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L’allestimento di Design Miami.In Situ a Seoul, Corea del Sud, 2025

Foto courtesy Ilda Kim

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L’allestimento di Design Miami.In Situ a Seoul, Corea del Sud, 2025

Foto courtesy Ilda Kim

Jennifer Roberts spiega il mercato del collectible design: «Il vero lusso è ciò che non può essere replicato»

La storica dell’arte e Ceo di Design Miami ci parla del futuro del design e gli ideali dei nuovi collezionisti, interessati alla storia che accompagna un oggetto con cui costruire una relazione personale 

Germano D’Acquisto

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Per capire dove sta andando il design contemporaneo forse bisognerebbe smettere di guardare gli oggetti e iniziare a osservare le persone che li scelgono. Perché il vero cambiamento non riguarda le forme, i materiali o le quotazioni, ma il significato che attribuiamo alle cose. È una convinzione maturata da Jennifer Roberts, dal 2015 Chief Executive Officer di Design Miami, la piattaforma che ha contribuito a trasformare il collectible design da territorio per pochi intenditori a fenomeno culturale globale. Storica dell’arte, formata tra Hobart and William Smith Colleges e Christie’s Education di Londra, Roberts guida oggi il forum internazionale che accompagna le settimane di Art Basel, sviluppandone fiere, progetti curatoriali e nuove piattaforme. Ma parlando con lei, colpisce soprattutto ciò di cui non parla.

Non insiste sul lusso, non celebra il mercato, non rincorre i record d’asta. Le parole che ritornano sono altre: comunità, identità, artigianato, architettura, senso del luogo. Forse perché la sua geografia personale racconta già questa idea di mondo. Nata e cresciuta a Manhattan, vive tra Miami Beach e Ilha Grande, un’isola coperta dalla foresta atlantica brasiliana dove la natura detta ancora il ritmo delle giornate. Due paesaggi agli antipodi che sembrano riflettersi anche nella sua idea di design: internazionale ma profondamente radicato nei territori. Come se il vero valore di una sedia, di una lampada o di un tavolo non fosse più distinguere chi li possiede, ma costruire relazioni, custodire una memoria e raccontare un’appartenenza. In un’epoca in cui tutto può essere replicato, il «collectible design» sembra riscoprire il valore dell’irripetibile. Non tanto l’oggetto, quanto il mondo culturale che riesce ancora a portarsi dietro.

 

Negli ultimi dieci anni il collectible design è passato dall’essere un mercato di nicchia a diventare un linguaggio culturale globale. Che cosa è cambiato davvero? E che cosa cercano oggi i collezionisti che dieci anni fa non cercavano?
È una bella domanda. Credo che il cambiamento più evidente riguardi il baricentro del mercato. Dieci anni fa l’attenzione era concentrata soprattutto sul design storico. Era un ambiente più ristretto, frequentato in gran parte da collezionisti d’arte che guardavano agli arredi con lo stesso approccio con cui acquistavano un dipinto. Oggi esiste invece un vero mercato globale del design contemporaneo, molto più ampio e trasversale. E questo ha cambiato anche il modo di collezionare. Il nuovo collezionista cerca un rapporto autentico con l’oggetto: vuole che racconti qualcosa, che parli di tecnologia, di questioni sociali, di un modo di abitare il mondo. Cerca una connessione sia con chi l’ha realizzato sia con ciò che quell’opera rappresenta. Lo vediamo ovunque. Penso, ad esempio, alla fiera che abbiamo organizzato in Corea: era interamente dedicata al design coreano contemporaneo. C’erano anche alcuni pezzi storici, ma il cuore era il presente. La risposta del pubblico è stata straordinaria. C’era un’enorme curiosità di riscoprire la propria cultura materiale e, allo stesso tempo, capire come venisse percepita dal resto del mondo. Anche il modo di vivere questi oggetti è cambiato. Non si tratta semplicemente di arredare una casa: oggi il design racconta chi siamo, come viviamo e quale relazione vogliamo costruire con il nostro ambiente. Sempre più persone scelgono di convivere con il collectible design, e lo fanno con una consapevolezza molto maggiore rispetto al passato.

Design Miami è nata come una fiera, ma oggi è diventata una piattaforma culturale internazionale. Il futuro del collectible design dipenderà sempre meno dal mercato e sempre più dalle idee, dalle relazioni e dai contenuti culturali?
Direi sì e no. Credo che il futuro del design abbia soprattutto a che fare con il senso di comunità. Oggi tutti cerchiamo luoghi in cui riconoscerci, condividere interessi e costruire relazioni. Nel collectible design c’è spazio per approcci molto diversi: c’è chi arriva attraverso le relazioni, chi attraverso i contenuti, chi semplicemente attraverso la bellezza. E va bene così. Per noi è fondamentale che ogni appuntamento abbia un’identità propria. Ogni città deve offrire qualcosa di irripetibile, qualcosa che dia alle persone una ragione per viaggiare, scoprire e imparare. Solo così una fiera diventa davvero un luogo d’incontro, non soltanto un mercato.

