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Dai laboratori del progetto «La Valanga Nera» di Mamo Educational Foundation Ets

Courtesy Fondazione CRC

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Dai laboratori del progetto «La Valanga Nera» di Mamo Educational Foundation Ets

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La scrittura che salva: otto storie di rinascita e consapevolezza dalla Fondazione CRC

Il progetto «Il Mito della scrittura», pubblicato in un originale cofanetto di otto libri, raccoglie trame di dolore, malattia e guarigione: un viaggio profondo per ricollegare i fili dell’esistenza e tessere nuovi arazzi di gioia e affetti 

Nei suoi poetici ed evocativi Luoghi della mia prima infanzia (Feltrinelli 1961) Tomasi di Lampedusa afferma che «a tutti dovrebbe essere possibile» raccogliere le sensazioni che hanno attraversato il proprio organismo. Per lo scrittore, anzi, tenere un diario avrebbe dovuto essere un obbligo imposto dallo Stato. Nel corso di tre o quattro generazioni l’accumulo di materiale sarebbe diventato di valore inestimabile e avrebbe anche potuto aiutare a risolvere «molti problemi psicologici e storici che assillano l’umanità». Quello di Tomasi da Lampedusa era, ovviamente, un pensiero provocatorio, ma su un punto aveva perfettamente ragione: «Non esistono memorie, per quanto scritte da personaggi insignificanti, che non racchiudano valori sociali e pittoreschi di prim’ordine». 

Effettivamente basterebbe pensare a che cosa potrebbero essere oggi le memorie del segretario di Cavour o quelle di una cameriera di casa Mussolini, casa Hitler o casa Stalin, tanto per citarne tre (quelle di casa Putin non potrebbero mai apparire). 

Limitandoci ai nostri territori italiani e al nostro tempo, segnaliamo una bella e intelligente iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo: la prima edizione del bando «Il Mito della Scrittura», che ha sostenuto otto progetti di scrittura creativa e collettiva realizzati con l’obiettivo di favorire il dialogo, il confronto e l’indagine personale, in un percorso che mette al centro le persone.

I progetti hanno preso parte a un percorso di formazione e di confronto, dal quale sono scaturiti racconti e riflessioni pubblicati e raccolti in un prezioso cofanetto edito dalla Società Editrice Allemandi (9 fascicoli, di cui uno introduttivo, per un totale di 272 pp., Torino 2026): otto fascicoli racchiusi con una legatura di un gioioso color celeste, intenso e saturo come un cielo sereno, che già da sola mette allegria. I fascicoli nascono da otto percorsi di scrittura autobiografica sviluppati in contesti differenti e con persone, comunità e storie diverse. Ognuno rappresenta un’esperienza singolare di incontro con la scrittura, con temi e strumenti originali a supporto di ciascuna realtà coinvolta. Come affermato nell’introduzione «Il cofanetto invita a percorrerne gli elementi senza un itinerario obbligato, lasciandosi guidare dalla curiosità, da molteplici voci e attraverso connessioni inattese».

