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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliLa mostra «Man Ray: tutto», allestita dal 12 settembre al 13 dicembre alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Pr), a cura di Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, per la prima volta in Italia analizza con pari dignità tutte le discipline praticate dall’artista, nato Emmanuel Radnitzky a Philadelphia nel 1890, attraverso oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film. La mostra, organizzata a cinquant’anni dalla scomparsa di uno degli artisti più geniali e versatili del XX secolo, avvenuta a Parigi il 18 novembre 1976, riunisce alcuni suoi capolavori: «Le Violon d’Ingres» (1924) raffigurante Kiki de Montparnasse (Alice Ernestine Prin), «Noire et Blanche», nonché i celebri ritratti delle muse e modelle Lee Miller e Nusch Éluard, oltre alla celebre «Ostruzione» del 1920 (63 grucce di legno appese al soffitto), a numerosi rayograph e solarizzazioni, autentiche icone dell’arte dada e surrealista, fino a «Électricité» del 1931, un portfolio di 10 photogravure realizzato con la collaborazione di Lee Miller (Elizabeth Miller, 1907-77). Molti anche i dipinti esposti, tra cui «À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux» (1932-34), in cui le labbra cremisi di Lee Miller fluttuano giganti nel cielo sopra Parigi, nonché oggetti celeberrimi come ferro da stiro con i chiodi (1921 ca), rubato e riproposto più volte in copia da Man Ray, e il metronomo con l’occhio di Miller («L’oggetto indistruttibile», 1931). Ricostruita in mostra anche «Résurrection des Mannequins» che documenta una delle sale più affascinanti dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi. Abbiamo intervistato Walter Guadagnini.
Una frase celebre di Man Ray recita: «Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza». Chi è Man Ray?
Le rispondo con un’altra citazione, la definizione che ne ha dato il suo grande amico e mentore Marcel Duchamp (1887-1968): «Man Ray: sostantivo maschile, sinonimo di gioia, giocare, gioire». Ecco, prima di tutto è stato questo, un artista che provava gioia in quello che faceva e che riesce a trasmetterla a chi vede le sue immagini e i suoi oggetti. E il gioco è una parte essenziale della sua ricerca: il gioco degli scacchi, i giochi di parole di cui sono piene le sue opere, un gioco capace di essere anche serissimo e che, come diceva un altro grande artista, quando riesce è poesia.
Nell’arte, soprattutto nella fotografia, la lezione di Man Ray come si declina secondo lei?
Prima di tutto nella libertà e nell’assenza di pregiudizi. Lui non si preoccupava delle tecniche anche se le conosceva benissimo; finge di inciampare per caso nei rayograph e nelle solarizzazioni, ma in realtà aveva frequentato Stieglitz da giovanissimo e certe cose non poteva non averle conosciute. Non si vergogna di utilizzare la fotografia come strumento professionale e riesce a realizzare alcuni dei capolavori della fotografia del XX secolo lavorando su commissione, come accade per la celeberrima immagine «Larmes» (fotografia in bianco e nero realizzata nel 1930-32, Ndr). Poi il gusto di sperimentare, di tentare linguaggi nuovi, di non arrestarsi mai su una cifra stilistica fissa.
Man Ray, «Autoritratto con mezza barba», 1943, © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Man Ray, «Le Violon d'Ingres», 1924 © Christie's Images Scala, Firenze © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Com’è costruita la mostra alla Magnani Rocca?
Mauro Carrera, Stefano Roffi e io l’abbiamo pensata come un viaggio nell’universo dell’artista: Man Ray ha costruito un mondo e noi cerchiamo di portarlo alla luce. Che utilizzi la fotografia o la pittura, che costruisca oggetti o che li trovi, che realizzi un film o pubblichi un libro d’artista, inventa una realtà parallela fatta di immagini e di parole, e dal loro incontro, dalla loro collisione, dal loro rapporto, nasce qualcosa di nuovo, qualcosa per l’appunto di surreale. Abbiamo scelto per il percorso un andamento cronologico, perché è interessante vedere come pressoché tutte le sue idee nascano molto presto, già tra Philadelphia e New York dove opera fino al 1921, quando si sposta a Parigi, ma si evolvano in mille direzioni nel corso dei decenni successivi.
Le ultime mostre di Man Ray in Italia si sono viste a Palazzo Reale di Milano («Man Ray. Forme di luce»), alla Biennale di Venezia («Man Ray, l’immagine ritrovata»), mentre dal 13 novembre al 31 gennaio ’27 è prevista una rassegna monografica al Palazzo Roverella di Rovigo. Qual è la peculiarità della mostra alla Fondazione Magnani Rocca?
Una particolarità alla Magnani Rocca è quella di porre in luce il rapporto tra Man Ray e l’Italia: a partire almeno dagli anni Sessanta, quando l’artista non godeva più della fama che lo aveva accompagnato negli anni Venti e Trenta, alcuni intellettuali e galleristi italiani, da Arturo Schwarz a Giorgio Marconi a Luciano Anselmino, hanno guidato la riscoperta della sua figura, commissionando anche la maggior parte delle riedizioni dei suoi lavori antichi andati perduti.
Può annunciare altre opere esposte in mostra?
Le opere provengono soprattutto da collezioni private italiane e francesi e, insieme ai capolavori più noti, presentiamo pezzi spettacolari quali una scultura geniale come la «Venere restaurata», l’installazione «Ostruzione», costituita da appendiabiti sospesi in aria, uno splendido dipinto proveniente dalla collezione di Milena Milani oggi al Museo di Savona, un capolavoro dell’arte editoriale come «Alphabet pour Adultes» nell’edizione francese. Oltre naturalmente alle fotografie che tutti conoscono e a ritratti dei grandi protagonisti della formidabile stagione delle avanguardie.
Man Ray è notissimo per i rayograph e le solarizzazioni, ma ha anche molto dipinto: come si inserisce la pittura nella sua produzione?
È un rapporto curioso: da buon dadaista la denigra, ma in realtà ha sempre voluto essere riconosciuto come pittore, lo si legge abbastanza chiaramente tra le righe della sua «Autobiografia», che rimane un’ottima fonte per conoscere la sua personalità. Eppure, a parte le grandi rassegne surrealiste alle quali era stato invitato e dove aveva potuto esporre le sue opere pittoriche maggiori, il suo ruolo anche all’interno dei mondi dadaista e surrealista è sempre stato principalmente quello del fotografo o del «maestro delle luci». Io penso che oggi la sua pittura abbia più possibilità di essere apprezzata che in passato, risponde molto bene allo spirito di molti pittori e pittrici delle ultimissime generazioni.