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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliTutto è cominciato dal restauro di uno dei più celebri affreschi del Sodoma nella Villa Farnesina a Roma: le «Nozze di Alessandro e Roxane». Durante la pulizia affiora un graffito inciso con una punta metallica: «Joahnnes Maria de Anversa Fecit V K(arolus) Imp» con la data 6 maggio 1527. Giovanni Maria fiammingo di Anversa era uno di quei soldati scesi come cavallette su Roma in quella tarda primavera del 1527. Sceso come molti altri solo per uccidere e fare bottino e oltretutto vandalo e ignorante. Ma la storia di quella discesa in realtà inizia 35 anni prima. Le cose cominciarono a rovinare quando la luce dell’Italia bella del primo Rinascimento impallidì, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492; dopo il rogo del Savonarola nel 1494; dopo l’orrendo sacco di Prato da parte degli spagnoli nel 1512 che fece 6mila morti. Quel sacco, originato da una sciagurata politica medicea, fu semplicemente il preambolo di quello che poi sarebbe capitato a Roma nel 1527. Fra 1492 e 1527, l’Italia cessò progressivamente di essere il centro della civiltà occidentale e divenne una zona periferica del mondo che si era improvvisamente dilatato oltre i confini del Mediterraneo. Ciò accadde proprio nello stesso momento in cui l’Italia si abbelliva di una cultura splendida, che mai più si era vista tale dai tempi di Pericle.
Antonio Forcellino ha messo ora a fuoco, in uno dei suoi migliori libri (un testo appassionante che si legge d’un fiato) proprio il Sacco di Roma e le vicende storiche e soprattutto artistiche che stanno attorno a questo orrendo fatto di cui esiste anche poca iconografia. Fra le poche immagini che lo rievocano segnaliamo le straordinarie illustrazioni a fumetti del grande Sergio Toppi, uno dei principali maestri del settore, che nel 2003 delineò i fatti del Sacco con maestria e potenza di segno impareggiabili (Ed. Museo Italiano del Fumetto).
Su Roma regnava il nipote di Lorenzo il Magnifico, Giulio Zanobi (1478-1534), figlio legittimato di Giuliano de’ Medici, con il nome di Clemente VII. Era amante dell’arte, della bella vita e delle belle donne. Da una sua schiava di pelle scura ebbe un figlio, Alessandro de’ Medici, detto il Moro (1510-37), primo duca di Firenze morto poi assassinato. Clemente VII è il principale responsabile, con la sua politica ottusa e irresponsabile, del Sacco che ridusse Roma a un terzo dei suoi abitanti. In migliaia, infatti, morirono in «un bagno di sangue che non aveva avuto precedenti nemmeno nelle invasioni barbariche e che cambierà per sempre i destini d’Italia e d’Europa». Sulla sua coscienza sta, greve e imperdonabile, la colpa di quell’inferno, che fu conseguenza diretta della sua decisione di costituire e promuovere una lega antiasburgica. A quella lega aderirono il re di Francia e i principali Stati italiani come le repubbliche di Venezia, di Genova, Firenze e il ducato di Milano. Il conflitto si fece sempre più aspro fino a quando Carlo V iniziò a prendere forza e si affacciò con le sue truppe alle porte di Roma. L’attacco alla città mise a rischio anche la vita del papa stesso che riuscì a stento a scappare tramite il passetto (ancor oggi esistente e praticabile) che unisce i palazzi Vaticani all’imprendibile Castel Sant’Angelo, dove sarebbe rimasto assediato per mesi. Una serie di ritratti di Sebastiano del Piombo misurano con precisione che cosa sia passato in pochi anni nell’animo di questo pontefice prima bello, elegante, sicuro di sé e di superbo aspetto, e dopo sempre più emaciato, con la barba bianca, tormentato dai fantasmi dei romani morti per colpa sua.
