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Gerda Taro, Robert Capa, Segovia front, Spain (particolare), late May-early June 1937

Collection International Center of Photography, New York, Courtesy ICP.

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Gerda Taro, Robert Capa, Segovia front, Spain (particolare), late May-early June 1937

Collection International Center of Photography, New York, Courtesy ICP.

Robert Capa, storia di un’identità inventata

Dalla nascita del celebre pseudonimo all’impegno in Indocina, una retrospettiva a Saluzzo ripercorre la carriera del fotografo attraverso 100 scatti dell’International Center of Photography di New York

Prima di diventare uno dei fotografi più celebri del Novecento, Robert Capa è Endre Ernő Friedmann (Budapest, 1913-Thai Binh, 1954), giovane fotografo ungherese emigrato a Parigi. Nel 1936, insieme alla compagna Gerda Taro (Stoccarda, 1910-Brunete, 1937), dà vita al personaggio di un fotografo americano di successo al quale attribuire i propri scatti per venderli più facilmente alle riviste. Nasce così Robert Capa. L’espediente dura poco, il nome no. È questo l’episodio da cui prende le mosse «Robert Capa. Dentro la storia», la retrospettiva promossa e organizzata da Comune di Saluzzo (CN) e Fondazione Artea, curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York, alla Castiglia di Saluzzo (CN) fino al 29 marzo.

100 fotografie dalle collezioni dell’International Center of Photography di New York ripercorrono una carriera durata poco più di vent’anni, ma decisiva nel trasformare il modo di fotografare gli eventi e, soprattutto, la distanza da cui farlo. La vicinanza è uno dei principi cardine del suo lavoro. Macchine più leggere, pellicole più sensibili e maggiore mobilità gli permettono di muoversi dentro la scena, reagire rapidamente a ciò che accade, fotografare da una posizione fisicamente prossima ai fatti. Ne deriva un’immagine talvolta instabile, frammentaria, contingente, nella quale il coinvolgimento diventa parte del racconto. Il passaggio dalla fotografia come osservazione distante a una pratica fondata sulla prossimità è la prospettiva attraverso cui la mostra analizza il ruolo di Capa nel fotogiornalismo. Il percorso, articolato in sei sezioni, comincia dagli anni della formazione tra Berlino e Parigi. Nel 1932 Friedmann fotografa Lev Trockij durante una conferenza a Copenaghen: è uno dei suoi primi lavori pubblicati. Seguono le proteste parigine e il Tour de France, immagini nelle quali si definisce già l’interesse per la vita pubblica, i corpi e l’energia dell’evento. Poi arriva la guerra civile spagnola. Dal 1936 Capa e Gerda Taro seguono il conflitto dalla parte repubblicana: il fronte, i soldati durante le pause, i civili, i rifugiati, l’attesa e la vulnerabilità dei corpi. Alla fine degli anni ’30 Capa è in Cina durante la guerra con il Giappone. Fotografa la società e la vita quotidiana insieme all’irruzione del conflitto nello spazio urbano e sperimenta anche il colore con pellicole Kodachrome, poi pubblicate da «Life».

Nella Seconda guerra mondiale Capa segue le truppe statunitensi in Italia, Francia e Germania, fotografando soldati e civili, rovine, avanzate e attese. Del suo reportage sullo sbarco in Normandia restano pochissime fotografie, passate alla storia come «The Magnificent Eleven». Attorno a esse si è costruita la vicenda dei negativi presumibilmente danneggiati durante lo sviluppo, ipotesi poi messa in discussione. La mostra ricostruisce l’episodio, inseparabile dal mito di Capa. Il dopoguerra allarga ulteriormente la geografia, dal Messico a Israele e all’Unione Sovietica. Nel 1947 Capa fonda con Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908-Montjustin, 2004), David Seymour, George Rodger e William Vandivert, Magnum Photos, affermando un nuovo modello professionale. Una sezione della mostra raccoglie la fotografia di moda per «Life» e «Vogue», ritratti informali e immagini nate nel rapporto con cinema, arte, scrittori e intellettuali: non una parentesi mondana, ma un altro registro dello stesso interesse per le persone e la spontaneità delle relazioni. L’ultima tappa è l’Asia: prima il Giappone che tenta di ricostruirsi dopo la guerra, poi l’Indocina, dove nel 1954 Capa, al seguito delle truppe francesi, documenta il conflitto fra l’esercito coloniale e il movimento Viet Minh. Il 25 maggio 1954, mentre documenta per «Life» le operazioni militari nel Vietnam settentrionale, si allontana dalla strada per fotografare i soldati e calpesta la mina antiuomo che lo uccide. La mostra chiude sulla sua eredità, le dispersioni e i successivi ritrovamenti dell’archivio e l'ICP-International Center of Photography, fondato nel 1974 dal fratello Cornell Capa (Budapest, 1918-New York, 2008) per preservare e promuovere quella «concerned photography» che attribuisce alle immagini una responsabilità nella comprensione del mondo. 

Robert Capa, «Woman and child running for shelter after an air-raid siren, Bilbao», May 1937. Collection International Center of Photography,New York, Courtesy ICP

Jenny Dogliani, 30 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

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