La prima testimonianza nel fascicolo intitolato «L’attimo e l’eterno» viene dal gruppo albese Apneia Aps, un’associazione di promozione sociale nata ad Alba nel maggio 2017 che opera per favorire il benessere delle persone e dei gruppi e, in particolare, per coloro che vivono in contesti in cui emergono dinamiche di sofferenza, oppressione, marginalizzazione o alienazione. Il progetto ha previsto la realizzazione di un libro corale, costruito a partire dalle esperienze di persone in condizioni di fragilità sociale, residenti nel territorio albese o in varie strutture. Attraverso laboratori di scrittura guidati da psicologi e psicoterapeuti, i partecipanti hanno esplorato il tema del tempo vissuto, esprimendo memorie, emozioni, riflessioni e speranze. L’obiettivo del progetto è che i testi raccolti e pubblicati diventino parte della storia comunitaria, anche attraverso la diffusione nelle scuole, nelle biblioteche, nei centri di aggregazione e nelle strutture partner, accompagnati da eventi pubblici volti a stimolare il confronto tra i partecipanti e la comunità, generando opportunità di dialogo intergenerazionale e interculturale. È particolarmente commovente leggere le testimonianze prodotte da queste persone, semplici, umili, vinte dagli eventi e spesso schiacciate impietosamente dalla vita. In un mondo come il nostro, in cui si ragiona e si giudicano le persone valutando i soldi, il successo, l’aspetto estetico, la buccia delle cose e le futilità, trovare, fra le tante testimonianze (ma tutte di reale valore) quella di una donna che dice «è anche bello svegliarsi la mattina e sentirsi bene con sé stessi e accettarsi per quello che si è e apprezzare ciò che di positivo abbiamo (…). Vorrei augurarmi di vivere una vita serena scoprendo cosa posso fare per essere d’aiuto per me stessa oppure per le altre persone che mi circondano. Mi piacerebbe sentirmi serena dentro». Sono parole che rinfrescano l’anima. Chi lo ha detto che dobbiamo essere sempre vincenti? Che solo il potere e la giovinezza (a tutti i costi) sono la soluzione? E se ci fosse un altro modo di rapportarsi? Di incontrare il nostro prossimo? Con la gentilezza, con la carità attiva, con la buonagrazia, ma in punta di piedi come stanno facendo in questa comunità.

E non sono da meno le altre testimonianze presenti nel cofanetto. In «Voci reumatiche: parole di corpi che cambiano», brilla l’impegno dell’Associazione Cuneese Malati Reumatici, nata per stare accanto alle persone colpite da malattie reumatiche non soltanto sul piano dell’informazione sanitaria, ma anche su quello della vita quotidiana, che diviene più fragile e con difficoltà spesso meno visibili. Essere malati ed essere soli: quale maggiore tristezza? Altro che le spiagge d’estate, le feste, le discoteche, i tuffi, queste sono storie di chi non può muoversi e non è nemmeno ascoltato.  E allora i malati elaborano scritti in cui scaricano le loro angosce e i loro desideri, anche molto semplici. Potrò tornare a nuotare? Potrò camminare tranquillo? Andare di nuovo in montagna? E fare svanire la terribile sensazione «di essere lasciata indietro perché non compatibile con il passo degli altri.» Scartati, finiti. Abbandonati dai familiari, dai mariti o dalle mogli perché scomodi, ingombranti. E dovere imparare ad accettarsi in nuove dimensioni e prospettive di vita. Non facile.

Dai laboratori del progetto «La Valanga Nera» di Mamo Educational Foundation Ets. Courtesy Fondazione CRC

Dai laboratori del progetto «La Valanga Nera» di Mamo Educational Foundation Ets. Courtesy Fondazione CRC

«La valanga nera» punta dritta su una delle più belle e remote vallate piemontesi, la Val Maira, con la Mamo Educational Foundation Ets (Mef), un’organizzazione non profit impegnata a promuovere l’istruzione come strumento fondamentale per lo sviluppo individuale e collettivo. Nelle quattro Rsa della Valle gli ultrasessantacinquenni sono stati incoraggiati a scambiarsi lettere scritte a mano con i bambini delle scuole locali, a cominciare da quelli di Dronero. Bambini e anziani hanno crealizzato insieme cartoline e carta da lettere, rendendo ogni scambio non solo comunicativo, ma anche creativo e personale. L’utilizzo del servizio postale ha ulteriormente rafforzato l’attesa, la cura e il senso di importanza di ogni messaggio inviato e ricevuto. E gli organizzatori hanno notato che «in questo fervido scambio di messaggi, proverbi, lettere, indovinelli, indirizzi, calligrafie, la soddisfazione più grande è stata senza dubbio la commovente trepidazione visibile sui volti di bambini e anziani nel ricevere e spedire parole dedicate personalmente proprio a loro». Essere ricordati avere qualcuno che ci pensa senza interessi e secondi fini: quale dono prezioso!

