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Giotto, «La morte di Francesco», Firenze, Basilica di Santa Croce, Cappella Bardi

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Giotto, «La morte di Francesco», Firenze, Basilica di Santa Croce, Cappella Bardi

San Francesco avrebbe voluto morire nudo, ma dovette accettare le mutande

La memoria, segnata dalla magnificenza (tra il resto della Basilica di San Francesco di Assisi), ha tradito la volontà di essere sepolto nella nuda terra. «Manomessa» perfino l’opera d’arte più amata da un uomo che non superava il metro e mezzo di altezza sistematicamente trasformato in grande santo

Oggi, 4 ottobre 2026, si celebrano gli ottocento anni dalla morte di san Francesco, che tuttavia si spense la sera di sabato 3 ottobre 1226: dopo i vespri e quindi, secondo il computo ecclesiastico, nel giorno successivo. La celebrazione della sua festa liturgica fu dunque fissata al 4 ottobre, così come la festività nazionale proclamata nel 1939, abolita nel 1977 e, da quest’anno, ripristinata. Francesco raggiunse dunque il Signore (poiché dei santi si commemora non la morte ma la nascita a vita nuova) in due date diverse, a seconda del calendario assunto. L’evenienza pare anticipare il destino della sua memoria, narrata e illustrata in molteplici versioni anche contrastanti, in adeguamento alle aspettative e alle esigenze contestuali di volta in volta prevalenti.

Debolissimo e malato, egli volle morire alla Porziuncola, nei pressi della piccola chiesa fuori Assisi in seguito inglobata, quasi ingoiata, entro l’enorme Basilica di Santa Maria degli Angeli: metafora della sorte che la storia gli riservò.

Giotto, «San Francesco in preghiera davanti al crocifisso in San Damiano», 1290-92, Assisi, Basilica superiore

Il «Miracolo della bambina dal collo torto» dalla tavola con San Francesco, storie della sua vita e miracoli post mortem, 1255 ca, Pistoia, Museo Civico

Avrebbe voluto morire nudo sulla nuda terra: ma gli chiesero di accettare «la tonaca, le mutande e un berrettino di sacco» (il Memoriale). Nelle molte raffigurazioni del transito è infatti vestito, ma di un bel saio francescano che mai indossò. 

Prossimo alla morte scrisse a donna Jacopa per chiederle di raggiungerlo. La nobildonna arrivò prima ancora di riceverne la lettera e gli fu accanto, in deroga al divieto di frequentare e accogliere le donne. Ebbe poi il privilegio di abbracciarne la salma e di sollevare il velo «per vederlo scopertamente» (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli), diventando testimone delle stimmate. Di Jacopa, però, non resta traccia nelle molte immagini dedicate al trapasso del santo.

Tali scene, inoltre, non indugiano sul pianto dei fratelli, bensì sulla cerimonia funebre e, soprattutto, sulla scoperta delle stimmate che tramutò la loro disperazione in stupore e gioia, come si osserva nel ciclo di Giotto (1317-21, recentemente restaurato) nella Cappella Bardi, in Santa Croce a Firenze.

Il corpo di Francesco fu subito riportato in Assisi. Deposto nella Chiesa di San Giorgio, produsse prontamente miracoli. Tommaso da Celano fu incaricato di elencarli (anche a sostegno della velocissima canonizzazione), i pittori di illustrarli.

La piccola Chiesa della Porziuncola inglobata a fine Cinquecento nella grande Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi

La Basilica di San Francesco in Assisi dove nel 1230 furono trasferite le spoglie e la memoria del santo

Il primo, la guarigione della bambina dal collo torto, e quelli che lì avvenirono subito dopo, compaiono sempre nei dossali duecenteschi, per esempio nella tavola (1255 circa) conservata nel Museo Civico di Pistoia. 

L’arte successiva li cancellò, preferendo quelli sbocciati (avvenuti o richiesti) nel luogo (fisico o mentale) deputato a custodire il corpo e la memoria del santo: la Basilica di San Francesco. Costruita velocissimamente, architettura meravigliosa e scrigno d’opere d’arte, forse non sarebbe piaciuta al santo che (soprattutto per sé) non avrebbe gradito tanta sontuosità e ricchezza. Nuovamente, la memoria ha sopraffatto le sue volontà. La salma vi fu traslata il 25 maggio 1230.

