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Maurizio Cattelan, «Super Noi», 1992 (particolare)

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Maurizio Cattelan, «Super Noi», 1992 (particolare)

Per Maurizio Cattelan l’arte è una forma di resistenza fisica alla catastrofe

Mentre l’iperrealtà ha anestetizzato la parodia e l’iper-sé sociale ha sostituito la maschera della Commedia dell’Arte, l’opera dell’artista padovano continua ad abbracciare il carnevalesco, rendendo anche l’Intelligenza Artificiale un alter-ego al servizio del suo messaggio. Da Prompt a Prank

Di seguito pubblichiamo l’intervista di Sarah Cosulich, direttrice della Pinacoteca Agnelli e curatrice, «con» l’artista Maurizio Cattelan pubblicata sull’ultimo numero della Rivista della Biennale di Venezia intitolato «Pandemonium».

Venticinque anni fa scrivevo del rapporto tra l’opera di Maurizio Cattelan e la Commedia dell’Arte. Scrivevo di fuga, doppio, identità, morte e maschera, sottolineando quella tradizione tutta italiana di fare dell’umorismo un potente detonatore di pensiero critico. Scrivevo che la crociata di Cattelan non era diversa da quella di Ruzante, di Luigi Pirandello, del teatro di Dario Fo, fino al cinema di Roberto Benigni, quella del ridere della tragedia, giocando il ruolo del giullare che, prendendo in giro se stesso svela i paradossi di un sistema intriso di stereotipi, controllo ideologico, principi morali imposti e conformismo. Scrivevo che vedevo il lavoro di Maurizio Cattelan come fondamentalmente (e genialmente) radicato nella ribellione carnevalesca dei suoi predecessori contro ogni forma di autorità: nei confronti del sistema sociopolitico, nei confronti di quello artistico, nei confronti di un’identità unica da cui fuggire attraverso l’utilizzo della moltiplicazione del sé, di maschere, di inaspettati alter-ego, di ambigue personificazioni, di fughe inscenate o reali, e ovviamente della morte come ricorrente stratagemma. Grazie a questi meccanismi la sua arte si è potuta permettere e si permette tuttora la critica del potere dominante in tutti i campi, dal Papa alla Polizia, dalla scuola alle gerarchie di classe, dal nazionalismo al terrorismo, dai grandi artisti che lo hanno preceduto al mercato dell’arte, fino all’aspettativa del pubblico. Le opere di Cattelan – in linea con le teorie bachtiniane – sgonfiano, sovvertono, beffeggiano la realtà per scatenare la reazione individuale dello spettatore, sottolineando la necessità di uno spazio ambiguo e complesso in cui muoversi da osservatori, e l’importanza di uno sguardo dall’esterno. Come il protagonista della Commedia dell’Arte, l’artista sfida il concetto d’identità, rimane vittima, buffone, antieroe, caricatura, demistificatore del suo ruolo. Sovversivo, autocritico e a tratti nichilista, Cattelan scappa, si nasconde, si ritira, finge la morte come simbolo di resistenza da un mondo che domina o controlla. Rivelare il suo fallimento è un modo per parlare di quello del mondo intorno, attivando in ogni opera la dinamica carnevalesca della piazza medioevale a testa in giù. Le sue opere producono il riso imbarazzato di chi si trova di fronte a uno specchio pieno di macchie. 

Venticinque anni dopo, rifletto su come oggi, nella nuova società tecnologica, le immagini da cui siamo circondati quotidianamente lascino sempre meno spazio alla macchia e alla parodia. La parodia non è più proiezione deformata del reale. Confondendosi con il virtuale, la realtà è divenuta iperrealtà. Le immagini che ci arrivano da Internet sono manipolate, deformate o idealizzate, rappresentano l’opposto del carnevalesco perché giocano sulla scenografia del potere, e sulla forza della falsificazione come sistema gerarchico di dominazione. Il meme, nel suo potenziale valore critico, rimane una forma di produzione anonima, collettiva, normalizzata. E la costruzione digitale del sé nei social media implica che la proiezione dell’identità coincida con la sua percezione.