Roberto Venturi, «Un massacro in una chiesa durante il Sacco di Roma interrotto dall’Arrivo di Fanfulla da Lodi», 1882, Londra, Museo Wellcome Collection
Sergio Toppi, da «Il Sacco di Roma», 2003, Lucca, Museo Nazionale del Fumetto e dell’Immagine
Era il 6 maggio del 1527 quando i lanzichenecchi, i selvaggi e feroci soldati mercenari tedeschi al soldo di Carlo V d’Asburgo, dilagarono nella Città Eterna mettendola a ferro e fuoco. Nelle prime concitate fasi della difesa morì il loro generale, Carlo III di Borbone (colpito, pare, dall’archibugio di Benvenuto Cellini). Le truppe rimasero allo sbando guidate da comandanti tedeschi e luterani che avevano un odio feroce per il papa, a cui si erano aggiunti sbandati di vari eserciti di ventura, avventurieri e rapinatori d’ogni tipo. Su Roma si scatenò l’apocalisse. Il primo giorno furono uccise 15mila persone, soprattutto preti, frati e suore; chi tentò di difendere i propri beni fu tagliato a pezzi, i bambini infilzati sulle picche, le donne violentate e poi sgozzate, tanto che, come ricorda il Guicciardini: «Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati». Tutte le chiese, San Pietro compresa, furono saccheggiate, le reliquie distrutte, le opere d’arte sbriciolate e i tesori portati via.
Come ben sottolinea Forcellino, il Sacco rappresentò per qualcuno l’occasione per razziare senza alcuno scrupolo, anche inestimabili patrimoni d’arte, compresi quelli del Vaticano. Esemplare la vicenda degli arazzi di Raffaello rubati dalla Cappella Sistina. Quattro di essi finirono nelle avide mani di Isabella d’Este, che durante il Sacco era a Roma ben protetta in casa Colonna. Isabella li fece caricare di straforo su una navicella piena di altri tesori, rubati e da lei ricomprati, che dal Tevere doveva uscire in mare e poi dirigersi a nord dove i suoi uomini li avrebbero recuperati. Il naviglio fu però attaccato dai pirati e la refurtiva nuovamente rubata. Era effettivamente «la miglior parte del Sacco di Roma»: la marchesa sapeva scegliere. Quando si seppe la storia degli arazzi rubati, Isabella, accusata di ricettazione, ebbe la faccia tosta di dire che li aveva ricomprati dai ladri perché voleva salvarli per poi restituirli al papa. Anche il cardinale Cesi e Federico Gonzaga, marchese di Mantova, arricchirono le loro raccolte con molte opere razziate in Roma. D’altra parte gli uomini e le donne del tempo non avevano tanti scrupoli in nessun settore delle loro vite. Ci appare pertanto chiaro il contesto istituzionale in cui la spregiudicata arroganza della classe nobiliare e dei governanti dei vari staterelli, «con il loro cinismo e l’impietosa difesa dei propri privilegi», abbia potuto infliggere «alla Città Eterna e all’Italia un castigo così terribile». Ma che cosa importava a loro dei morti e delle distruzioni? L’unica preoccupazione era il loro «particulare», per stare al Guicciardini. Gli arazzi comunque, dopo essere finiti a Costantinopoli, furono recuperati e riportati in Vaticano, dove tornarono mesi dopo. Furono anche restituiti da ladri che si erano pentiti (i cattolici spagnoli; i lanzichenecchi, luterani, non si pentirono mai) reliquiari e importantissimi oggetti d’arte. Poi a Roma nell’estate del 1527 scoppiò la peste a causa delle migliaia di cadaveri insepolti per la città. Facendo un conto approssimato per difetto, 20mila cittadini furono uccisi, 10mila riuscirono a fuggire e 30mila morirono poi nella pestilenza. Dopo il Sacco la città eterna visse una profonda crisi demografica, economica e culturale che segnò la fine del Rinascimento, l’inizio di una lunga fase di ripresa e l’avvio della Controriforma. Molti artisti morirono durante il Sacco, molti abbandonarono la città, in una vasta diaspora che diede origine al Manierismo internazionale. Ma l’eredità più importante originata da questa tragedia è «Il giudizio Universale di Michelangelo» per la Cappella Sistina. Iniziato nel 1536 su ordine di Clemente VII, che quel giudizio molto temeva (e ci auguriamo sia andato dritto nell’Ade), fu concluso nel 1541 sotto Paolo III. Dopo quest’opera nell’arte italiana ed europea nulla fu più come prima. L’anno prossimo saranno passati esattamente 500 anni dal Sacco di Roma che rimane, purtroppo, di eterna attualità. Con il suo carico di dolore e di morte ci ricorda, e ne abbiamo davanti esempi tutti i giorni, che il passato penetra, vive e resiste nel presente, imponendosi attraverso il già accaduto e che, pur con forme diverse, si ripete incessantemente. Non è detto che quello del 1527 sia stato l’ultimo Sacco di Roma.
Roma. Il Sacco del 1527. Le donne, gli uomini e l’arte di fronte alla furia dei lanzichenecchi,
di Antonio Forcellino, 368 pp., HarperCollins, Milano 2026, € 20
Arabella Cifani
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