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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPrima delle Ferrari c’erano i cavalli. Prima dei calciatori, dei piloti e dei tennisti, pure. Per migliaia di anni, se volevi raccontare il potere, la velocità, il sesso, la guerra o semplicemente il privilegio di stare sopra mentre gli altri rimanevano sotto, mettevi un uomo su un cavallo. Poi abbiamo inventato il motore e pensato di poterne fare a meno. L’arte, fortunatamente, non ci ha mai creduto.
La morte di Varenne a 31 anni riporta improvvisamente in scena l’animale che più di ogni altro abbiamo utilizzato per raccontare noi stessi. Il Capitano è stato uno dei più grandi trottatori di sempre, ma soprattutto è riuscito in un’impresa oggi quasi inconcepibile: rendere popolare uno sport che popolare non era più. Anche chi non aveva mai messo piede in un ippodromo conosceva Varenne.
La cosa curiosa è che Varenne arriva alla fine di una storia iconografica iniziata migliaia di anni prima di lui. Per secoli il cavallo è stato soprattutto potere. Re, imperatori e condottieri si facevano ritrarre in sella perché evidentemente corona, castello ed esercito non erano sufficienti. Nel «Felipe IV» a cavallo di Velázquez il sovrano domina il paesaggio dalla sua cavalcatura: una specie di campagna di personal branding ante litteram, solo con meno follower e molti più sudditi. Il cavallo non è un animale: è un moltiplicatore di autorità.
Diego Velázquez, «Filippo IV a cavallo», 1634-35, Madrid, Museo del Prado
Jean-Louis André Théodore Géricault, «Studio di cavallo grigio», 1830 ca, Béziers, Musée des Beaux-Arts Fayet
Poi arrivano artisti come Géricault e qualcosa cambia. Il cavaliere perde importanza, il cavallo acquista corpo. Géricault ne studia ossessivamente muscoli, posture, tensioni. L’animale smette lentamente di essere l’accessorio dell’uomo importante e diventa un soggetto autonomo: energia pura, paura, desiderio di fuga.
Con Degas il cavallo diventa invece definitivamente moderno. Nella Parigi dell’Ottocento l’ippodromo è contemporaneamente stadio, passerella, club, mercato e spettacolo. A Longchamp si va per vedere i cavalli ma anche, inevitabilmente, per farsi vedere. Degas frequenta le corse e le dipinge per decenni. E la cosa più affascinante è che spesso non sceglie il momento eroico della vittoria. Preferisce l’attesa: i cavalli prima della partenza, i fantini che si sistemano, quell’istante sospeso in cui tutto potrebbe ancora succedere. Il pittore e scultore parigino aveva capito qualcosa che avrebbe funzionato perfettamente anche nell’epoca di Varenne: la velocità da sola non basta. Bisogna trasformarla in desiderio.
Edgar Degas, «La tensione dei fantini prima della corsa», 1879, Birmingham, Barber Institute of Fine Arts
Franz Marc, «Cavallo blu I», 1911, Monaco di Baviera, Städtische Galerie im Lenbachhaus
Franz Marc arriva qualche anno più tardi e succede qualcosa di completamente diverso: non vuole più soltanto guardare il cavallo. Prova a guardare il mondo dalla parte del cavallo. Ne «I grandi cavalli azzurri» del 1911 tre animali monumentali occupano quasi interamente la tela: corpi blu, curvi e geometrizzati, contro un paesaggio rosso-arancio. Non interessa più rappresentare fedelmente un animale. Interessa capire che cosa possa esserci dentro. Marc, uno dei protagonisti dell’Espressionismo tedesco e, lo confesso, uno degli artisti più amati da chi scrive, fondò con Vasilij Kandinskij il Der Blaue Reiter. Kandinskij amava il blu, Marc i cavalli: difficilmente un movimento artistico avrebbe potuto trovare un nome più perfetto. Per Kandinskij il blu era il colore della spiritualità e dell’aspirazione all’eterno; Marc cercava invece negli animali un rapporto con la natura più puro di quello umano. Nei suoi cavalli blu la zoologia praticamente scompare. Rimangono colore, forma, energia. E una specie di innocenza primordiale. A rendere tutto più struggente c’è la biografia. Marc, che cercava negli animali una purezza che evidentemente non trovava negli uomini, morì a soli 36 anni nel 1916, colpito durante la battaglia di Verdun. Una delle ironie più feroci del Novecento: l’uomo che aveva dipinto cavalli azzurri immaginando una nuova spiritualità finì ucciso dentro una delle guerre più meccaniche e disumane mai conosciute. Il Novecento, del resto, non tratta benissimo neppure i cavalli. L’automobile gli porta via la strada, il trattore i campi, il carro armato la guerra. Dopo millenni trascorsi a essere indispensabile, il cavallo diventa improvvisamente superfluo. E proprio mentre perde la sua funzione pratica acquista nell’arte una dimensione sempre più simbolica. Da macchina biologica si trasforma in fantasma.
Giorgio de Chirico, «Cavalli in riva al mare», 1926, Rovereto, Mart
È quello che accade anche nei cavalli di Giorgio de Chirico. Nei suoi «Cavalli in riva al mare», nei «Cavalli e cavalieri» e nelle molte variazioni sul tema, l’animale sembra essere uscito dalla storia per entrare nel mito. Non corre quasi mai. Sta. Guarda. Occupa spiagge deserte, paesaggi stranianti e rovine classiche, accanto a Dioscuri e cavalieri che sembrano arrivare da un tempo impossibile da datare. È un cavallo che non serve più a trasportare nessuno: serve a evocare qualcosa.
Il passaggio decisivo è qui. Dopo essere stato per secoli strumento di guerra, lavoro, viaggio e prestigio, nel Novecento il cavallo diventa sempre più memoria del cavallo. In De Chirico conserva ancora la monumentalità del mito, ma è già stranamente fuori posto, quasi un sopravvissuto. Un animale antico dentro un mondo che sta imparando a non averne più bisogno. Fino ad arrivare a Maurizio Cattelan. Nel 1997 prende un vero cavallo tassidermizzato, lo imbraga e lo sospende al soffitto. L’opera si intitola «Novecento». Le zampe pendono verso il pavimento senza poterlo raggiungere, il collo è abbassato, il corpo sembra contenere ancora una forza enorme che però non può più andare da nessuna parte. Difficile immaginare un’immagine più precisa del destino che il XX secolo ha riservato al cavallo: l’animale che aveva trasportato eserciti, imperatori e intere civiltà è diventato un corpo sospeso in un museo.
Ed è qui che Varenne sembra interessante anche per chi dell’ippica non potrebbe importare di meno. Perché ha compiuto il percorso inverso. Quando il cavallo sembrava ormai destinato a sopravvivere come nostalgia aristocratica, passatempo per ricchi o immagine pubblicitaria di qualche profumo, Varenne lo ha riportato al centro della cultura pop. Per qualche anno un animale è tornato a essere una superstar nazionale. Senza parlare, naturalmente. Senza Instagram. Senza podcast. Senza raccontarci quanto fosse difficile gestire il successo. Gli bastava correre. Ecco perché la storia dell’arte non riesce a liberarsi dei cavalli. Da Velázquez a Géricault, da Degas a Franz Marc, da De Chirico fino a Cattelan, li abbiamo trasformati di volta in volta in simboli del potere, della libertà, della velocità, della spiritualità, della memoria, della sconfitta. Pensavamo di rappresentare loro, ma stavamo continuamente parlando di noi. Varenne è morto. Il cavallo, almeno nell’immaginario, continua a correre.
Germano D’Acquisto
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