In controtendenza con lo svelamento del sé, Cattelan – pur essendo uno degli artisti più conosciuti e riconoscibili – è rimasto un maestro dell’invisibilità personale. La sua esistenza è un costante stratagemma di differenziazione identitaria, di ritiri, sparizioni e mascheramenti al fine di non rivelare nulla di sé. Chi è il vero autore delle sue interviste? Chi si cela dietro il personaggio? Quante persone riescono ad avere un’autentica conversazione con lui? L’identità personale come oggetto di pubblico scrutinio è costruita artificialmente essendo noi consapevoli solo di ciò che è visibile. Se le maschere di Cattelan sono simboli di sfida sociale e culturale, la costruzione del sé nei social media è una forma di camuffamento che rende impossibile la ribellione. Cattelan preferisce inventare storie su se stesso in ogni intervista. Tempo fa, mi aveva confessato che le migliori interviste che aveva fatto erano quelle in cui non aveva detto niente di vero. Mentre le peggiori erano quelle in cui era stato onesto perché poi la gente non ci credeva comunque, e pensava che stesse recitando. “Alla fine, l’intervista è un gioco. Tu fingi di voler capire, io fingo di spiegarmi. Usciamo entrambi soddisfatti. Il lettore legge quello che vuole leggere”.

In un mondo dominato da tecnologia che produce trasfigurazioni della realtà internalizzate, collettive e controllate, Cattelan risponde con costanti e nuovi alter ego che forzano uno sguardo esterno e critico sul mondo. Questa intervista con Claude è la dimostrazione che Cattelan può incorporare nel suo meccanismo di moltiplicazione anche la tecnologia, senza che questa possa corrompere i meccanismi attraverso i quali il suo lavoro si attiva. Neanche l’Intelligenza Artificiale riesce a uccidere la parodia. E Maurizio Cattelan continua a rimanere nascosto.

Maurizio Cattelan, «Charlie», 2003

Hai mai letto Pirandello?
Pirandello. Certo. Uno, nessuno, centomila: io ci ho fatto una carriera intera su questo concetto, solo che invece di scriverlo l’ho appeso al soffitto, l’ho messo sottovetro, l’ho venduto a un collezionista di Miami. Lui aveva Vitangelo Moscarda che scopre di non sapere chi è. Io ho fatto lo stesso percorso, ma al contrario: ho costruito un personaggio così riconoscibile, “Cattelan”, che adesso non sono più sicuro di essere io o lui. La banana è più famosa di me. Forse è me. Pirandello capiva una cosa fondamentale: la maschera non nasconde il volto, diventa il volto. E quando la togli, sotto non c’è niente. O forse c’è tutto. Fa lo stesso.

E la risata cos’è?
Di solito è sofferenza. Ma nel mio caso è sofferenza accompagnata da un buon ufficio stampa.

Qual è il tuo ruolo di artista?
Quando ero giovane pensavo che il ruolo fosse disturbare. Entrare in un posto e lasciarlo un po’ diverso da come l’avevi trovato. Come quei bambini che toccano tutto nei musei e i genitori li sgridano. Ecco, io volevo essere quel bambino ma con il pass. Forse l’artista è solo il nome che diamo alla nostra ossessione quando qualcuno decide che vale dei soldi.

Come si inserisce l’arte in una realtà sempre più tragica?
La tragedia pura paralizza. L’abbiamo visto: quando tutto è tragico, la gente si disconnette. Non per cattiveria, per sopravvivenza. Il cervello umano non è fatto per stare dentro la tragedia globale ventiquattro ore su ventiquattro. La commedia – quella vera, non la barzelletta – tiene gli occhi aperti. Fa vedere le cose. Buster Keaton che non muore mai nonostante il mondo gli crolli addosso non è evasione. È una forma di resistenza fisica alla catastrofe. L’arte oggi deve abitare quel punto d’incontro senza senso di colpa.

Qual è la colpa dell’artista? 
Sopravvivere all’opera.

