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Arabella Cifani
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Con un episodio della vita della disgraziata Valenza Gradenigo inizia per i nostri lettori una nuova rubrica intitolata «Ma che cosa stanno facendo?» Il titolo scaturisce da un fenomeno semplice e complesso insieme: la perdita nel corso degli ultimi cinquanta anni di molte conoscenze storiche e religiose da parte di gran parte della popolazione. La conseguente mancanza di elementi culturali basici indispensabili per decifrare i quadri che si trovano nei musei e nelle chiese costituisce un fatto grave, che spesso ne impedisce la comprensione e fruizione.
Sarà capitato certamente anche a voi di entrare in un museo, anche importante, di non riuscire a comprendere che cosa rappresentano alcuni dipinti, benché figurativi, e di porvi domande come: «Che cosa ci fanno quei tre in quell’angolo e chi è il santo al centro? Che cosa gli sta succedendo? Chi è quel re? E chi è quel condottiero?». Ci sono quadri che non riusciamo più a capire se qualcuno non ce li spiega, raccontandoci che cosa stanno facendo i protagonisti e qual è l’episodio raffigurato nella tela, grande o piccola che sia. E di storie da raccontare i dipinti ne hanno davvero tante.
Le disgrazie in quattro puntate di una moglie, amante, o forse fidanzata: «Valenza Gradenigo al cospetto dell’Inquisitore suo padre» di Francesco Hayez
Iniziamo da Francesco Hayez (1791-1882), il grande veneziano, cantore dell’Ottocento romantico italiano che di quadri difficili ne ha dipinti parecchi, e non pensate che gli splendidi ritratti per cui divenne celebre siano facili da decifrare. Vissuto in pieno Romanticismo, fervido patriota, dalla natia Venezia governata (male) dagli austriaci Hayez si portò dietro, a Milano, dove andò a vivere, il mito della Serenissima, quello della sua grande storia, dei colori di Tiziano e dei maestri della laguna. I suoi quadri, esposti al pubblico fin dal 1820, riscossero un enorme successo e divennero manifesti della nuova pittura romantica. Il suo stile, educato anche a Roma con Canova, era carico di novità artistiche ma, soprattutto, le sue interpretazioni di temi tratti dalla storia nazionale italiana si prestavano a essere lette con un’ottica politica, caricandosi di valori civili e morali calati nel clima patriottico di quegli anni, in cui si accesero i primi moti insurrezionali e si cominciò a preparare il lungo processo che portò all’Unità dell’Italia.
Nel 1832 Hayez dipinse su tavola la prima versione della «Valenza Gradenigo al cospetto dell’Inquisitore suo padre» (in deposito a Villa Carlotta di Tremezzina, Co, dalla Pinacoteca di Brera). Committente l’amministratore dei beni di Manzoni che poi lo cedette al figliastro dello scrittore. Sfido anche molti storici dell’arte a dire che cosa il quadro rappresenta. Il soggetto, che la maggior parte dei visitatori non sa più leggere, è ispirato a un insieme di romanzi storici sul tema della tragica vicenda di Antonio Foscarini (1570-1622) che fu brillante diplomatico, ambasciatore della Serenissima in Francia e poi in Inghilterra. A Londra però qualcuno lo tradì e, al suo ritorno a Venezia nel 1622, sulla base di false accuse fu arrestato per ordine del Consiglio dei dieci, incolpato per illeciti contatti con stranieri e propalazione di segreti di Stato. Condannato a morte, fu strangolato nel carcere dei Piombi e il mattino seguente il suo corpo fu appeso per i piedi tra le due colonne della piazzetta San Marco. Era l’aprile del 1622. Pochi mesi dopo si scoprì la falsità delle accuse, i colpevoli furono giustiziati e il Foscarini fu riabilitato nel 1623 con tanto di funerale di stato e sepoltura in chiesa con monumento. Consolazione molto magra per un errore giudiziario clamoroso.
Francesco Hayez, «Valenza Gradenigo al cospetto dell’Inquisitore suo padre», 1832, Tremezzina (Co), Villa Carlotta
La tragicità della vicenda alimentò la creatività di poeti e tragediografi: nel 1792 Ippolito Pindemonte scrisse una novella in ottave (assai poco digeribile) intitolata Antonio Foscarini e Teresa Contarini, in cui Teresa risulta la donna amata. La caduta del Foscarini fu poi tragedizzata in un illeggibile polpettone da Giambattista Niccolini nel 1823. A ispirare il soggetto del quadro fu anche un romanzo francese, un vero «mattone» in 4 volumi intitolato Foscarini ou le patricien de Venise, che narra la vita e la storia di Antonio Foscarini. Nel frattempo, nel clima romantico preunitario, lo sfortunato diventò un mito, fra politica e feuilleton. Ma dai miti originano spesso pasticci. Spunta ad esempio anche Valenza Gradenigo che non risulta sua moglie e neanche fidanzata o amante, sbucano invece nobili amanti inglesi (la celebre Alatheia Talbot, contessa di Arundel), si scopre che l’ambasciatore era un «femminaro» di prim’ordine e tutto diventa confuso.
