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Thomas Ruff, «jpeg», 2004-05

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Thomas Ruff, «jpeg», 2004-05

Dopo l’11 settembre anche la cultura ha cambiato umore

L’episodio delle Torri Gemelle resta una formidabile cesura simbolica. È il momento in cui l’ottimismo del 2000, ancora confezionato nel cellophane, viene improvvisamente aperto e scopriamo che dentro non c’era quello che avevamo ordinato

Germano D’Acquisto

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Il 2000 ci aveva fregati benissimo. Era arrivato con la puntualità di una profezia e l’ingenuità di uno spot: nuovo secolo, nuovo millennio, nuova vita. Il futuro sarebbe stato più veloce, più luminoso, possibilmente trasparente e con molto acciaio. Internet prometteva di renderci liberi, non ancora di farci litigare con sconosciuti alle tre del mattino. L’America era l’America. New York aveva due torri in più. E persino Britney Spears sembrava un problema gestibile. Poi arrivò l’11 settembre.

A venticinque anni di distanza, forse il suo effetto più profondo non va cercato soltanto nelle guerre, nella geopolitica o negli aeroporti dove da allora togliersi le scarpe è diventato un gesto di cittadinanza. L’11 settembre è stato anche una rivoluzione culturale, estetica, psicologica. Ha cambiato il modo in cui l’Occidente immagina sé stesso. E soprattutto il futuro. Prima era un posto in cui volevamo andare. Oggi, possibilmente, vorremmo sapere come evitarlo.

Basta guardare le Torri Gemelle nelle vecchie fotografie. Non erano particolarmente belle, eppure oggi lo sembrano. Due parallelepipedi giganteschi che bucavano Manhattan con l’arroganza di un’epoca convinta che più alto significasse migliore. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbero diventate il Colosseo della nostra nostalgia: le rovine invisibili di quando credevamo ancora nel progresso.

Anche la cultura ha cambiato umore. Negli anni Novanta la serie tv «Friends» metteva sei ragazzi su un divano della Grande Mela e ci assicurava che, tra un cappuccino e una storia d’amore, tutto si sarebbe aggiustato. Vent’anni dopo «Succession» mette una famiglia in un grattacielo della stessa città e la osserva divorarsi per denaro, potere e approvazione paterna. Più che un cambio di palinsesto, una diagnosi.

Ma è forse l’arte contemporanea ad aver registrato con maggiore precisione il cambio di pressione atmosferica. Gli anni Novanta avevano avuto Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, gli Young British Artists: sesso, soldi, animali in formaldeide, provocazioni, mercato, ironia. Il mondo poteva essere orribile, certo, ma almeno sembrava ancora divertente prenderlo in giro. Persino l’apocalisse aveva un ottimo ufficio stampa.

Dopo l’11 settembre quella leggerezza diventa più difficile. Thomas Hirschhorn riempie gli spazi di immagini di guerra, corpi e macerie; Mona Hatoum trasforma gli oggetti domestici in presenze minacciose; Walid Raad costruisce intorno alla guerra e alla memoria archivi nei quali realtà e finzione diventano inseparabili. E quando Gerhard Richter torna all’11 settembre con «September», nel 2005, non dipinge lo spettacolo della catastrofe: lo sfoca, lo rende quasi illeggibile. Come se persino l’immagine più vista del secolo fosse diventata impossibile da guardare davvero. Poi arriva la sorveglianza. Trevor Paglen fotografa basi segrete, satelliti, infrastrutture che dovrebbero restare invisibili. Hito Steyerl entra nel mondo delle immagini digitali, degli algoritmi, del controllo, chiedendosi non soltanto che cosa stiamo guardando ma chi, nel frattempo, stia guardando noi. Ai Weiwei trasforma repressione, confini e migrazioni in materia artistica. Banksy porta guerra, capitalismo e controllo sui muri e riesce nell’impresa molto contemporanea di trasformare il disincanto in un brand.

