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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliA Parigi si può parlare tranquillamente del prezzo di una Birkin, di un appartamento nel Marais o di una suite al Ritz. Ma provate a cercare il prezzo di un quadro durante Art Basel Paris. Accanto all’opera troverete il nome dell’artista, il titolo, l’anno, la tecnica, le dimensioni. Tutto, tranne la cifra. Quella bisogna chiederla, possibilmente con una certa discrezione. Nel mercato dell’arte il denaro non si esibisce: si sussurra. Come se parlare apertamente di soldi davanti a un’opera fosse una forma di maleducazione, un’improvvisa caduta di stile. Eppure, tra gli stand del Grand Palais, dal 23 al 25 ottobre, il denaro circola eccome. Soltanto che preferisce non farsi vedere. È uno dei paradossi più affascinanti del sistema dell’arte contemporanea. In un mondo che ha trasformato tutto in merce, dai nostri dati personali alle esperienze sentimentali, l’arte continua a coltivare una certa reticenza economica. Il prezzo non è necessariamente esposto, la trattativa è privata, la vendita avviene attraverso conversazioni che assomigliano più a un corteggiamento che a una transazione commerciale. Ma dietro questa sofisticata liturgia si nasconde una contraddizione piuttosto interessante: l’arte è uno dei pochi mercati in cui l’aspetto commerciale viene sistematicamente tenuto sullo sfondo, quasi fosse un dettaglio secondario. Si discute di ricerca, linguaggi, visioni, intuizioni. E soltanto alla fine, con la discrezione che si riserva agli argomenti leggermente imbarazzanti, arriva la questione economica. Come se conoscere il prezzo rischiasse di compromettere il piacere della scoperta. Una forma di pudore tutta particolare, soprattutto considerando che nessuno, da quelle parti, sembra avere davvero qualcosa contro il denaro.
Anche la geografia ha le sue responsabilità. In fiera alcune gallerie degli Stati Uniti, dove il rapporto con il denaro è decisamente meno pudico e quasi tutto sembra avere un prezzo, arrivano a indicare la cifra direttamente accanto alla didascalia dell’opera. Titolo, tecnica, dimensioni, prezzo. Una trasparenza quasi disarmante, che in Europa rischierebbe di essere considerata una piccola volgarità. Nel Vecchio Continente il denaro preferisce ancora le buone maniere: la cifra si chiede, si comunica sottovoce, possibilmente lontano da orecchie indiscrete. Come una confidenza tra persone che si conoscono da molto tempo. Gli americani espongono il prezzo, gli europei lo sussurrano. Due modi diversi di intendere il mercato, ma anche due forme di esibizionismo: da una parte quello della ricchezza, dall’altra quello della discrezione. E non è affatto detto che il secondo sia meno ostentato del primo.
La discrezione, naturalmente, ha una sua eleganza. Ma è anche una straordinaria forma di potere. Chi conosce le cifre appartiene a un mondo, chi deve chiederle a un altro. E chi non osa nemmeno domandare ha già capito da solo quale sia il proprio posto. Il prezzo diventa così un codice sociale prima ancora che un’informazione economica. Forse il vero lusso contemporaneo non consiste nel possedere qualcosa di costoso, ma nel non dover mai chiedere quanto costa.
C’è un aspetto quasi erotico in questa reticenza. Il prezzo nascosto alimenta il desiderio, introduce una distanza, suggerisce che ciò che abbiamo davanti appartenga a una dimensione diversa da quella degli acquisti ordinari. In fondo, il mistero è sempre stato un eccellente strumento di seduzione. Un’opera senza prezzo esposto sembra chiedere di essere desiderata prima ancora di essere comprata. È qui che il mercato dell’arte dimostra la sua intelligenza: ha capito che il desiderio cresce quando non tutto viene immediatamente svelato. Il problema è che, a volte, il mistero finisce per essere più interessante dell’opera.
C’è infine un altro paradosso. Nel mercato dell’arte il prezzo non misura soltanto il valore di un’opera: contribuisce a costruirlo. Un quadro venduto per diecimila euro può suscitare curiosità, lo stesso quadro proposto a un milione diventa improvvisamente un oggetto da prendere molto sul serio. La cifra si trasforma in una promessa di importanza, una specie di certificato di qualità che precede qualsiasi giudizio estetico. E più il prezzo sale, più diventa difficile ammettere che qualcosa semplicemente non piace. Del resto, chi avrebbe il coraggio di dire che un quadro da cinque milioni è brutto? Forse il vero talento del mercato dell’arte non è stabilire quanto vale un’opera, ma convincerci che ciò che costa molto debba necessariamente valere molto.
Naturalmente, sarebbe ingenuo ridurre tutto a una questione di soldi. Un’opera può commuovere, disturbare, cambiare il modo di osservare il mondo. Può diventare una presenza familiare, accompagnare una vita intera, sopravvivere a chi l’ha acquistata. È questa dimensione emotiva a rendere il mercato dell’arte diverso dagli altri. Ma perché fingere che sentimento e denaro siano incompatibili? Si può amare profondamente un quadro e voler sapere quanto costa. Come si può trovare insopportabile un’opera da dieci milioni e meravigliosa una da duemila euro. Il buon gusto non è una conseguenza automatica della disponibilità economica. Una circostanza che, fortunatamente, continua a sfuggire anche ai più ricchi.
Forse il problema non è il prezzo nascosto, ma il pudore che lo circonda. La convinzione che nominare una cifra possa contaminare la purezza dell’esperienza estetica. Come se l’arte, per conservare la propria aura, dovesse nascondere il conto. Eppure il denaro non rende necessariamente volgare la bellezza. Più spesso è il modo in cui se ne parla, o si evita accuratamente di parlarne, a diventare ridicolo. Tra le migliaia di opere esposte al Grand Palais ci saranno quelle destinate ai musei, quelle che finiranno nei salotti privati e quelle che resteranno invendute. Alcune diventeranno più importanti, altre verranno dimenticate. Nessuna cifra potrà garantire il contrario. E allora forse la domanda più interessante, davanti a un quadro, non è quanto costa. Ma se continuerebbe a piacerci sapendo che non vale un euro. Perché il vero scandalo, nel mercato dell’arte, non è parlare di soldi. È scoprire quanto spesso siano i soldi a parlare al posto nostro.
Germano D’Acquisto
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