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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliIl soggetto è molto diffuso nella storia dell’arte, a partire dal Cinquecento e almeno fino all’Ottocento. Imbarazzante però: una donna giovane è rappresentata mentre allatta un vecchio, offrendogli le sue poppe prosperose che lui ciuccia con avidità. Sono sicura che possa essere il sogno degli umarell pensionati che stanno a guardare la sistemazione dei binari del tram: sai che botta di vita! Magari ti arrivasse una bella ragazza al capezzale e si togliesse il reggiseno! Sarebbe come in quella feroce canzone di De Andrè, «Città vecchia» : «Ci sarà allegria anche in agonia» e i moribondi pensionati «Porteran sul viso l’ombra d'un sorriso fra le braccia della morte».
Ma che cosa stanno facendo il vecchietto allattato e la giovane allattante nei quadri (e sono molti)? Per quanto possa sembrare strano, la storia è in realtà molto edificante. Si tratta della gentile leggenda di Pero e Cimone, messa per iscritto nel primo secolo d.C. da Valerio Massimo nei suoi Factorum et dictorum memorabilium libri IX. Vi si narra di una giovane donna che allatta il vecchio padre che «si chiamava Cimone ed era stato condannato a morire di fame. Sua figlia andava a fargli visita in segreto e lo allattava perché non morisse. Alla fine i carcerieri la sorpresero in flagrante ma rimasero talmente colpiti dalla sua devozione, audacia e originalità che ebbero pietà del padre e lo lasciarono libero». In realtà questa storia è ricordata anche da Plinio nella sua Naturalis Historiae e da Hyginus nelle Fabulae. Per questo fatto a Roma, nel Foro Olitorio, sarebbe stato innalzato nel 181 a. C. un tempio dedicato alla Pietas. Agli occhi dei Romani, l'atto di Pero rappresentava infatti una storia emblematica di pietas, più precisamente, di pietas familiare ricordando che bisognava rispettare i legami familiari, anche se ciò dovesse comportare la trasgressione delle leggi sociali.
Quel curioso poeta greco-egiziano che fu Nonno di Panopoli menziona addirittura un principe indiano con una storia simile e immagini del genere si trovano anche nel mondo egizio con faraoni allattati da divinità connesse al ciclo della morte e della rigenerazione e poi ancora presso gli etruschi e a Pompei. Una lunga storia, dunque.
Da noi diventa la Carità romana, fu approvata dalla chiesa e invase lecitamente le collezioni d’arte soprattutto nel XVII secolo, quando questa iconografia divenne molto popolare: da un lato, era un evidente esempio di carità cristiana dall'altro, offriva un'irresistibile opportunità di raffigurare un'immagine molto erotica ma lecita. Durante il Settecento il successo perdurò, ma la figlia Pero veniva spesso raffigurata insieme a un bambino (si veda a proposito la bella tela di Carlo Cignani del Kunsthistorisches Museum di Vienna). Forse la gente era diventata sensibile alle connotazioni perverse e incestuose che si potevano cogliere nell'immagine? Con un bambino in braccio alla madre, tali connotazioni risultavano meno evidenti.
Fra i grandi che hanno dipinto queto tema ricordiamo fra 1606/1607 Caravaggio, che lo rappresenta nella sua pala d’altare delle Sette opere di Misericordia, alla confraternita del Pio Monte della Misericordia a Napoli con una bella e giovane donna che allatta un vecchio attraverso le sbarre, profondamente turbata dal gesto che sta facendo. Ovviamente Artemisia Gentileschi non si fece scappare l’occasione di dipingere una storia così di “confine” in un quadro originariamente destinato alla collezione di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona e che ha avuto recentemente vicende avventurose. Il quadro di Artemisia fu ritenuto pruriginoso e scandaloso così scandaloso che ancora recentemente in occasione della presentazione di una mostra Facebook lo ha respinto come opera che “presenta contenuti allusivi”. Un soggetto che turba ancora, dunque, soprattutto i pii e bigotti (e ipocriti) americani. Da non dimenticare che il tema spopolò anche in ambito nordico e Rubens lo dipinse, da par suo, per una tela che si trova oggi all’Hermitage di san Pietroburgo e dove Cimone è seduto e legato mentre si abbevera, a significare che nel gesto nulla vi era di illecito.
La fortuna si allargò anche all’incisione e alla scultura .Il fiammingo Giusto le Court scolpì sul tema un bellissimo e grande gruppo originariamente collocato a Ca'Sagredo sul Canal Grande e finito poi alla Pinacoteca Nazionale di Budapest. Qualche quadro e qualche scultura neoclassica ricordano ancora Cimone e Pero e poi il tema si eclissa. Dopo la fine dell’Ancien Régime l’interesse per il tema della Carità Romana cominciò a scemare, probabilmente a causa del radicale mutamento dei rapporti familiari all’interno della società borghese e di una visione ristretta della sessualità che escludeva l’allattamento o lo riduceva a un fatto privatissimo. Durante il XIX secolo, inoltre, anche la comprensibilità delle allegorie cattoliche sull’allattamento venne meno.
Oggi dipingere un quadro dove una figlia allatta un padre non è politicamente corretto perché si collega a una varietà di dibattiti a tra gli storici sociali, dell’arte e l'iconografia sembra erotizzare la maternità. Molti curatori di musei sono riluttanti nell’esporre tele con questo tema che finiscono pertanto nei depositi (è toccato anche a Rubens). L’affermazione novecentesca di nuove idee sulla maternità e sui diritti delle donne in questo settore ha, d’altra parte, contribuito definitivamente (e fortunatamente) alla perdita del potere retorico di un’iconografia che per 300 anni aveva affascinato il pubblico europeo.
Giusto Le Court, «Caritas Romana» (dettaglio), XVII sec., Budapest, Museo di belle arti
Caravaggio, «Le sette opere di misericordia» (dettaglio), 1606, Napoli, Pio Monte della Misericordia
Arabella Cifani
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