Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Virtus Zallot
Leggi i suoi articoliUn inedito san Francesco ci scruta, affacciandosi da una fessura: in realtà dalla forma del lacerto di affresco che lo accoglie, strappato durante i lavori di restauro del 1893, applicato su tavola lignea e ricollocato nell’absidiola settentrionale della Chiesa di San Lorenzo, a Verona.
È, forse, ritratto postumo realizzato subito dopo la morte e la velocissima canonizzazione del santo (avvenuta nel 1228), destinato a celebrarne la presenza (Francesco fu in città tra il 1220 e il 1221) e a tramandarne la memoria. Un ritratto (nel significato e nelle forme che a quel tempo si attribuiva a tale tipologia iconografica), dunque, tra i più antichi a noi pervenuti e, pertanto, di grande rilevanza sia artistica che storica.
Il merito di aver aperto una riflessione sulla sua esistenza e valenza va al giovane ricercatore Angelo Passuello, che si appresta a pubblicare gli esiti di uno studio anche di contestualizzazione storica e ambientale. Egli ha appurato, per esempio, la presenza presso la Chiesa di San Lorenzo di una comunità di fratres e di un ospedale. Francesco potrebbe avervi soggiornato? Di certo, nella sua prima Regola, chiedeva ai fratelli di vivere (e «lieti») «tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi».
Il Francesco di San Lorenzo ci scruta dunque da molti secoli ma, anche a causa della frammentarietà della sua figura, da molto nessuno gli restituiva lo sguardo. Ha occhi grandi e spalancati delimitati da forti linee scure, che ne disegnano anche labbra (due macchie rosse), naso e sopracciglia, quest’ultime rimarcate da arcate ocra. Un tratteggio di grosse pennellate nere ne ricama la barba appuntita e la tonsura, ampia come non gli sarebbe piaciuto. Il volto spicca sulla grande aureola, incorniciata dallo sfondo (che tuttavia non sfonda) blu. Il santo indossa una veste bruna (color dell’allodola, aveva prescritto), con cappuccio levato e rimboccato sul collo.
Bonaventura Berlinghieri, San Francesco, particolare da «San Francesco, storie della sua vita e miracoli», 1235, Pescia (Pt), Chiesa di San Francesco
L’anonimo frescante, pittore ruvido ma efficace dal linguaggio tipicamente romanico, gli ha conferito i caratteri iconografici e la posa delle prime raffigurazioni: oltre alla veste, prototipo dell’abito dei francescani, la mano destra rialzata con il palmo verso l’esterno a mostrare le stimmate e la sinistra (anch’essa stimmatizzata) a recare il Vangelo, che Francesco aveva assunto a modello di vita e del quale si era fatto esempio e messaggero. Nel frammento in San Lorenzo, il palmo della mano rialzata in ostensione conserva l’alone rosso della ferita. L’intero braccio sinistro è invece perduto ma, sotto la mano rimasta, a margine del lacerto dipinto, sbuca un frammento del libro.
La postura, rigidamente frontale, è dunque analoga a quella del santo di Bonaventura Berlinghieri, nella tavola datata 1235 e conservata nella Chiesa di San Francesco di Pescia (Pt); oppure a quella (coeva o forse precedente) nel dossale presso il Museo di San Matteo a Pisa. A tale precoce schema iconografico aderirono molte opere successive; per caratteri formali ed esecutivi quasi arcaici (determinati anche dalle capacità del pittore), quella in San Lorenzo potrebbe collocarsi tra le più remote, anticipando di qualche decennio l’esemplare affrescato nella cripta di un’altra chiesa veronese, San Fermo Maggiore.
Il lacerto in San Lorenzo conserva, sopra la testa del santo e quasi tangente all’aureola, un segmento della cornice dipinta, semplice contorno lineare di colore bianco e rosso che ne dimostra l’appartenenza a un pannello devozionale. Nel margine superiore destro, accanto all’aureola, si intravede la lettera «S» che ne introduceva il titulus. È, il lacerto in San Lorenzo, importante dimostrazione della precoce diffusione del culto e della raffigurazione di Francesco anche lontano dai luoghi che egli frequentò.
Il suo sguardo ipnotico così diretto e perentorio, che ricorda quello dei volti delle icone, guarda più che farsi guardare e assorbe più che raggiungere, catturando e introducendo nell’altrove spaziale e concettuale dove abitano i santi o, per chi non crede, dove abita il sacro.
Absidiola laterale della Chiesa di San Lorenzo, Verona. Sulla sinistra, dietro la lambada appesa, il lacerto a forma di tau con l’immagine di san Francesco
Interno della Chiesa di San Lorenzo a Verona
Virtus Zallot
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Il nuovo volume nella collana «I viaggi dell’architetto» segue gli itinerari attraverso l’Italia, la Francia e la Germania che hanno influenzato due secoli di storia dell’architettura
In un recente volume Beatrice Del Bo indaga i meccanismi e i riti della vergogna e della diffamazione, relazionandoli ai corrispondenti «dispositivi della retorica iconografica» ed evidenziando, per esempio, la citazione di pratiche reali entro la pittura infamante o negli Inferni dipinti
Solo i grandi artisti hanno saputo (e sanno) affrontare l’azzardo iconografico della vittoria di Cristo sulla morte
In diverse occasioni il santo volle cedere le proprie vesti a persone in difficoltà, ma l’incontro con un lebbroso, cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero, segnò la sua esistenza



