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Carolyn Christov-Bakargiev e Rudi Fuchs

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Carolyn Christov-Bakargiev e Rudi Fuchs

«Uno strano destino ci accomunava»: Carolyn Christov-Bakargiev ricorda Rudi Fuchs

Era stato il primo direttore del Castello di Rivoli, da lui amatissimo. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca, quella degli anni ’70 e ’80, «infranti di fronte agli opportunismi e ai narcisismi di oggi, dei curatori protagonisti e, in generale, degli avidi»

Non ricordo quando ho conosciuto Rudi la prima volta. Ma io e lui siamo i soli ad aver diretto una documenta a Kassel (lui la settima nel 1982, io la 13ma nel 2012) e anche il Castello di Rivoli. Uno strano destino ci accomunava, una forma di intimità sempre presente eppure senza bisogno di enunciarla mai.

Al suo amato Castello di Rivoli, dove era stato il primo direttore dal 1984 al 1990, veniva negli anni successivi per le riunioni del Comitato scientifico che doveva discutere e confermare le proposte di acquisizione di opere d’arte per la Collezione del museo, proposte di Ida (Gianelli, direttrice a Rivoli dal 1990 al 2008, Ndr) prima, mie dopo. C’era sempre un senso di segreta alleanza tra noi (la Fondazione bancaria doveva essere convinta delle proposte del direttore in carica e lui, come ex direttore, capiva quanto fosse importante sostenere le proposte dei suoi successori) ne andava della libertà artistica, e della libertà tout court. Noi, i curatori, i direttori di museo, gli intellettuali compagni di strada degli artisti dovevamo essere sostenuti e protetti, non per qualche vago principio, ma per poter sostenere e proteggere gli artisti: liberi dal mercato, liberi dal denaro, nel mondo angelico dell’assoluta libertà artistica.

Quanto tempo è passato, e quanto queste utopie eroiche di cui Rudi era convinto sono lontane da noi oggi. La sua scomparsa marca la fine di un’epoca, quella degli anni ’70 e ’80, infranti di fronte agli opportunismi e narcisismi di oggi, dei curatori protagonisti e delle persone avide in generale.

Rudi amava Torino e amava gli artisti di Torino, i grandi protagonisti dell’Arte Povera. Quando ho assunto il posto che era stato suo (nel 2016, Ndr), l’ho chiamato per chiedergli consiglio, ma lui mi ha detto di seguire il mio intuito e di volare, di non fare compromessi perché sarebbero stati starnazzi di superficie, di non cercare profezie nel passato. Noi stavamo dalla parte degli artisti, dalla parte dell’invenzione, della libertà.

Quando nel 2022 scoppiarono le polemiche attorno a documenta 15, e sorgeva il rischio di censure, fummo, come gli altri direttori della rassegna quinquennale ancora viventi, chiamati per trovare una proposta, una soluzione. Abbiamo tutti accettato, ma lui non venne al summit segreto a Kassel assieme a Catherine, Adam, Roger (Catherine David, Adam Szymczyk e Roger M. Buergel, Ndr) e me perché era a letto ad Amsterdam in convalescenza dopo una caduta. Eppure volle chiamarci. Squillò il mio cellulare alle otto di sera, e Rudi, con voce flebile, disse che documenta era speciale perché era stata una sorta di festa organizzata ogni 5 anni da un artista, da Beuys, e che da quando lui non c’era più, aveva iniziato a perdere centralità. Ci disse che il nostro asso nella manica sarebbe stato di chiamare un Beuys di oggi. Chi, Rudi? Chi? Non ricordo se disse Damien Hirst o Jeff Koons. Forse Damien. Non se ne fece nulla della sua proposta, sicuramente gli è dispiaciuto che non siamo riusciti a volare assieme a lui.

La libertà concerne l’umano, il rischio, la fratellanza. Rudi sapeva che l’arte è quella pratica che ci fa capire che la vita è molto più importante dell’arte, e gli artisti lo sanno meglio di tutti.

Carolyn Christov-Bakargiev, 28 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Carolyn Christov-Bakargiev

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