Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Man Ray, «Larmes», 1930 ca

© Man Ray 2015 Trust / VG Bild-Kunst, 2026

Image

Man Ray, «Larmes», 1930 ca

© Man Ray 2015 Trust / VG Bild-Kunst, 2026

Kiki de Montparnasse, la donna dietro «Le Violon d’Ingres» di Man Ray

Al Museum Ludwig di Colonia la storia del celebre scatto restituisce centralità ad Alice Prin: artista, cantante e figura libera della Parigi d’avanguardia, troppo a lungo relegata al ruolo di musa

A Montparnasse, negli anni ’20, Kiki poteva uscire da un atelier dove aveva posato per ore e ritrovarsi poco dopo al Jockey Club, davanti a un bicchiere, prima di salire sul palco. Intorno, pittori senza soldi, poeti, fotografi, modelle e americani di passaggio: più che un quartiere, una festa che sembrava non avere intenzione di finire. È dentro questo mondo che nasce una delle fotografie più celebri del Novecento. Bastarono due effe dipinte sulla schiena nuda di Alice Prin (Châtillon-sur-Seine, 1901-Parigi, 1953) per mandare in cortocircuito Ingres, fotografia e Surrealismo. Fino al 7 aprile 2027, nelle sale della fotografia del Museum Ludwig di Colonia, «Man Ray: Kiki» ricostruisce la storia di un’immagine diventata icona e riporta al centro la sua protagonista (che posò per Modigliani e Foujita, cantò nei cabaret, recitò al cinema e pubblicò memorie tanto esplicite da essere censurate negli Stati Uniti) troppo spesso ricordata soltanto come musa.

L’immagine è, ça va sans dire, «Le Violon d’Ingres» del 1924. Kiki è seduta di spalle, nuda fino ai fianchi, un turbante sulla testa e un drappo intorno al corpo. Man Ray (Philadelphia, 1890-Parigi, 1976) guarda alle odalische viste da dietro di Jean-Auguste-Dominique Ingres (Montauban, 1780-Parigi, 1867), ma aggiunge allo scatto le due aperture a effe di un violino. Il corpo diventa strumento musicale, la fotografia flirta con la pittura, Ingres finisce nel XX secolo senza neppure essere consultato. 100 anni dopo, basta vedere quella schiena per riconoscerla. Il fatto è che «Le Violon d’Ingres» è diventato molto più famoso della donna che ritrae. Perché Alice Ernestine Prin, detta Kiki de Montparnasse, non fu semplicemente la ragazza che ebbe la fortuna di incontrare Man Ray. Semmai, per certi versi, accadde anche il contrario. Nata nel 1901 in Borgogna e cresciuta dalla nonna, arrivò a Parigi dodicenne. Nel giro di pochi anni il suo volto attraversò l’avanguardia con una frequenza che oggi definiremmo una formidabile strategia di personal branding, se l’espressione non fosse così deprimente. Amedeo Modigliani (Livorno, 1884-Parigi, 1920), Chaïm Soutine, Léonard Tsuguharu Foujita, Alexander Calder, André Kertész, Maurice Utrillo: Kiki passa dagli atelier alla vita notturna di Montparnasse senza soluzione di continuità. Non frequenta semplicemente una scena: contribuisce a inventarla.

Man Ray, «Le Violon d’Ingres», 1924. © Man Ray 2015 Trust / VG Bild-Kunst, 2026

Con Man Ray ebbe una relazione dal 1921 al 1929. Otto anni che produssero immagini come il già citato «Le Violon d’Ingres» e «Noire et blanche», ma anche film come «Retour à la raison», «Emak Bakia» e «L’Étoile de mer». La formula «musa di Man Ray», ancora oggi incollata al suo nome, lascia quindi fuori quasi tutto ciò che conta. Kiki non aveva nessuna intenzione di limitarsi a essere guardata: cantava, dipingeva, recitava, scriveva, possibilmente facendo un certo rumore. Dal 1923 fu una presenza del Jockey Club e si esibì al leggendario Le Boeuf sur le Toit di Jean Cocteau (Maisons-Laffitte,1889-Milly-la-Forêt, 1963) e in altri locali parigini. Nel 1937 aprì perfino un proprio cabaret, Babel. Recitò anche al cinema e dipinse: nel 1927 la Galerie Sacre du Printemps le dedicò la prima personale, con un catalogo introdotto dal poeta surrealista Robert Desnos (Parigi, 1900-Terezín, 1945) che andò esaurito in pochi giorni. Più che una musa, un piccolo conglomerato culturale con caschetto nero e scarsissima propensione alla discrezione.