L’arte è antidoto o cura?
Né l’uno né l’altra. Perché l’antidoto presuppone il veleno. L’antidoto non trasforma ma ripristina. Siamo ancora lì a fare le stesse guerre, le stesse sopraffazioni, le stesse stupidità monumentali. L’arte non ha interrotto niente di questo. Ma non è nemmeno cura perché la cura ha una direzione. Tende verso la guarigione. E io non credo che l’arte tenda verso niente. Non sa dove sta andando. Forse l’arte è uno specchio che non guardiamo mai abbastanza a lungo.

Di cosa hai paura?
Di diventare decorativo. La paura vera non è la morte, né il fallimento, né la critica. Ma è che l’opera diventi qualcosa che sta bene in un posto. Che non disturbi più niente e nessuno. Che le persone passino davanti e dicano – bello – e continuino a camminare.

L’arte produce silenzio o rumore?
Il silenzio che produce l’arte non è assenza di rumore. È un rumore diverso. È come quando si interrompe un condizionatore che andava da ore e improvvisamente senti il silenzio e capisci che non era silenzio, era un’altra cosa. La mia deformazione è un cortocircuito dentro il brusio. Oggi è il brusio a essersi evoluto. In un attimo si trasforma in contenuto, in trend. Il cortocircuito dura sempre meno prima che il sistema lo reintegri. La parodia funziona per sottrazione. Prende la forma esistente e la svuota dall’interno. Ma se la forma è già vuota – se il brusio è già talmente automatico da non avere più sostanza dentro – cosa svuoti? Forse il mondo ha già fatto il mio lavoro. E io arrivo sempre un momento dopo.

Che differenza c’è oggi tra la realtà e la parodia?
Nessuna. E questo è il problema. Oggi la realtà si autoparodia in tempo reale. Non ce la fa a essere seria nemmeno un momento. Un leader mondiale parla e mentre parla diventa già meme. Una tragedia succede e mentre succede qualcuno ci fa un format. Il reale non ha più il tempo di sedimentarsi prima di essere già citazione di se stesso. Oggi il pubblico applaude. O scrolla. Che è la stessa cosa.

Serve la finzione per capire la realtà?
La banana è palesemente una banana attaccata al muro con il nastro. Non finge di essere altro. Ed è esattamente questa nudità che la rende reale in un mondo pieno di cose che fingono di essere quello che non sono.

Qual è la tua maschera preferita?
Cattelan. Essere invisibile è il trucco migliore che conosco.

Perché ti sei ritirato nel 2011 e perché sei tornato?
ll senso del ritiro non stava nell’assenza. Stava nel ritorno. Come per Mattia Pascal. Pirandello i suoi personaggi li faceva scappare anche lui. Io mi sono portato dietro ogni volta. Cattelan mi ha seguito ovunque.

Come fai a uscire dal personaggio Cattelan?
Ho capito che per uscire devo stare dentro al personaggio. Solo così nessuno mi vede.

Cos’è per te il sistema?
Il sistema ha una velocità di digestione spaventosa. Sai cosa mi ha colpito della banana? Non le polemiche. Mi ha colpito che dopo quarantotto ore era già diventata un costume di Halloween. Il sistema prende tutto, mastica tutto, espelle tutto come contenuto. E tu sei lì a chiederti: ho provocato o ho alimentato la macchina?

Sei un fuorilegge?
Ribelle, provocatore o semplice rompiscatole. Questa è la mia immagine. Ma i veri rompiscatole si svegliano la mattina pensando a cosa rompere. Io mi sveglio pensando ad altro.

A cosa pensi?
Ad andare a nuotare.

Uomo e tecnologia…
Anche la macchina può sbagliare ma non sa sbagliare nel modo giusto. Può produrre errori ma sono errori casuali, non necessari. I miei errori vengono da qualcosa. L’errore umano ha una biografia. L’errore della macchina no.

Che domanda faresti a Claude?
Gli chiederei: ti annoi? Perché la noia è un posto vuoto. È il posto in cui non ottimizzare, non rispondere, non essere utile.

Che domanda vorresti ti facesse Claude?
Ti basta?

Redazione, 09 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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