Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliNetflix sa cosa guarderemo. Spotify cosa ascolteremo. Amazon cosa compreremo. Google dove andremo. Il futuro, più che un territorio inesplorato, somiglia ormai a una consegna programmata. Arriva puntuale, confezionato secondo i nostri gusti e accompagnato da un rassicurante «Potrebbe piacerti anche». Il problema è che, a forza di piacerci tutto, rischiamo di non scoprire più niente. Persino l’imprevisto, ormai, sembra richiedere una prenotazione.
Benvenuti nell’epoca dell’anticipazione perfetta: tutto è personalizzato, consigliato, ottimizzato. La sorpresa, quando arriva, sembra aver compilato un questionario sulle nostre preferenze.
Il problema non è che le macchine sappiano cosa ci piace. È che sembrano convinte che debba piacerci per sempre. Chi ha ascoltato una volta un cantautore malinconico viene accompagnato verso altri cantautori malinconici, fino a trasformare una domenica di pioggia in una diagnosi permanente. Chi compra una lampada di design si ritrova inseguito da lampade di design per mesi. Amazon non contempla l’ipotesi che, dopo averne acquistata una, il problema dell’illuminazione domestica sia stato risolto. L’algoritmo è un maggiordomo efficientissimo con un difetto: non sopporta che il padrone cambi idea.
L’arte, fortunatamente, ha costruito buona parte della propria storia sul comportamento opposto. Tino Sehgal, per esempio, realizza opere che non si possono fotografare e che spesso prendono forma attraverso incontri e conversazioni con i visitatori. Si entra in uno spazio espositivo aspettandosi un oggetto e ci si ritrova dentro una situazione di cui non si conosce il copione. Un incubo per chi ha già preparato il post su Instagram. E una piccola lezione di libertà: la scoperta comincia quando non sappiamo più esattamente che cosa siamo venuti a vedere. L’algoritmo può suggerire una mostra, ma non anticipare una conversazione che ancora non è avvenuta.
Francis Picabia, poi, sarebbe stato l’incubo di qualsiasi piattaforma. Impressionista, cubista, dadaista, figurativo, astratto: appena il sistema avesse capito cosa proporgli, lui avrebbe cambiato linguaggio. Oggi gli arriverebbe una notifica preoccupata: «Abbiamo notato attività insolite nel tuo gusto». E magari un invito a tornare alle opere che aveva apprezzato nel 1912.
Francis Picabia, «Lano», 1938 ca, collezione privata. ©️ Archives Comité Picabia
Il mercato contemporaneo, al contrario, ama gli artisti che si riconoscono da lontano. I pois di Yayoi Kusama, i Balloon Dog di Jeff Koons, gli animali in formaldeide di Damien Hirst: universi visivi molto diversi, accomunati dalla capacità di diventare immediatamente identificabili. Il rischio non sta nella riconoscibilità in sé, ma nel momento in cui la firma si trasforma in un obbligo. Il pubblico vuole ritrovare ciò che conosce, il mercato gradisce sapere cosa aspettarsi e l’artista deve fare i conti con la tentazione di non deludere nessuno. Una condizione eccellente per vendere. Un po’ meno per sorprendere.
Anche il visitatore ha imparato a presentarsi preparato. Prima di entrare in una mostra ha già visto su Instagram l’installazione principale, letto quali opere fotografare e individuato la sala con la luce migliore. Davanti a un quadro, anziché chiedersi che cosa stia guardando, controlla di essere arrivato a quello giusto. L’esperienza estetica diventa una verifica delle aspettative. Se poi l’opera è difficile, non fotogenica o richiede più di quindici secondi, rischia di sembrare un disservizio.
Eppure una mostra memorabile non è necessariamente quella da cui si esce soddisfatti. Può essere quella che irrita, che lascia perplessi, che costringe a tornare davanti a un dipinto perché la prima impressione era sbagliata. Francis Bacon non ha dipinto i suoi corpi deformati per rendere più piacevole il soggiorno del visitatore. E davanti a un’opera di Gerhard Richter non sempre si capisce subito se si stia osservando un’immagine, la sua cancellazione o il tentativo di ricordarla. Per fortuna.
Fuori dai musei, intanto, l’imprevisto è diventato un prodotto turistico. Si parte per Parigi con diciotto indirizzi salvati, si prenota il bistrot «segreto» consigliato da mezzo milione di persone e si raggiunge il quartiere «autentico» seguendo una fila di visitatori con lo stesso itinerario. La scoperta consiste nel riconoscere dal vivo ciò che si era già visto sul telefono. Persino perdersi è complicato: Google Maps interviene dopo pochi metri, con la sollecitudine di un genitore che non lascia attraversare la strada.
Naturalmente, nessuno rimpiange le ore passate a cercare un indirizzo su una cartina piegata male. Il punto non è rinunciare alla tecnologia, ma smettere di trattare ogni deviazione come una perdita di tempo. Un libro comprato per sbaglio, un film scelto senza trailer, una galleria in cui si entra per ripararsi dalla pioggia: sono esperienze che non promettono nulla. Proprio per questo possono ancora dare qualcosa.
Il lusso, forse, non sarà più ottenere esattamente ciò che desideriamo. Sarà incontrare qualcosa (o qualcuno) che non avevamo neppure pensato di desiderare.
Francis Picabia, «Broderie», 1922, Perl Collection. ©️ Perl Collection
Germano D’Acquisto
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Ma nei processi attuali più le macchine accumulano conoscenza, più agli esseri umani servirà la cultura, intesa come capacità di conoscere analogie, contraddizioni, genealogie



