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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliLungi dal risolversi in una pura grammatica ornamentale, il gioiello si configura come un dispositivo semantico fluido, capace di ridefinire le proprie sfumature estetiche e simboliche nell’intersezione tra temporalità storica, coordinate geografiche e soggettività. Questo affascinante statuto di transizione trova un solido ancoraggio teorico nella riflessione sociosemiotica di Roland Barthes, in particolare nelle intuizioni fondative di Histoire et sociologie du vêtement (1957) e Langage et vêtement (1959). Per il pensatore francese, la moda si struttura come una vera e propria realtà istituzionale, speculare al sistema della lingua: un monumentale serbatoio di codici, canoni e lemmi estetici che la collettività elabora e storicizza. Eppure, l’atto del vestire e, per estensione, dell’adornarsi, non si esaurisce in una passiva ossequiosità a tale paradigma. Al contrario, si traduce in una declinazione individuale affine alla «parole» saussuriana: uno spazio di negoziazione e di parziale libertà in cui il singolo attinge al repertorio comune per formalizzare una propria sintassi identitaria. In questa prospettiva, il gioiello cessa di essere un oggetto inerte per farsi evento: un frammento di cultura sistemica che si compie e si riscatta unicamente attraverso il gesto, intimo e biografico, dell’appropriazione individuale.
Se le teorie di Barthes sul linguaggio della moda sono valide per l’abbigliamento, esse risultano ancora più efficaci se applicate al mondo dell’oreficeria. I gioielli, infatti, nascono con l’intento primario di differenziarci dagli altri e di esprimere la nostra identità. I preziosi parlano un vero e proprio linguaggio, una tesi avvalorata anche dagli studi antropologici, i quali attribuiscono a questi oggetti il potere di racchiudere ed esprimere i più svariati significati simbolici. Questo repertorio di simboli ancestrali include il significato intrinseco delle pietre e dei colori, il valore di geometrie e numeri, i richiami al mondo della flora e della fauna, oltre alle influenze dell’astrologia e ai legami con l’anatomia umana. Lo spettro dei significati si amplia ulteriormente se si considerano le funzioni rituali storicamente assegnate a specifici ornamenti, come nel caso emblematico dell’anello. Di conseguenza, il concetto di prezioso supera di gran lunga la sua stima puramente economica: esso si riflette nei rapporti sociali, abbraccia la sfera legale, spirituale, artistica e sentimentale, ed è capace di suscitare emozioni profonde come il rispetto, la venerazione, la curiosità, la gelosia e l’invidia.
I gioielli possiedono pertanto una profonda natura simbolica che si realizza pienamente solo attraverso la condivisione e l’interazione sociale. Il loro valore e la loro funzione nascono proprio dalle relazioni e dagli scambi all’interno di una comunità. Fin dall’antichità, questi ornamenti accompagnano i momenti cruciali della vita umana e i relativi riti di passaggio, come le nascite, le nozze, i funerali, ma anche celebrazioni, anniversari, periodi di malattia ed eventi sia felici sia dolorosi, segnando da sempre i cambiamenti di ruolo e di status sociale delle persone.
Giò Pomodoro, «Spilla-ciondolo», 1970, Collezione Fusari
Giulio Paolini, «Anello», 1967
Come noto, i testi classici offrono numerose testimonianze sulle logiche di selezione dei monili e sulle abitudini nel portarli. La successiva diffusione e l’approfondimento della letteratura latina hanno contribuito a consolidare nel tempo tradizioni, abitudini e superstizioni legate ai preziosi e alle pietre che li adornano. Anche se inizialmente i primi teologi cristiani guardarono a questi testi con una certa diffidenza, la tradizione letteraria romana riuscì comunque a tramandare la cultura estetica greco-romana fino all’età medievale. In questo periodo, il mondo dei gioielli fu integrato nelle grandi enciclopedie dell’epoca, che univano curiosità storiche e sociali a passi della Bibbia, dando vita a una vera e propria terminologia cristiana dell’ornamento.
Inoltre, fu proprio in epoca classica che si sviluppò un genere letterario interamente dedicato alle pietre preziose: i lapidari. Sebbene i loro contenuti fossero già confluiti nelle opere enciclopediche del Medioevo, questi trattati vennero riscoperti nei loro testi originali grazie agli intellettuali del Rinascimento. In questo scenario, il legame pratico tra la teoria dei testi dotti e le reali abitudini della società fu assicurato dagli orefici. Erano proprio questi artigiani che, per motivi professionali e per assecondare i desideri dei committenti, dovevano possedere una profonda competenza sulle gemme e sulle tecniche migliori per incastonarle nelle loro creazioni. Vennero poi gli orafi artisti, di cui il massimo rappresentante è Benvenuto Cellini.