«Il rumore del silenzio» conduce direttamente a La Vignola, una casa che accoglie vite, storie e fragilità, con le sue storie tenere di bambini gravemente malati e di adulti che li curano con amore. Sono storie di difficoltà ma anche di luce. 

Con «Il magico mondo degli Elfi» si va sulla Collina degli Elfi nata nel 2008 nel Roero, in Piemonte, come risposta al bisogno delle famiglie che vivono la malattia oncologica pediatrica. Una struttura che si inserisce nel paradigma dell’umanizzazione delle cure, che integra l’assistenza medica con il sostegno psicologico, relazionale ed esistenziale, con la consapevolezza che la malattia coinvolge l’intero sistema familiare. Quando giunge, sempre terribile, una diagnosi di cancro, nell’anima dei familiari tutto si ferma e si congela, figurarsi se si tratta un bambino. Ma, grazie ai grandi progressi della medicina, spesso (molto più spesso di quello che si pensa) questi bambini guariscono e gli scritti di questo capitolo vogliono dare forma a ciò che è difficile da raccontare. Scrivere ha in questo caso un significato particolare, quello di fermarsi, lasciare traccia, fare tesoro dell’esperienza vissuta per poter, lentamente, lasciare andare il dolore e ripartire. Con i bambini, il lavoro ha preso la forma della fiaba. Attraverso immagini, personaggi e narrazioni simboliche, è stata costruita una storia collettiva che racconta paure, desideri, perdite e possibilità di rinascita. Con i genitori e i volontari, invece, si è scelto lo strumento della lettera autobiografica. Tutti hanno cercato, ognuno a modo suo, di raccontare storie di paura, speranza, dolore e rinascita e, alla fine della lettura di queste pagine, resta dentro al cuore una grande speranza.  

«Zaira: i paesaggi della memoria» ci accompagna in un  percorso che si snoda all’interno delle Rsa La Residenza di Rodello e La Pineta di Cerretto Langhe, coinvolgendo tra le 40 e le 50 persone. Gli ospiti sono stati accompagnati lungo un processo legato alla memoria e all’atto del raccontare: un attraversamento fatto di scrittura, ascolto e restituzione, in cui i ricordi sono stati raccolti, rielaborati e trasformati attraverso appunti, interviste, disegni, collage, fotografie. Storie d’amore di settanta anni fa, infarcite di termini dialettali, con complimenti (in piemontese) che oggi non esistono più:  come «sei bella come una mela San Carlo»  («Sei bela paime un pum carlu») una mela bellissima, oggi non più coltivata, gialla, con riflessi rossi. Ci sono amori cominciati nella giovinezza che si manifestano dopo sessanta anni  con lettere così commoventi da far quasi piangere; ci sono ricordi di famiglie e di infanzie felici, di meccanici, di operai, di contadini di donne delle pulizie, rappresentanti di quel popolo degli umili che è il meglio dell’Italia, che ha cuore, che ha sempre tante cose sagge da insegnare. Basta che li si voglia ascoltare e non calpestare come molti pensano di poter fare. 

E poi ci sono esperienze ancora diverse, come quelle de «Le Parole Tra Noi Leggere», da cui è scaturita una graphic novel che raccoglie le voci e i vissuti di un gruppo di donne migranti, ospiti del Sai (Sistema di Accoglienza e Integrazione) di Mondovì, protagoniste di un percorso di «risignificazione» della propria identità attraverso la pratica autobiografica. Sono donne che vengono da storie e usi molto diversi dai nostri, che si meravigliano della libertà di cui si gode nel nostro Paese e dell’uguaglianza fra i sessi sancita dalla legge. Lentamente si integrano e la scrittura le aiuta. La pubblicazione, in questo caso, vuole proprio essere uno stimolo alla diffusione della buona pratica della scrittura come «strumento di comunicazione empatica, riflessione sul sé e ponte tra le persone».