Dopo aver dipinto il primo quadro con la Valenza Gradenigo, Hayez ne realizzò altre tre varianti: il soggetto evidentemente piaceva. Del 1835 la seconda versione, molto più complessa per il conte Andrea Maffei come regalo per la moglie Clara che lo collocò nella parete più in vista del suo celebre salotto (oggi il quadro è proprietà della Fondazione Cariplo, Gallerie d’Italia, Milano). Evidentemente tutti i suoi ospiti sapevano bene che cosa rappresentava e quale storia raccontava. Nel 1836 la terza interpretazione, per il conte e ambasciatore austriaco in Roma Rodolfo di Lützow. Infine, la quarta, per un mercante di Vienna non altrimenti specificato .
Oggi questi quattro quadri sono stati tutti identificati e guardandoli si può vedere un Hayez in progress che passa dalla prima prova del 1832 all’ultima del 1845 in un crescendo di colori ed effetti speciali di quelli che solo lui sapeva mettere in scena e con una sintesi di tutti gli elementi più caratteristici e riconoscibili della sua pittura: ambientazione gotico-rinascimentale veneziana, intensa resa degli affetti, eleganza classica del disegno, straordinario magistero nella resa delle superfici e delle trasparenze dei colori.
In tutte le quattro tele si vede la straziata Valenza Gradenigo, a terra, svenuta, sorretta, da un inserviente, fulminata dallo sguardo indagatore del padre e capo degli Inquisitori che non le perdona la sua passione amorosa. Valenza infatti amava segretamente Antonio Foscarini e alla notizia della sua condanna a morte perde i sensi, come si conveniva alle donzelle dell’Ottocento.
Francesco Hayez, «Valenza Gradenigo al cospetto dell’Inquisitore suo padre», 1843-45 ca.
I quadri di Hayez con questo soggetto presentano differenze di formato, tecnica e composizione: sono dipinti in modo progressivamente sempre più eloquente e con l’accentuazione di una gestualità patetica e un colorismo sempre più drammatico. Nelle scene sono raffigurati paggi che vanno e vengono, inquisitori dal ghigno feroce o indifferenti e assorti nella scrittura, luci via via più soffuse modulate da bifore gotiche piombate che conferiscono il tono veneziano all’ambiente. Nella seconda versione viene sciorinato un drappo cremisi, mentre nella terza e quarta i drappi divengono verde scuro e trasparenti. Gli abiti dei personaggi sono simili per colore e stile, resi con mano finissima. Si nota anche il progredire della tecnica di Hayez con gli effetti tonali che vengono resi attraverso velature di colore con un effetto intenso e quasi ipnotico. Con queste opere nacque anche un genere che nel XIX secolo fu in gran voga: quello di una Venezia tenebrosa e carica di misteri amorosi e politici, ove si uccideva con molta facilità chiunque osasse opporsi anche solo minimamente al suo potere.
Dunque Valenza finisce svenuta per l’acuto dolore che la rode e, se a questo punto ci fosse una cavatina del tenore/inquisitore e poi tutti si mettessero a cantare insieme, saremmo nel pieno di un’opera verdiana.
Con questa Valenza, Hayez aveva evidentemente dei conti aperti perché nel 1833 ha anche dipinto un quadro intitolato «Foscarini che ricusa di sposare Valenza Gradenigo il giorno delle nozze perché la trova bionda di capelli», argomento tratto da una cronaca che si conserva in casa Gradenigo: il quadro, presentato all’Esposizione di Belle Arti dell’Accademia di Milano è oggi perduto.
A questo punto alcune domande sorgono spontanee: ma i due si amavano o no? E lui fa storie all’altare perché la scopre bionda? Un personaggio bislacco (proprio da romanzo) che se trattava le donne così si era forse meritato la sua sorte. A conclusione, per favore se vi nasce una figlia non chiamatela Valenza: evidentemente porta sfortuna. Se sei bionda non va bene, se sei innamorata e comunque non si sa bene da dove spunti, finisci anche in carcere e paghi per errori non tuoi. E ,se finisci interrogata dall’Inquisizione, che cosa rispondi? E se torni a casa e il babbo/Inquisitore ti prende a schiaffoni? Oppure ti chiude a vita in prigione, in soffitta, in cantina? Triste sorte in qualsiasi caso quella di questa fanciulla anemica.
Leggere un quadro e la sua storia, come vedete, può portare a molte considerazioni pratiche e culturali non sempre apportatrici di novelle felici. Capire l’arte è una conquista progressiva, un godimento quasi sensuale da rinnovare fino alla stanchezza e bisogna imparare a distinguere fra i cenci colorati e i pezzi di pregio, cercando la verità, magari triste e spietata, da esprimere senza reticenze né omissioni.
Arabella Cifani
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