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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliNelle notti estive, quando il cielo del Sud pare toccare la terra con una scia di stelle, nelle sale regali del Museo di Capodimonte di Napoli, i quadri parlano fra di loro. Complice delle loro chiacchiere il silenzio, sottolineato solo dai grilli, del gran parco che circonda il museo. Allora si vede la «Danae» di Correggio, stanca degli orgasmi divini con Giove levarsi e camminare pigramente, ignuda, per le stanze e incontrare l’ubriaco Sileno che si trascina il gran pancione, accaldato e sudato. Mano a mano che camminano si accodano altri; fra Luca Pacioli, che un po’ sbadiglia, e un po’ si sgranchisce le mani stanche di impugnare sempre un calamo; la «Antea» di Parmigianino, che sbatte la sua pelliccetta acchiappa pulci e si scioglie i capelli sempre troppo tirati, la «Giuditta» di Artemisa si rilassa dopo avere segato il collo di Oloferne, e intanto cerca di nascondere le chiazze di sangue che le hanno sporcato le vesti. Caravaggio e Raffaello no, loro non si muovono: appartengono a una sfera ancora superiore e non amano confondersi con nessuno. L’eterogeneo gruppo passa davanti a un quadro assai strano: un quadro molto grande (lungo oltre quattro metri e alto oltre due) del pittore fiammingo Jean Sons e comincia a discutere animatamente su che cosa rappresenti poiché a nessuno di loro, Pacioli compreso, appare chiaro il soggetto.
Jean Sons, «Tabula Cebetis», ante 1587, Napoli, Museo di Capodimonte
Il quadro raffigura la Tavola di Cebete o Tabula Cebetis e mostra le insidie in cui può incorrere un giovane sul cammino verso l’illuminazione, ma anche le virtù e la conoscenza che può incontrare lungo il percorso. Il soggetto fu inciso anche da Hans Holbein, tra gli altri, e fu popolare dal XV al XVIII secolo. Vediamo una prospettiva a volo di uccello di un ambiente composto da cerchi concentrici, una sorta di labirinto in cui capitano moltissime cose. In basso a destra è raffigurata una fila di bimbetti che si avvicinano a una donna bellissima ma ingannevole chiamata Opinione (o Falsa Istruzione). Tutti bevono da lei che offre una coppa di Ignoranza ed Errore inducendoli a desideri materiali e passioni dannose. Una volta entrati nel primo recinto murato, si imbattono in un vasto spazio denso di figure impegnate in ogni forma di violenza ed edonismo, presieduto dall’imponente figura della Fortuna, una giovane in bilico su una sfera che distribuisce ricchezze, fama e potere a chiunque le capiti a tiro. Qui si aggirano anche mostri e guardie che rappresentano i vizi (Incontinenza, Avarizia, Adulazione ecc.). Chi si fa sedurre da queste lusinghe cade in rovina. Un gruppo molto più piccolo è giunto al secondo recinto, dove alcuni perseguono la Falsa Cultura della scienza e delle arti, e solo pochi uomini di scienza e di verità stanno indagando sui segreti del cosmo. Li vediamo lì con i loro compassi, quadranti e sfere armillari, intenti a lavorare e a conversare. Salire è faticoso, ma chi ci riesce viene purificato. Abbandonati i falsi bisogni, l’uomo nel terzo cerchio raggiunge la fortezza della Virtù, caratterizzata da una totale serenità interiore e dalla felicità. E alla fine, in alto al centro trova la Città della Vera Educazione: un luogo di pace dove regnano la Saggezza e l’Integrità, che premiano chi ha saputo resistere alle tentazioni (bisognerebbe mandarci almeno metà della popolazione italiana).
Alla fine dell’indagine e del percorso a ostacoli l’osservatore è esausto come se avesse corso una maratona, potrebbe avere mal di testa e, oltretutto, a meno che non sia un filosofo molto navigato, rischia di non aver capito bene che cosa ha visto e che cosa significhi il tutto. Effettivamente il quadro di Capodimonte si presenta a metà fra un rebus, un gioco dell’oca e lo sviluppo di un pensiero che oggi ci appare quasi perverso e certo molto contorto. L’opera rientra pertanto a pieno titolo in una tipologia di dipinti complicatissimi e ingarbugliati e si direbbe inventata da gente che aveva tempo e si divertiva a fare accapigliare gli storici dell’arte.
All’origine del soggetto vi è la diffusione in Italia a, partire dalla seconda metà del XV secolo, di un antico scritto di origine e lingua greca che fu dapprima popolare come testo scolastico per l’apprendimento della lingua e dal Cinquecento divenne oggetto di interesse per gli artisti. Il testo, noto con il nome di Tabula Cebetis o Tavola di Cebete, si presenta in forma di dialogo filosofico e, secondo la maggior parte degli studiosi, fu composto intorno al I sec. d.C. Fu attribuito da una lunga tradizione (fin dalle Vitae Philosophorum di Diogene Laerzio) al filosofo Cebete di Tebe, scolaro di Socrate, tuttavia gli ultimi studi la ritengono apocrifa.