Per proteggerla (ed evitare che fosse saccheggiata) Frate Elia decise di interrarla, segretamente, sotto la cripta. Nei secoli successivi fu ripetutamente e invano cercata, dando adito a leggende e anche al timore che fosse perduta. Ridotto a scheletro, nonostante le fantasiose ipotesi che lo descrivevano retto e luminoso, il corpo santo fu ritrovato soltanto nel 1818.

In quest’anno francescano è stato, per la prima volta, offerto in ostensione pubblica, richiamando migliaia di fedeli sinceri e di curiosi invadenti. Qualcuno si chiede se fosse necessario (od opportuno) e se Francesco avrebbe approvato.

Il desiderio di vederlo con gli occhi colma l’assenza di un ritratto. L’arte, infatti, non ne ha tramandato l’aspetto, pur precisamente descritto dal primo biografo Tommaso da Celano. Anche nei più antichi e rari ritratti «dal vivo» o mediati dal ricordo diretto (come quello nel Sacro Speco a Subiaco o di Cimabue nella Basilica Inferiore di Assisi) la realtà fisica è stemperata.

San Francesco, particolare di affresco, 1225-30, Subiaco, Sacro Speco, Cappella di San Gregorio

Si affermò invece il ritratto tipologico, finalizzato a tramandarne non la forma corporale, ma la sostanza e il ruolo. Francesco è per questo dotato di aureola (che ne proclama la santità) e di tonsura (che ne dichiara l’appartenenza alla Chiesa); è celebrato come fondatore di un grande Ordine, di cui veste la divisa, e come testimone e testimonianza viva del Vangelo (di cui porge il libro); ma, soprattutto, è presentato come «Alter Christus» segnato dalle stimmate, che ostenta su mani, piedi e (attraverso apposito taglio nella veste, palese espediente iconografico) sul costato. 

Il Francesco che l’arte tramanda non è dunque il piccolo uomo (lo scheletro consente di calcolarne l’altezza, circa 150 centimetri), ma il grande santo, di volta in volta adattato a interpretazioni diverse e strumentali della sua santità: ieratico o spontaneo, bello o brutto, dolce o aspro, introverso o performante, straccione o elegante. Le immagini devozionali di oggi gli conferiscono espressione e gestualità ingenue e dolciastre. Le moderne ricerche storiografiche ne hanno ricostruito la complessa personalità e l’esperienza esistenziale, constatando come «li abbellimenti aggiunti alla vita di lui hanno fatto dimenticare il san Francesco vero e reale, che è tanto più bello» (P. Sabadier,1894).

Santo per tutti i tempi e per tutti gli usi (persino «italiano», come precisa la bolla papale che nel 1939 lo elevò a patrono d’Italia o il sottotitolo di un libro di recente e grande successo), Francesco è stato travisato persino nell’arte che frequentò. Il Crocifisso (prima metà del XII secolo, ora nella chiesa di Santa Chiara, in Assisi) che in San Damiano gli parlò è capolavoro del suo tempo e assoluto, espressione di una concezione dell’arte e di un linguaggio visivo oggi derubricati, perlomeno dal pubblico generico. In considerazione del suo legame (e contatto) con il santo ne è diventato reliquia indiretta, reiterata in centinaia di copie esposte in chiese o nelle case, impresse in santini devozionali o in monili da indossare, vendute presso i santuari o anche online. Quel Cristo in croce perentorio e trionfante, grande per essere fruito (e adorato) frontalmente e da lontano, concepito in 2D e cromaticamente vivacissimo, è spesso ridotto a immaginetta graziosa, tradotta persino in rilievo o in colori pastello.

Miracolo di san Francesco … ma forse, anche questo, non gli sarebbe piaciuto.

La tomba di san Francesco nella cripta della Basilica di San Francesco ad Assisi

Virtus Zallot, 04 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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