Oggi molti oggetti da collezione si muovono tra arte, design e artigianato. Queste categorie hanno ancora senso o stanno definitivamente scomparendo?
Ormai si sono fuse. E, francamente, non penso che abbia più molta importanza stabilire dove finisca una disciplina e inizi un’altra. Un artista può progettare un mobile, un designer può realizzare un’opera d’arte. Perché dovremmo costringerli dentro un’unica definizione? Forse l’unica differenza è che un oggetto ha una funzione e un altro no. Ma questo non basta più a separare mondi che ormai dialogano continuamente. Per anni parole come «artigianato» o «arti decorative» sono state usate quasi con imbarazzo, come se fossero categorie minori. È curioso, perché oggi le nuove generazioni sono profondamente interessate proprio ai processi di lavorazione, ai mestieri tramandati nei secoli, alla qualità della manifattura. Alla fine il design è diventato un contenitore molto più ampio. Se un’opera possiede una funzione o riesce a trasmettere un messaggio, queste etichette perdono significato. Penso che dovremmo smettere di essere così rigidi e diventare molto più aperti. Se questo mercato vuole continuare a crescere nei prossimi venti o trent’anni, dovrà essere sempre più inclusivo. L’esclusività, oggi, non è più il valore principale.

Jen Roberts, CEO di Design Miami. Foto Ilda Kim, Courtesy Design Miami

In un mondo sempre più digitale, perché continuiamo a desiderare oggetti unici?
Proprio perché sono unici. È questo il loro valore. Più passiamo il tempo sugli schermi, tra intelligenza artificiale e realtà virtuali, più cresce il desiderio di qualcosa che porti con sé il segno della mano, del tempo, dell’intelligenza umana. Il vero lusso oggi non è la tecnologia, ma ciò che non può essere replicato. È il gesto dell’autore, il processo creativo, la storia che accompagna un oggetto e lo rende irripetibile. Il desiderio nasce proprio da questa rarità. Le persone vogliono vivere in case che parlino di loro, circondarsi di oggetti con cui costruire una relazione personale. E sono convinta che questa esigenza diventerà sempre più forte, proprio mentre il mondo continuerà a diventare più industriale e più digitale.

Avete lanciato Design Miami.Paris all’interno di una residenza storica. Quanto conta che il design venga vissuto attraverso l’architettura invece che dentro spazi neutri?
Dipende da chi risponde. Una galleria probabilmente preferirà uno spazio neutro. Io, invece, penso da visitatrice. Per me non esiste dialogo più interessante di quello tra un oggetto di design e un’architettura importante, che sia una dimora del Settecento o un edificio modernista. L’architettura offre un contesto, crea una conversazione tra le opere e lo spazio. In fondo è proprio l’architettura ad aver dato origine a questo mercato. Se osserviamo lo sviluppo delle città nel dopoguerra, vediamo nascere nuovi linguaggi architettonici che richiedevano anche nuovi modi di abitare. È lì che nasce il design contemporaneo. Prendiamo Brasilia. Oscar Niemeyer immagina una città completamente nuova, con edifici che parlano un linguaggio inedito. Era naturale che anche gli arredi dovessero reinventarsi. Non si potevano semplicemente inserire mobili tradizionali in quegli spazi. Lo stesso vale per Frank Lloyd Wright, per il Giappone e per molti altri protagonisti della modernità. Non è un caso che tanti grandi designer siano stati prima di tutto grandi architetti.

I giovani collezionisti collezionano in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti?
Assolutamente sì. Quando ho iniziato questo lavoro incontravo collezionisti con un approccio quasi enciclopedico. Ricordo un collezionista del New England che raccoglieva esclusivamente cassettoni del XVIII secolo provenienti da ciascuna delle principali scuole di ebanisteria della costa orientale degli Stati Uniti. Entrare nel suo salotto significava attraversare una storia del mobile americano. Oggi il criterio è completamente diverso. Le persone non costruiscono più collezioni legate a un’epoca o a una categoria precisa. Collezionano trasversalmente, mescolano linguaggi e periodi, seguono soprattutto il rapporto emotivo con ogni singolo oggetto. Il risultato è una collezione molto più personale, libera ed eclettica. È una trasformazione che abbiamo visto compiersi nell’arco degli ultimi vent’anni.

Con Design Miami.In Situ avete creato eventi profondamente radicati nei territori. L’identità locale è diventata oggi un nuovo valore culturale in un mondo sempre più globale?
Senza dubbio. Credo che sia proprio ciò che spinge le persone a viaggiare: il desiderio di incontrare culture diverse e lasciarsi sorprendere da quello che rende unico un luogo. Il nostro lavoro consiste nel prendere quella specificità locale e portarla su una scena internazionale. Cerchiamo di valorizzare ciò che distingue una comunità: un’estetica, una tecnica, una storia, una tradizione o un modo particolare di interpretare il design. Le persone sono orgogliose della propria cultura e desiderano condividerla. E questo, oggi, rappresenta una delle ragioni più autentiche per cui vale ancora la pena viaggiare.

Esiste il rischio che il collectible design venga percepito soltanto come un mercato del lusso, oppure può continuare a produrre significato culturale oltre che valore economico?
Credo possa, e debba, produrre significato culturale. Per questo abbiamo creato Design Miami Curatorial Lab, una piattaforma che va oltre la semplice produzione di contenuti. Collaboriamo con sviluppatori immobiliari e istituzioni per invitare designer a realizzare installazioni permanenti o temporanee che rispondano a esigenze reali. Un’installazione può diventare una soluzione d’ombra, un luogo dove sedersi, uno spazio d’incontro. In questo modo il design esce dal circuito esclusivo del collezionismo e contribuisce a costruire luoghi più accoglienti, più vivibili e più democratici. Per me è questa una delle direzioni più interessanti del design contemporaneo: creare senso del luogo e migliorare il modo in cui le persone abitano gli spazi.

Germano D’Acquisto, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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