Anonimo, «Tabula Cebetis», 1600 ca., Londra, British Museum
Anonimo, «Tabula Cebetis», 1573, Amsterdam, Rijksmuseum
Probabilmente per via del suo stesso argomento, in tempi in cui non c’erano la televisione e Internet a intrattenere (o trattenere) gli umani e le giornate erano lunghe, essa ha goduto di una costante fortuna e molti si sono lanciati in interpretazioni, a volte fantasiose. Numerose versioni pittoriche sono visibili in vari musei; la migliore è certamente quella di Capodimonte, ma altre sono al Rijksmuseum, a Kassel, a Berna, a Rouen, al Metropolitan, al Louvre, al British Museum. Innumerevoli anche le incisioni sul tema, che non ha mai cessato di rapire l’interesse di intellettuali e studiosi di discipline tradizionali: sono stati scritti fiumi di inchiostro in tutta Europa e in tutte le lingue fino almeno alla fine del Settecento.
Ma che cosa può dire ancora agli smaliziati osservatori di oggi un quadro come questo? Molto in realtà, solo che si voglia soffermarsi a guardarla con attenzione. Quello che racconta è adatto anche per noi perché contiene un messaggio eterno: eterno è il problema dei giovani confusi in dialogo, eterne sono le condizioni esistenziali della nostra vita e del suo tortuoso cammino, eterno è il percorso umano con le sue fatiche, errori, speranze, delusioni, cadute. All’interno di questa «mappa della vita» possiamo cogliere un resoconto completo di vite vissute bene o male prima di arrivare alla fine e alla Virtù (a cui molti non arrivano proprio). Poiché ogni tappa che i viaggiatori del quadro (che siamo noi) attraversano può per qualcuno rappresentare invece un punto di arrivo, vengono immaginati altri possibili percorsi di vita: la vita che si conclude con un crimine e senza pentimento; la vita che si conclude nella falsa cultura, ignara che ci sia qualcosa di più elevato a cui aspirare; la vita che aspira alla vera virtù, ma non riesce a raggiungerla, o per debolezza di cuore, o per un difetto morale inestirpabile.
Nel trattato filosofico sotteso al dipinto si spiega anzi che un’ultima via è quella «quella dell’individuo che, accettando i beni della fortuna con un giusto spirito di indifferenza, disprezza le lusinghe dell’edonismo e si dirige invece direttamente verso la cultura, senza la perniciosa deviazione attraverso la dissoluzione e il crimine». Sulla base di queste considerazioni, qualcuno l’ha erroneamente ritenuta una visione che anticipa quella cristiana con la sua iconografia delle «porte larghe o strette» sul cammino della vita. La Tavola di Cebete è comunque fondamentalmente un’opera morale che ha attraversato i millenni: nata come conversazione filosofica di contenuto cinico-stoico e d’intenzione neopitagorizzante. Dobbiamo notare che la sua diffusione ha segnato la cultura europea sia in ambito colto, sia in ambito popolare, assurgendo a vero e proprio «classico» del panorama narrativo del nostro continente.
A essere maliziosi, tutto questo distillato di sapienza non nasconde, sia per chi l’ha scritta sia per chi l’ha raffigurata, il richiamo a Erasmo da Rotterdam e al suo beffardo Elogio della Follia (in particolare al capitolo LIII): «Ci sono poi i teologi, categoria quanto mai boriosa e irritabile (…) Vi spiegano i misteri più nascosti a loro completo piacimento (…) Aggiungete a questo le loro interpretazioni allegoriche, tropologiche e anagogiche, a tal punto che nemmeno i costruttori di labirinti riuscirebbero a districarsi». Provare a districarsi in questo labirinto può pertanto essere un bel gioco estivo, considerando che anche l’illustre Leibniz, citando la Tabula nel quarto libro dei Nouveaux Essais: affermava che essa può servire certamente alla memoria, per conservare e ordinare le idee ma ha soprattutto una sua utilità per stimolare l’esprit. Giocateci allora sulla spiaggia, sulla cima di un monte, su un divano cittadino e, se per caso trovate nuove interpretazioni, fatecelo sapere.
Quentin Varin, «Tabula Cebetis», 1600, Rouen, Musée des Beaux-Arts
Pieter Claeissens il Vecchio,«Tabula Cebetis», 1568, Kassel, Gemäldegalerie Alte Meister
Arabella Cifani
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