Ultimo fascicolo quello della «Grafia Migrante». L’ente coinvolto è questa volta la Fiordaliso Società Cooperativa Sociale costituita nel 1987 a Fossano (Cn). Inizialmente la cooperativa ha seguito la gestione di servizi rivolti a persone con disabilità e ad anziani non autosufficienti sul territorio fossanese; successivamente ha orientato la propria attività verso la tutela dei minori, attivando nel centro di Cuneo una comunità alloggio; in seguito ha messo in atto progetti di assistenza territoriale rivolti ad adulti e famiglie in situazione di difficoltà, con interventi di carattere sia educativo sia assistenziale. Attualmente opera su un problema di strettissima attualità: la tutela delle donne e dei/delle minori vittime di  violenza. Dal 2014 è iscritta all’Albo Regionale delle Case Rifugio e ad oggi conta nove strutture di protezione. Nel 2011 ha anche avviato attività di accoglienza rivolte a migranti richiedenti asilo, in risposta all’aumento dei flussi registrati sul territorio. La cooperativa ha applicato l’esperienza della Biblioteca Vivente, nata in Danimarca nei primi anni Duemila come strumento volto a promuovere il dialogo, la riduzione dei pregiudizi e il rispetto dei diritti umani. Ciascun partecipante prepara una storia personale, diventando un «libro vivente». Il pubblico può scegliere quale «libro» ascoltare, semplicemente sedendosi di fronte al narratore, che condividerà il proprio racconto. Le narrazioni hanno una durata contenuta, al fine di consentire agli ascoltatori di entrare in contatto con più storie. Da quell’esperienza è nato il laboratorio della «Grafia Migrante». I migranti hanno rimarcato il fatto che il concetto di tempo (il tempo è anche tempo di vita) è scandito in modo differente a seconda del passaporto con cui nasci: arrivi in Europa, nei centri di accoglienza, e ti viene chiesto di correre per imparare una lingua, trovare un lavoro, affittare una casa. Il tempo in cui sei nato scompare. Difficile è anche il concetto di casa. Chi vive in accoglienza, sa che è una casa a tempo; parallelamente, è un posto dove potersi fermare in sicurezza, dopo tanti luoghi incontrati nel corso del viaggio che di casa avevano ben poco. E, se si guarda in avanti, ci si accorge di come è difficile trovarla, una casa da chiamare casa. Questi migranti sono stati aiutati nel loro percorso di crescita anche da iniziative quali la visita di mostre, come «The Soul Trembles» presso il Museo d’Arte Orientale di Torino, con le sue installazioni che non si osservano soltanto, si attraversano. Ifili che invadono lo spazio lo rendono denso, a tratti quasi impraticabile, come dense e attorte di fili sono le vite di questi migranti. Una mostra che nei visitatori ha attivato molteplici emozioni. Sono percorsi articolati, difficili, che procedono fra tentativi, successi e insuccessi, ma che alla fine arrivano a un punto importante: far crescere dialogo e consapevolezza nei nuovi arrivati e non farli sentire abbandonati a sé stessi.

Otto belle storie di vite modeste, di lavoro, di minuscole gioie. Senza trionfalismi, senza glorificazioni, senza rumori soverchi. Ma sono esattamente le storie di cui il mondo d’oggi ha bisogno: normali, gentili, cariche di tenerezza, capaci di aiutare le persone a crescere nella consapevolezza della propria identità. L’esperimento della Fondazione CRC potrebbe essere portato in qualsiasi regione d’Italia e d’Europa anche perché le cose per cui tutti viviamo, speriamo e andiamo avanti sono le stesse ovunque. E, senza quel filo che ci lega gli uni agli altri in una rete di aiuto e solidarietà, non può esserci né vita vera, né speranza di futuro. 

Arabella Cifani, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Arabella Cifani

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