Persino le grandi installazioni cambiano temperatura. Olafur Eliasson con «The Weather Project» porta nel 2003 un sole artificiale dentro la Tate Modern: migliaia di persone si sdraiano sotto una stella finta, quasi avessimo già bisogno di ricostruire al chiuso qualcosa che fuori non ci rassicurava più. Anni dopo, con «Ice Watch», saranno blocchi di ghiaccio artico a sciogliersi davanti ai nostri occhi. Dal sole artificiale al ghiacciaio che scompare: vent’anni di Occidente potrebbero stare quasi tutti lì.

Anche il corpo perde innocenza. Le performance, la fotografia, la videoarte parlano sempre più di identità, vulnerabilità, confini, razza, genere, migrazioni. Arthur Jafa costruisce con il sublime «Love Is the Message, The Message Is Death» un montaggio vertiginoso dell’esperienza afroamericana, mescolando bellezza e violenza. Forensic Architecture trasforma l’indagine su bombardamenti, morti e violazioni dei diritti umani in pratica estetica. A un certo punto persino la mostra d’arte sembra aver sostituito il cocktail con una commissione d’inchiesta.

Il cinema e la musica seguono, ma quasi di riflesso. Gli eroi diventano traumatizzati, le distopie proliferano, Batman smette di sembrare uno con cui andare a cena. Il pop luminoso di fine millennio lascia progressivamente spazio all’ansia, alla rabbia, alla malinconia. Anche la playlist occidentale abbassa le luci.

E il web? Nel 2001 era ancora una promessa. Eravamo meno connessi e forse non più felici, ma avevamo meno occasioni per scoprire ogni trenta secondi che qualcuno, da qualche parte, ci irritava. Poi sono arrivati social media, smartphone, notifiche, algoritmi. La grande utopia della connessione ha prodotto una società nella quale tutti possono parlare con tutti e nessuno sembra sopportare nessuno. L’arte, naturalmente, se n’è accorta: oggi parla di avatar, dati, deepfake, Intelligenza Artificiale, identità sintetiche. Il futuro non è più la Factory di Warhol. Assomiglia piuttosto a un data center con problemi di autostima.

Naturalmente sarebbe assurdo attribuire tutto questo a due aerei e a una mattina di settembre. La storia non funziona come Netflix: non c’è una puntata precisa in cui cambia la stagione. C’erano già crepe, paure, violenza e cinismo. Ma l’11 settembre resta una formidabile cesura simbolica. È il momento in cui l’ottimismo del 2000, ancora confezionato nel cellophane, viene improvvisamente aperto e scopriamo che dentro non c’era quello che avevamo ordinato.

Da allora abbiamo progressivamente imparato a diffidare del domani. Ogni promessa sembra arrivare con una clausola scritta in piccolo, ogni progresso con la propria minaccia incorporata. Persino la tecnologia, che all’inizio del millennio doveva renderci più liberi, oggi ci osserva, ci misura, ci anticipa e forse un giorno ci sostituirà. La relazione extraconiugale tra Bill Clinton e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky, retrospettivamente, sembra quasi una trama secondaria di «Friends».

Probabilmente è per questo che le fotografie delle Torri provocano oggi una sensazione così strana. Non guardiamo soltanto due edifici che non esistono più. Guardiamo un’epoca in cui l’America sembrava sapere chi fosse, Internet non ci seguiva ancora in bagno e il futuro non aveva acquisito l’abitudine di presentarsi come un problema. Non eravamo necessariamente più allegri. E il mondo non era certo migliore. Ma possedevamo ancora quella cosa oggi diventata quasi esotica: la convinzione che il nuovo sarebbe stato meglio del vecchio. Dopo venticinque anni passati a trasformare ansie, emergenze e catastrofi in mostre, serie televisive, meme e notifiche push, persino l’ottimismo del 2000 comincia a sembrare un’opera concettuale. E forse la più radicale di tutte.

Germano D’Acquisto, 11 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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