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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliCambiare idea è diventato un problema di reputazione. Basta rileggere un vecchio post, ritrovare una dichiarazione di cinque anni fa o confrontare due fotografie del proprio guardaroba per essere accusati di incoerenza. Nell’epoca dell’identità come marchio registrato, bisogna avere un’estetica riconoscibile, opinioni possibilmente immutabili e una biografia che proceda in linea retta. Francis Picabia, se fosse ancora in circolazione, probabilmente si farebbe espellere da LinkedIn entro la pausa pranzo.
Pittore, scrittore, provocatore e specialista nel deludere le aspettative altrui, Picabia ha attraversato le avanguardie del Novecento con l’atteggiamento di chi entra a una festa, conosce tutti e se ne va prima che qualcuno gli chieda di iscriversi al club. Impressionismo, Fauvismo, Cubismo, Dadaismo, astrazione, ritorno alla figura: ogni volta che sembrava aver trovato una lingua, ne imparava un’altra. E spesso la usava per contraddire quella precedente. Non per indecisione, ma per una forma di insofferenza verso tutto ciò che rischiava di diventare una formula.
Dal 9 ottobre al 24 gennaio 2027, Palazzo Reale a Milano gli dedica «Picabia. Aprire le porte della notte», la più ampia mostra mai realizzata in Italia sull’artista. Curata da Anne Berest Picabia, riunisce oltre 170 opere tra dipinti, disegni, fotografie e documenti d’archivio. Il filo conduttore è la notte, intesa come territorio del desiderio e della reinvenzione. Un’idea particolarmente adatta a un uomo che, appena si accendevano le luci su una sua nuova identità artistica, sembrava già cercare l’uscita di sicurezza.
Nato a Parigi nel 1879, da padre cubano e madre francese, Picabia comincia dipingendo alla maniera impressionista, con Pissarro e Sisley tra i riferimenti. Poi cambia strada. Si avvicina ai fauves, al Cubismo, conosce Apollinaire e Duchamp, partecipa alla nascita della Section d’Or e dell’Orfismo. Nel 1913 espone all’Armory Show di New York; due anni dopo, sempre nella città americana, entra in contatto con Alfred Stieglitz. Nel frattempo le sue opere si sono allontanate dalla rappresentazione tradizionale fino a farne uno dei pionieri dell’astrazione.
Fin qui, una carriera che oggi verrebbe raccontata come una brillante evoluzione. Ma Picabia non ha nessuna intenzione di offrire ai posteri una narrazione così comoda. Arrivano le macchine, gli ingranaggi, le figure meccaniche; poi, con Tristan Tzara, l’avventura dadaista. Dopo il 1925, ecco i mostri, le spagnole e le trasparenze, immagini in cui i corpi e le forme si sovrappongono come pensieri che non hanno voglia di mettersi in fila. Negli anni Quaranta dipinge anche nudi accademici, prima di tornare all’astrazione. Un percorso che farebbe venire un esaurimento nervoso a qualsiasi consulente di personal branding.
Il confronto con il presente è impietoso. Damien Hirst ha trasformato lo squalo in formaldeide, i pois e le vetrine farmaceutiche in un universo immediatamente identificabile; Jeff Koons ha fatto della superficie impeccabile una firma che si riconosce prima ancora di leggere la didascalia. Non è una questione di valore delle opere, ma di riconoscibilità: il sistema dell’arte premia anche la capacità di essere individuati a venti metri di distanza, possibilmente da un collezionista distratto. Picabia, invece, rischia di sembrare un artista diverso a ogni sala. Per un mercato che ama le firme quanto le opere, un comportamento quasi antisociale.
La tentazione, naturalmente, è cercare un Picabia autentico dietro tutti questi Picabia provvisori. Quello impressionista era ancora acerbo? Quello dadaista era il vero ribelle? I nudi erano una provocazione, una concessione o un ripensamento? Domande comprensibili, ma forse mal poste. Presuppongono che un artista debba possedere un’identità definitiva, nascosta da qualche parte sotto gli esperimenti. E se invece il punto fosse proprio non averne una sola?
La questione riguarda anche chi non ha mai preso in mano un pennello. Oggi la coerenza è una virtù pubblica e la contraddizione una prova a carico. Un’opinione cambiata richiede spiegazioni; un gusto abbandonato sembra un tradimento; persino modificare il proprio stile può essere interpretato come un cedimento all’algoritmo. Si pretende che una persona rimanga fedele alla versione di sé che ha avuto più successo. Il risultato è una società piena di individui che continuano a interpretare un personaggio anche quando hanno smesso di riconoscersi nella parte.
Picabia offre un’alternativa meno rassicurante e decisamente più interessante. Non tutte le sue svolte devono piacere, né ogni contraddizione merita di essere celebrata. Cambiare idea per convenienza non è la stessa cosa che farlo per curiosità. Ma la fedeltà a una posizione, da sola, non ne garantisce la qualità. Talvolta significa soltanto che si è smesso di guardare.
In fondo, il titolo della mostra milanese contiene già un piccolo programma di vita: aprire le porte della notte. Non sapere esattamente che cosa ci sia dall’altra parte e andarci comunque. Per un’epoca ossessionata dalla riconoscibilità, è quasi un gesto scandaloso. Picabia, che di scandali se ne intendeva, avrebbe probabilmente cambiato idea anche su questo.
Francis Picabia, «Femmes au Bull-Dog», 1941. © 2026, RMN-Grand Palais-Jean-Claude Planchet-Dist. Foto Scala Firenze
Germano D’Acquisto
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