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Redazione
Leggi i suoi articoliÈ morto domenica 25 ottobre, ad Amsterdam, all’età di 84 anni, Rudi Fuchs, storico dell’arte, critico e curatore olandese, tra le figure più influenti della museologia europea degli ultimi cinquant’anni. Il suo nome è legato a istituzioni come il Van Abbemuseum di Eindhoven, Documenta di Kassel, il Gemeentemuseum dell’Aia e lo Stedelijk Museum di Amsterdam. Ma anche al Castello di Rivoli, di cui fu il primo direttore, contribuendo a definire l’identità di uno dei principali musei italiani dedicati all’arte contemporanea.
Nato a Eindhoven nel 1942, Fuchs scoprì l’arte moderna da ragazzo nelle sale del Van Abbemuseum, prima di studiare storia dell’arte all’Università di Leida. Dopo gli esordi come ricercatore e critico, nel 1975 tornò nella sua città natale alla guida dello stesso museo. Qui promosse una visione rivolta soprattutto all’arte europea, con particolare attenzione alla pittura e agli artisti tedeschi, austriaci e italiani, organizzando mostre dedicate, tra gli altri, a Georg Baselitz, Anselm Kiefer e Jannis Kounellis.
La consacrazione internazionale arrivò nel 1982, quando fu nominato direttore artistico di Documenta 7, a Kassel: il primo e, secondo le ricostruzioni biografiche, unico olandese ad aver ricoperto quel ruolo. Nel 1984 assunse la direzione del Castello di Rivoli, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1991, accompagnando la nascita e il consolidamento del museo piemontese nel panorama internazionale. Dal 1987 diresse anche il Gemeentemuseum dell’Aia, oggi Kunstmuseum Den Haag, prima di trasferirsi nel 1993 allo Stedelijk di Amsterdam.
Fu qui che il suo metodo espositivo si manifestò in tutta la sua originalità. Fuchs amava accostare opere di epoche e linguaggi differenti, sottraendole alle classificazioni consuete per favorire incontri inattesi. Con la serie «Coupletten» trasformò l’allestimento in uno strumento di interpretazione: non un semplice contenitore, ma un modo per invitare il pubblico a guardare davvero. Una concezione fondata sull’autonomia dell’opera e sull’esperienza diretta dello spettatore, che accompagnò anche le sue scelte di acquisizione, da Bruce Nauman a Donald Judd e Damien Hirst.
La sua direzione dello Stedelijk fu segnata anche da difficoltà amministrative e contrasti sul progetto di ampliamento affidato all’architetto Álvaro Siza. Lasciò l’incarico alla fine del 2002, senza però abbandonare la scena artistica. Continuò a scrivere, insegnare e curare mostre, tornando allo Stedelijk nel 2016 con «Opwinding», una selezione personale delle collezioni.
A ricordarne l’eredità è l’attuale direttore dello Stedelijk, Rein Wolfs: «Fuchs ha portato ad Amsterdam una visione chiara e senza compromessi, radicata in una convinzione fondamentale nell’autonomia dell’opera d’arte e nell’incontro diretto tra lo spettatore e l’arte. Attraverso le sue acquisizioni, le sue esposizioni e le sue pubblicazioni, Rudi ha dato un contributo significativo alla comprensione dell’arte; tutto ciò che ha fatto è servito a incoraggiare a guardare davvero».
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