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Nana Yaa Poku Asare-Boadu nel suo atelier ad Accra, Ghana

Foto Sergio Anselmi

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Nana Yaa Poku Asare-Boadu nel suo atelier ad Accra, Ghana

Foto Sergio Anselmi

Nana Yaa Poku Asare-Boadu e la performance come estensione di sè: «Senza la moda non ci sarebbe arte»

L’artista ghanese multidisciplinare pratica la performance («Marina Abramovic è il mio unico riferimento»), crea installazioni, è fotografa, si è formata come fashion designer e considera la moda un’estensione delle sue performance

Nana Yaa Poku Asare-Boadu è un’artista ghanese multidisciplinare: vive e lavora ad Accra in Ghana, pratica la performance, crea installazioni, è fotografa, si è formata come fashion designer e non separa arti visive e moda. Nata a Londra, non rivela quando perché, sostiene, l’anno di nascita etichetta le persone, in particolare le donne. Un video riprende una sua performance nel Limbo Museum, spazio nella capitale ghanese adibito a manifestazioni culturali in un grattacielo in calcestruzzo grezzo rimasto incompiuto. L’artista indossa un abito rosso fuoco, la performance sembra intima e ad alta intensità emotiva. Dal 2017 ha eseguito performance ed esposto in città come New York, Los Angeles, Dallas, Accra, ha contribuito a campagne di moda, ad esempio con sue coreografie, e ha fondato un atelier nella capitale ghanese. 
 

Nana Yaa Poku Asare-Boadu, come performer quale esperienza desidera narrare al pubblico? E quali reazioni suscitano le sue performance?
Più che raccontare, una mia performance verte su quanto posso dire attraverso il corpo. È sul riflettere e sentire, non su di me. Non controllo quanto accade: è come se il corpo non fosse mio, è tutto intuitivo, dipende dal pubblico, dal luogo, dall’atmosfera. Né so quali sentimenti io stimoli. Dopo una performance mi interessa parlare con chi vi ha assistito. C’è chi piange, altri si spaventano o provano disagio e vanno via. Ma a chi sente di aver ricevuto un messaggio personale sussurro qualcosa nell’orecchio, non ricordo mai che cosa, è l’universo a guidarmi. Il più delle volte le persone si dicono grate e mi confessano che avevano avuto bisogno di sentire ciò che ho detto loro. Ma anche io imparo qualcosa. 

Chi citerebbe come modello per le sue performance?
Penso che il mio unico riferimento sia Marina Abramović. Credo fosse il 2012: andai, da sola, a un suo «manifesto» in un auditorium nel South Bank a Londra, riservato alle donne. Lei mi toccò l’anima, mi fece piangere e mi spinse a chiedermi che cosa faccio in questo mondo, che essere umano sono, chi è Nana Yaa. A casa scrissi nel taccuino che sarei diventata un’artista della performance. Quando mi trasferii in America, portai le mie cose dall’Italia, Londra e Parigi: per la prima volta avevo tutto in un unico posto. Disfacendo i pacchi trovai il taccuino, iniziai a leggerlo e constatai che ero diventata ciò che volevo diventare. Ma non ho mai voluto imitare Abramovic. Lei ha risvegliato qualcosa che dormiva in me da tempo. D’altronde da quando ho cinque-sei anni ho sempre fatto qualcosa, per esempio tap dance o suonare il piano. 

Lei è anche fotografa. Nel portfolio scrive che impiega la fotografia «per esplorare l’intimità, la resistenza e la presenza del corpo femminile nero». Che cosa intende? 
Per lo più eseguo autoritratti, lavoro sull’intimità, la resistenza e la presenza del corpo femminile nero. La capacità di resistere vale soprattutto per le performance: le mie durano da oltre due ore fino a cinque, mentre per la fotografia conta l’intimità. Adesso sto realizzando una serie di fotografie con estranei che forse ho visto una volta o su Instagram. Li contatto e chiedo se posso fare video e autoritratti con loro. Uno è un modello di nome Adonis con il quale avevo scambiato due parole. Allora vivevo a Los Angeles. Ci ho pensato per mesi, il corpo mi diceva di entrare in contatto con lui. Gli mandai un messaggio e poi venne da me. Eravamo molto impacciati, non dicemmo nulla. Spostai qualche mobile, misi della musica, si tolse la maglia, mi riversai tra le sue braccia e, senza aver provato nulla, facemmo una performance stupenda, intima. Provai alcune delle sensazioni più forti della vita. Dopo iniziai a fotografare, tutto scorreva in modo molto naturale, d’istinto. Amo le esperienze con estranei: quanto puoi andare in profondità, quanta libertà puoi avere, quanto puoi sentirti a tuo agio? 

In che modo studiare, e oggi lavorare, come fashion designer l’ha condotta alle arti visive? Ritiene i due campi della creatività separati o interconnessi?
Sono collegati al 150%. Senza la moda per me non ci sarebbero le arti visive perché a volte il vestire delinea come mi muovo, mi fa sentire in un determinato modo, specialmente quando creo indumenti o collaboro nel crearli. La moda mi attraversa, è anche un’estensione delle mie performance: a volte sarò in sottoveste o in un abito di chiffon, leggero come l’aria o l’acqua. Altre volte avrò qualcosa di pesante. Una volta ho collaborato con l’artista americana Kennedy Yanko. Aveva realizzato grandi teli di plastica nel suo studio, ne rimasi attratta, iniziai a muovermi con quei teli e fu meraviglioso: era come quando versi della vernice sul pavimento, la lasci asciugare e la stacchi, era rigida-dura, flessuosa e morbida al tempo stesso. La stoffa, i tessuti, la moda, tutto contribuisce alla mia arte visiva. 

