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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliUn paradosso accompagna l’antiquariato da anni: proprio mentre manifestazioni come la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze e Fine Arts Paris ne certificano la vitalità, continua a essere percepito come un rifugio del passato quando, in realtà, sta ridefinendo il gusto contemporaneo. Basta entrare nelle case più interessanti progettate oggi, da Milano a Londra, da Parigi a New York, per accorgersi che è accaduto l’esatto contrario. L’antico non viene più acquistato per evocare un’epoca quanto scelto per interrompere il presente. L’antico, insomma, non è mai stato così contemporaneo. Per decenni l’abitare ha inseguito la perfezione: superfici immacolate, palette neutre, oggetti ridotti all’essenziale. Poi qualcosa si è incrinato. Le case hanno iniziato a somigliarsi tutte. È il paradosso del minimalismo globale: eliminare il rumore fino a eliminare anche la personalità.
Proprio come reazione a questa uniformità, l’antiquariato è tornato protagonista, non per nostalgia del passato ma come antidoto all’omologazione. Una credenza del Seicento, una consolle Impero o un busto in marmo oggi introducono una discontinuità costringendo il contesto a dialogare con qualcosa che non può essere replicato da un algoritmo. Per questo l’antiquario sta assumendo un ruolo nuovo. Non vende semplicemente un oggetto ma costruisce una narrazione domestica. Sempre più architetti e interior designer lavorano con antiquari e mercanti per inserire nei loro progetti uno o due elementi capaci di rompere la prevedibilità dell’insieme. Basta un pezzo giusto. Del resto, basta osservare il lavoro di Jacques Grange, Axel Vervoordt, Joseph Dirand o Vincent Van Duysen per capire quanto il dialogo con l’antico sia diventato un linguaggio internazionale. Un tavolo monastico può convivere con un’opera minimalista, una scultura romana con un divano essenziale. L’antico non interrompe il progetto, semmai lo rende credibile. L’errore più frequente è pensare che l’antiquariato significhi coerenza stilistica quando oggi significa il contrario. Il designer spagnolo Tristán Domecq ripete spesso che il valore nasce dal dialogo, non dalla ricostruzione filologica. È la logica delle case più riuscite, dove oggetti appartenenti a epoche diverse partecipano allo stesso racconto.
Alexandre Jean Oppenordt (attribuito a), «Scrittoio in intarsio Boulle», 1710 ca. © CD92 Julien Garraud
Marta Sala Editions Showroom, Milano © Say Who - Ludovica Arcero
Non è un caso che questa sensibilità trovi espressione anche nel progetto contemporaneo. Per lo studio di ricerca e progettazione Formafantasma, per esempio, il futuro del design passa spesso da un laboratorio del Settecento. Il lavoro dei due designer, Andrea Trimarchi e Simone Farresin, attraversa il confine tra culture locali e globali, tra natura e industria, riportando al centro tecniche e materiali del XVIII e XIX secolo, non per trasformarli in reliquie ma per usarli come strumenti critici con cui ripensare il presente. Dal canto suo, Marta Sala, con Marta Sala Éditions, costruisce la propria ricerca sul dialogo tra memoria e contemporaneità. Ogni mobile nasce da una conversazione con il passato e dalla sua reinterpretazione di un linguaggio storico. Grazie a una profonda conoscenza delle proporzioni, dei materiali e delle lavorazioni, Sala è il trait d’union tra designer e artigiani, dimostrando che la tradizione non è un repertorio da imitare ma un patrimonio da «riattivare». Anche per questo il Novecento è diventato il ponte naturale tra antiquariato e design. Il boom del new vintage non riguarda soltanto la riscoperta di pezzi iconici ma un diverso modo di collezionare. Il mercato premia Pierre Paulin, Mario Bellini, Afra e Tobia Scarpa, Vico Magistretti, Gio Ponti, Achille Castiglioni o Verner Panton perché rappresentano un design ancora abitabile. I divani Camaleonda e Soriana o una Panton Chair non vengono acquistati per essere contemplati ma vissuti.
Qui emerge un cambiamento decisivo. Collezionismo di design e antiquariato non appartengono più a mondi distinti ma si alimentano reciprocamente. Chi acquista un mobile di Gio Ponti può appassionarsi a una scultura neoclassica; chi entra in una galleria d’antiquariato scopre che una ceramica contemporanea valorizza un cassettone settecentesco. È un collezionismo meno dogmatico, che sostituisce le categorie con la qualità. Anche il concetto di autenticità è cambiato. Oggi la patina è un valore: i segni del tempo non sono un difetto da cancellare quanto la prova che quell’oggetto ha già attraversato altre vite. Restaurare significa semplicemente garantirne il futuro. Questa trasformazione riguarda anche il mercato. Se la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze resta il principale osservatorio italiano, dal 19 al 23 settembre Fine Arts Paris inaugura la stagione artistica francese al Grand Palais con cento gallerie dedicate alle belle arti, al design, all’antiquariato e alla gioielleria. Sotto la presidenza di Xavier Eeckhout, la manifestazione guarda al futuro con il settore New Horizons, dedicato ai galleristi emergenti e agli artisti contemporanei, e con la scenografia firmata da Charles Zana, che trasforma il Grand Palais in una città effimera da attraversare come un quartiere. È l’immagine perfetta dell’antiquariato di oggi, quella di un comparto capace di dialogare con il design, l’architettura, l’arte contemporanea e la vita quotidiana. Ogni pezzo antico introduce nelle nostre case qualcosa che il design industriale più attuale, per sua natura, non può produrre: una biografia. E oggi, dove le immagini sono infinite e le case sono (spesso) tutte uguali, la vera forma di lusso non è possedere qualcosa di costoso ma qualcosa che abbia già avuto una vita prima della nostra.
Germano D’Acquisto
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