Nel 1929 il giornalista Henri Broca la incoronò «Regina di Montparnasse». Un titolo che fotografava bene una realtà: Kiki era diventata il volto di una Parigi in cui arte e vita notturna, pittura e sesso, cinema e cabaret avevano smesso di rispettare educatamente i propri confini. Non appartenente davvero a nessuna disciplina perché le attraversava tutte. Una condizione molto contemporanea, quando ancora essere multidisciplinari non richiedeva di dichiararlo nella bio di Instagram. E aveva già raccontato tutto, o quasi, da sola. Nel 1928 pubblicò Kiki: Souvenirs, con prefazione di Foujita, riproduzioni dei propri dipinti e ritratti realizzati dagli artisti che l’avevano frequentata. Il libro uscì in inglese nel 1930, ma negli Stati Uniti il contenuto fu considerato tanto esplicito da impedirne la libera circolazione fino agli anni ’70. Un dettaglio che dice parecchio: il corpo di Kiki poteva diventare un capolavoro; quando invece era lei a raccontare la propria vita, diventava improvvisamente un problema.

La guerra chiuse brutalmente quel mondo. Kiki lasciò Parigi, vi tornò nel 1945 e riprese a esibirsi. Morì nel marzo 1953, a 51 anni, dopo una vita segnata anche dall’abuso di alcol e cocaina. Montparnasse, intanto, aveva già cominciato a trasformarsi da luogo reale in mitologia.La mostra del Museum Ludwig, curata da Miriam Szwast e costruita intorno alla stampa della Collezione Gruber, permette di guardare «Le Violon d’Ingres» da un’altra angolazione. Non solo come uno dei grandi gioielli di Man Ray, ma come il risultato dell’incontro fra due star. Lui dietro l’obiettivo, lei davanti. Ma non per questo passiva. Resta quella schiena. Perfetta, trasformata in strumento musicale. Man Ray l’ha resa immortale. La storia dell’arte, con l’atavica pigrizia che mostra nei confronti delle donne, ha fatto il resto: ha conservato il corpo e progressivamente sfocato la sua bio. Insomma, per cent’anni abbiamo guardato Kiki senza vederla davvero. Ora basta spostare lo sguardo di qualche centimetro oltre quelle due effe. E scoprire che la donna trasformata in violino aveva, da tempo, una voce propria. E intensissima.

Germano D’Acquisto, 01 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

Germano D’Acquisto

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Per quale motivo le gallerie americane indicano il costo delle opere in didascalia, mentre quelle europee lo sussurrano come una confidenza personale? Perché il mistero è un’infallibile forma di seduzione e perché il prezzo viene utilizzato come certificato di qualità per costruire il valore dell’opera

Sotto la pressione del turismo, del mercato immobiliare e di un’economia florida l’isola sta cambiando, ma a quale prezzo? Le alternative esistono e dovrebbero fare scuola
 

La grande retrospettiva di Picabia in programma a Milano ci ricorda che un artista può anche non essere vittima del suo brand

L’algoritmo ci preclude le scoperte o, peggio, ci rende difficile cambiare idea; il mercato trasforma la riconoscibilità in un obbligo, ma il vero artista è quello che ha il coraggio di spiazzarci

Kiki de Montparnasse, la donna dietro «Le Violon d’Ingres» di Man Ray | Germano D’Acquisto

Kiki de Montparnasse, la donna dietro «Le Violon d’Ingres» di Man Ray | Germano D’Acquisto