Se la letteratura permette di scoprire il linguaggio dei gioielli e delle gemme e la loro descrizione e la pittura ne rivela appieno la complessità, oggi è la fotografia ad affiancare in modo eloquente l’arte dell’oreficeria, a valorizzarla, a renderla desiderabile. In questo volume Paola Stroppiana, storica dell’arte e curatrice indipendente, studiosa di arte orafa, indaga con occhio acutissimo il gioiello moderno da Lucio Fontana ad Ada Minola, da Salvador Dalí a Man Ray, da Giò Pomodoro a Giovanni Corvaja. Si snoda davanti ai nostri occhi un’antologia di artisti di fama internazionale che si sono confrontati con il tema del gioiello d’artista e i manufatti sono posti in dialogo diretto con una selezione di opere d’arte moderna e contemporanea. Trentadue sono i ritratti già pubblicati nella rubrica «Maestri orafi» del «Corriere della Sera» di cui Paola è vivace collaboratrice. Tra memorie e incontri, arte e impresa, il gioiello si rivela linguaggio intellettuale e identitario, capace di illuminare vicende private e opere d’arte pubblica, luoghi e persone nella loro dimensione quotidiana e simbolica, offrendo al lettore una prospettiva inedita sulla creatività orafa del Novecento, arte autonoma in sé compiuta. Sfogliare il libro obbliga a una serie di peccati di desiderio non piccoli.
Giovanni Corvaja, spilla «Penthagon», oro
Scardinare i vecchi canoni estetici per ridefinire il concetto stesso di ornamento. È questa, innanzitutto, la scossa culturale che investe il lettore fin dalle prime pagine del volume, una rassegna che fotografa e inquadra il monile moderno nella sua veste più fluida, poliedrica e contaminata. Un viaggio che impone un drastico reset mentale: per decifrare la gioielleria di oggi occorre fare tabula rasa di secoli di pregiudizi.
Il settore si dichiara ufficialmente indipendente da tre storici vincoli. Cade anzitutto il dogma del mero abbellimento estetico. Tramonta poi la consuetudine che relega il gioiello a feticcio per grandi occasioni o riti di passaggio. Ma lo strappo più netto riguarda l’aspetto economico: il valore dell’opera non si calcola più in carati o grammi di metallo nobile, perché al baricentro del processo si posiziona l’intuizione intellettuale, la solidità del progetto.
Siamo insomma ben oltre le logiche del lusso classico. C’è di più: crolla definitivamente la barriera di genere che ne limitava l’uso al solo pubblico femminile. Tra designer e acquirente si stringe così un patto inedito. Indossare queste opere non risponde a dinamiche di esibizionismo o seduzione, ma equivale a firmare un manifesto culturale autonomo e d’impatto. Il monile smette di essere un’appendice del guardaroba e si trasforma, a tutti gli effetti, in una vera e propria estensione dell’anatomia umana.
Irresistibile la spilla di Bruno Martinazzi dove due dita si chiudono morbidamente ad anello, ma anche le collane e gli orecchini di Fausto Melotti dove oscillano profili misteriosi. E che dire del poetico lineare anello di Giulio Paolini che sale come un’onda sul dito? E dei desiderabili pendenti in oro e corallo di Arnaldo Pomodoro? Sorprendente, poi, lo straordinario anello «Arcimboldo» di Licia Mattioli. L’autrice non dimentica luoghi come Musy, la più antica gioielleria italiana, con tre secoli di storia alle spalle dedicati a creare gioielli per i Savoia, e nemmeno deliziose realtà come Tataborello, con il suo laboratorio di alta bigiotteria tutto fatto di donne, conosciuto ormai in tutto il mondo.
Il libro è una cantata polifonica sul tema e autori. I gioielli considerati sono trattati con un’ampiezza di visione inedita e una grande messe di novità. Testi e citazioni testimoniano del vasto repertorio padroneggiato dall’autrice, i documenti e l’iconologia si incontrano sul terreno delle opere, fornendo spesso letture inaspettate e del tutto convincenti, accompagnate da interpretazioni illuminanti e innovative. Il gioiello si affranca da puro ornamento per farsi scultura da indossare: un manufatto plastico inserito a pieno titolo nella storiografia del design e delle arti decorative contemporanee.
Quando il gioiello diventa arte
di Paola Stroppiana, 224 pp., ill., italiano e inglese, Silvana, Milano 2026, € 32
La copertina del volume
Arabella Cifani
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