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Virtus Zallot
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Il giovane Francesco, elegante come si conveniva al figlio di un ricco mercante, incontrò un giorno «un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito». Subito, continua Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore (1263), «si spogliò e gli fece indossare i suoi vestiti». Nell’illustrazione di Giotto entro il ciclo (1290-92) della Basilica superiore di Assisi, il santo leva la sopravveste azzurra (che, rivoltata, mostra la fodera gialla) e sfila la mano ancora impigliata nella manica, particolari che da soli misurano la naturalezza di un’arte nuova. Il cavaliere, di recente divenuto povero, esibisce abiti da ricco: una bella veste rossa e un cappello foderato di vaio. Altrettanto dignitoso appare nella versione trecentesca in San Francesco a Matelica (Macerata), attribuita ad Allegretto Nuzi e purtroppo compromessa da un’ampia lacuna, oppure in quella di Benozzo Gozzoli (1450-52) in San Francesco a Montefalco, dove Francesco emula san Martino e, senza scendere da cavallo, dona al povero non la veste ma il mantello.
L’incontro fu narrato e illustrato a dimostrare l’attitudine gentile e la spontanea misericordia di Francesco, che pur giovane e viziato soccorre un povero: non però un misero ma un nobile decaduto, cavaliere come egli stesso desiderava diventare.
Allegretto Nuzi, «Francesco dona la veste a un cavaliere povero», terzo quarto del XIV secolo, Matelica (Macerata), San Francesco
Benozzo Gozzoli, «Francesco dona il mantello a un cavaliere povero», 1450-52, Montefalco (Perugia), chiesa-museo di San Francesco
Ben più scandaloso, consapevole e denso di conseguenze fu l’incontro con un lebbroso: cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero. Similmente alla maggior parte delle persone, Francesco provava nei confronti dei lebbrosi paura e ribrezzo, fino a quando, incontrandone uno «mentre era ancora mondano, […] fece violenza a sé stesso, gli si avvicinò e lo baciò» (Tommaso da Celano, Vita prima, 1229). Francesco stesso, nel Testamento, ricordò come tale episodio gli avesse cambiato l’esistenza: «Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo».
Andò infatti a vivere con e come i lebbrosi e i più miseri, chiedendo altrettanto ai compagni a cui, nella Regola non bollata (1221), prescriveva di «essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada».
Coppo di Marcovaldo (attribuito), «Francesco assiste i lebbrosi», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50. Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi
Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero, «Francesco lava i piedi a un lebbroso», XIV secolo, Pienza (Siena), San Francesco
Poiché tale impegnativa prescrizione fu presto cancellata, anche la raffigurazione della sua premessa (l’abbraccio al lebbroso) e del servizio ai lebbrosi declinò. Compare, tra i rari esempi, in una delle piccole scene narrative della tavola Bardi (1245-50) in Santa Croce a Firenze, per datazione precedente alla standardizzazione iconografica della biografia del santo. Francesco vi è raffigurato con un lebbroso in braccio, che sostiene con delicatezza. Accanto, lava i piedi a un altro malato, mentre due attendono il proprio turno: lo schema iconografico è quello della lavanda dei piedi di Gesù ai discepoli. Come consuetudine, i lebbrosi sono designati da vistose macchie distribuite su tutto il corpo. Quello a cui il santo lava i piedi potrebbe essere il lebbroso arrogante e scorbutico che Francesco servì con amorevole pazienza, sanandolo sia nel corpo che nell’anima. L’episodio è illustrato anche nel ciclo tardo trecentesco in San Francesco a Pienza, attribuito a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero.
Significativamente (e comprensibilmente in relazione al contesto e alla committenza), nel ciclo giottesco della Basilica superiore di Assisi non compaiono né miseri né lebbrosi. Nel bel ciclo di fine XIV secolo in San Francesco a Castelvecchio Subequo (L’Aquila) Francesco invece li soccorre, donando a uno il mantello come più fonti tramandano.
Oltre che in vita, Francesco sanò alcuni lebbrosi post mortem; per questo, nelle tavole duecentesche, un lebbroso (riconoscibile per il sonaglio con cui avvisava del proprio avvicinarsi) è raffigurato, insieme agli storpi, accanto al sepolcro del santo.
La biografia ufficiale di Bonaventura da Bagnoregio (dal 1266 l’unica autorizzata) revisionò anche la tipologia dei miracoli e dei loro beneficiari; e, come i miseri, in Giotto e dopo Giotto i lebbrosi si diradarono anche nell’arte.
«Guarigione di uno storpio e di un lebbroso», da «San Francesco, storie della vita e miracoli post mortem», 1255 ca, Pistoia, Museo Civico
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