Lei disegna mobili e arredi per sostenere economicamente il lavoro d’artista?
No, non lo faccio per motivi economici, ma perché mi piace molto, amo imparare, trovare nuovi modi di creare arredi d’interno africani, è parte della mia pratica. 

Lei ha collaborato con imprese di moda internazionali, anche in Italia. Quali sono state le sue esperienze più importanti?
Come primo lavoro nella moda sono stata assistant designer nello staff di Kenzo e al tempo il direttore creativo era Antonio Marras: lavorare con lui è stato stupefacente, meraviglioso. Invitata nella casa della moglie e sua in Sardegna per insegnare inglese al figlio, ho potuto intravedere come Marras affronta la progettazione, come raccoglie ed elabora le idee, mi ha aiutata a comprendere molte cose. In Italia ho collaborato anche con Tod’s ed è stato davvero interessante vedere i loro laboratori, non ricordo dove fossero. 

Nana Yaa Poku Asare-Boadu in una performance nello spazio Limbo Museum ad Accra, Ghana. Foto: Samuel Adjoh, ritocchi Kumi Obuobisa, Courtesy Gyewani production

Nana Yaa Poku Asare-Boadu in una performance nello spazio Limbo Museum ad Accra, Ghana. Foto: Samuel Adjoh, ritocchi Kumi Obuobisa, Courtesy Gyewani production

Com’è l’habitat culturale dell’Africa occidentale per un’artista ghanese? 
È un bell’ambiente per lavorare. Sia perché il Ghana è casa mia, sia perché posso fare esperienze d’artista che, in quanto ghanese, altrove non sarebbero le stesse. A volte non abbiamo gli stessi lussi dell’Occidente, il che rende le cose più difficili ma aggiunge ingredienti alla nostra arte. 

Un’artista ghanese può sostenersi con il mercato nell’Africa occidentale o ha bisogno del palcoscenico internazionale?
Penso che sia possibile sostenersi ma una copertura internazionale rende tutto più facile e anzi credo sia necessaria: il mercato dell’arte qui è ancora piccolo, anche se sta maturando e più persone iniziano a collezionare arte. Dieci o vent’anni fa non era così. Nel 2019, l’anno del mio ritorno, ci fu un’esplosione di artisti ghanesi come Amoako Boafo, Ibrahim Mahama, El Anatsui, che è più anziano, e altri: che il loro lavoro vada alle fiere e venga venduto a collezionisti di rilievo aiuta. 

Il Ghana ha un padiglione alla Biennale di Venezia dal 2019. La prossima edizione apre il 9 maggio, è curata da una squadra scelta dalla compianta direttrice Koyo Kouoh, originaria del Camerun, e presenta vari artisti africani. A suo parere, l’Africa viene rappresentata in maniera adeguata in manifestazioni internazionali come la Biennale di Venezia?
In generale credo che si possa migliorare. Quanto alla Biennale di quest’anno, trovo interessante che proponga anche performer africani perché non esistono solo cose tangibili come la pittura o la scultura. Reputo importante che includa vari aspetti delle arti visuali e penso che lì stiano facendo del loro meglio. 

Nella sua celebre conferenza del 2012 a Londra nei «Ted Talk», «Dovremmo essere tutti femministi», tradotta da Einaudi, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ricordava di aver subito numerose discriminazioni in vita sua, innanzitutto perché donna. Come nera, artista, donna, lei ne ha sofferto?
Sì, certo, al 100%. Come donna in Ghana ho subito episodi di discriminazione, che si manifesta in tante forme diverse, come accade alle donne bianche. Come nera ho sperimentato molte situazioni discriminatorie in Europa e in America. Penso che la gente abbia determinate aspettative e un certo sguardo verso le donne nere e non è corretto. L’ho visto specialmente perché nelle performance e nel lavoro tratto il corpo femminile nero. Voglio che le persone comprendano che possiamo essere femminili, dolci, eleganti, mentre spesso si guarda a noi come figure esotiche e dure: questo deriva da una mentalità colonialista. E rimanda al modo in cui donne nere e uomini neri venivano trattati durante lo schiavismo. Accade in ogni aspetto della vita: dalle esperienze di lavoro a come ti guardano in un negozio. Ho subito discriminazioni anche in Italia, ma non voglio parlarne. 

Charles Moore, curatore, scrittore e collezionista afroamericano, in un’intervista pubblicata su «Vernissage», ha detto che nei musei statunitensi si vedono per lo più artisti bianchi, di rado artiste nere o ispanici. A suo parere le istituzioni europee sottorappresentano gli artisti neri anche in Paesi dove vivono grosse comunità di afrodiscendenti o della diaspora africana?
Penso che le istituzioni europee potrebbero operare meglio. Amerei vedere più artisti contemporanei africani in luoghi come Parigi, Milano, Roma, di sicuro nelle grosse gallerie d’arte contemporanea, mentre a volte lo sguardo è distorto: si vuole la tipica arte africana, oggetti, cose vecchie. 

Sempre Moore notava come dopo le proteste di «Black Lives Matter» negli Stati Uniti per un po’ essere uno scrittore o curatore nero, latinoamericano o asiatico è stato di moda ma, quando la moda si è esaurita, molti si sono trovati senza sostegni. Le risulta? 
Trovo la domanda molto interessante perché ero in America durante la pandemia del Covid-19 e mentre il movimento di «Black Lives Matter» si propagava. Ricordo bene: all’improvviso avere neri era di moda e si aprivano opportunità. Dopo pochi anni quel momento è finito ed è come se non fosse mai successo nulla. Però mi pare che ci sia ancora interesse verso l’arte africana contemporanea, forse un calo, ma più persone e collezionisti vengono in Africa per scoprire nuovi artisti.

Stefano Miliani, 30 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Stefano Miliani

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