si può perdere la testa. E oggi non si è più neanche tanto sicuri che la profezia di Isaia fosse riferita propria a Gesù ma che «l’Emmanuele» possa invece essere identificato con il futuro virtuoso e pio re Ezechia che riuscì a difendere Gerusalemme dall’assalto dell’esercito assiro di Sennacherib e sconfisse i Filistei fino a Gaza.

Restano la panna/burro e il miele che rendono questo quadro straordinario per il soggetto, e coinvolgente poiché misterioso fin dal committente che lo volle e che doveva essere assai colto e del quale non sappiamo nulla. La panna era un cibo pregiato, certamente e viene spesso definita burro, ma non aveva nulla a che fare con la nostra idea di burro: era latte cagliato e rappreso in una emulsione grassa e non era solido, più simile a uno yogurt molto energetico. Quanto al miele, in tutto il mondo antico ha una forte rilevanza culturale e una valenza mitico-religiosa che abbraccia l’Oriente e l’Occidente: cibo degli dei e, al tempo stesso, dono degli dei agli uomini. La manna, il pane dal cielo che Dio manda agli ebrei nel deserto, sa di miele.

Nell’«Apocalisse» Giovanni si avvicina a un angelo che gli dà un piccolo libro da mangiare (Ap 10,9.10), un libro grazie al quale potrà «profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re» (Ap 10,11). E Giovanni, dopo averlo mangiato, in bocca lo sentì dolce come il miele. Dunque quella panna e quel miele che passano per tutta la Bibbia con decine di citazioni e che i re, i patriarchi, i profeti e gli eletti mangiano in maniera reale e figurata, sono alla base di tutte quelle proprietà divine che diventano il loro marchio, cioè la sapienza, l’intelligenza, il consiglio, la fortezza, la conoscenza e il timore del Signore (Is 11,2). Ma solo l’atteso Messia, l’unto di Dio, nutrito con panna e miele sin dalla nascita e affinché sappia disgustarsi del male e scegliere unicamente il bene, solo lui incarnerà tutte queste virtù.

Ecco il segreto di questo quadro che significa dunque ben altro da quello che appare a guardarlo, con i suoi angeli paradisiaci, la resa falcata dei panneggi, la struttura dinamica di tutta la scena. No non è solo una Sacra Famiglia con angeli; è molto di più, è un’immagine misteriosa, occulta e mirabile da tutti i punti di vista: leggerla dà un senso ben diverso a quello che vediamo. Una sorta di percorso iniziatico per sofisticati conoscitori delle Sacre Scritture: un mondo praticabile e comprensibile nella sua pienezza solo se attraversiamo una selva di simboli e richiami.

Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, «La Madonna del miele», Torino, Galleria Sabauda.

Arabella Cifani, 13 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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