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Stefano Miliani
Leggi i suoi articoli«Il Museo della Città di Rimini “Luigi Tonini” espone e valorizza in un nuovo allestimento, come una delle opere più importanti e di più alta qualità pittorica delle collezioni, il “Giudizio universale o finale”, proveniente dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista (nota però come Sant’Agostino). Si tratta del grande frammento superstite di un affresco monumentale, realizzato probabilmente tra il 1315 e il 1318 e affidato in deposito dalla Diocesi al Comune più di un secolo fa, quando fu riscoperto, staccato e salvato in seguito al terremoto del 1916». Così il direttore del Musei comunali Alessandro Giovanardi riepiloga a «Il Giornale dell’Arte» la vicenda dell’affresco staccato lungo più di 17 metri, dagli echi giotteschi, di proprietà dell’ente ecclesiastico. Per restaurarlo il sindaco Jamil Sadegholvaad e il vescovo Nicolò Anselmi hanno firmato un protocollo d’intesa nel marzo 2025.
L’intervento non è ancora iniziato ma è prossimo: Diocesi e Comune, che condividono le procedure, hanno incassato l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini e hanno individuato il laboratorio di alta specializzazione, più che qualificato, cui affidare l’opera: il Centro conservazione e restauro «La Venaria reale» di Torino. «Stiamo mettendo in campo le strategie per la ricerca dei fondi attraverso un confronto continuo», interviene il direttore dell’Ufficio Beni culturali della Diocesi riminese, l’architetto Johnny Farabegoli. La spesa del restauro si aggira intorno ai 250mila euro e, «calcolando l’Iva, si arriva a 300mila». Per coprire i costi i due enti stanno individuando uno sponsor principale, altri sostenitori e in più intendono ricorrere a un crowdfunding.
Particolare dal «Giudizio Universale» attibuito a Giuliano a Giovanni da Rimini, 1315-18, Rimini, Museo della Città
Particolare dal «Giudizio Universale» attibuito a Giuliano a Giovanni da Rimini, 1315-18, Rimini, Museo della Città
«Spero che il cantiere possa partire entro questo 2026», auspica l’architetto. Quali problemi dovranno affrontare i restauratori? «Il telaio ligneo che supporta l’intero sistema delle tavole è molto usurato e il legno ha subìto attacchi dai parassiti: l’intervento non lo sostituirà ma cercherà di conservarlo, risponde Farabegoli. Porteremo l’opera, che è in 18 pezzi, con un trasporto unico al centro della Venaria, anche per evitare frammentazioni».
«Dal 1916, al di là di interventi parziali di maggiore o minore importanza, non si segnalano operazioni di ripristino complessive e lenticolari. Siamo davvero molto felici di collaborare con la Diocesi affinché vada a buon fine la realizzazione di un meticoloso intervento di restauro», dichiara Giovanardi. Quanto alla paternità del «Giudizio», Federico Zeri ipotizzò fosse opera di Giuliano da Rimini, mentre l’attribuzione prevalente lo assegna a Giovanni da Rimini, considerato un artista che ha guardato alla lezione riminese di Giotto. Come lo colloca il direttore dei musei riminesi? «A lungo l’opera fu conservata nel Salone del Palazzo dell’Arengo. Per questo fu attribuita all’anonimo Maestro dell’Arengo, da accostare al distinto e altrettanto anonimo Maestro del Coro di Sant’Agostino. L’attribuzione recente all’anziano Giovanni da Rimini viene dal parere autorevole di Daniele Benati, anche se non mancano opinioni diverse: quella di Zeri è una delle tante. L’impronta giottesca, pur interpretata in modo originale, è evidente nel “Giudizio”, ma convive con un’impostazione compositiva e iconografica che si richiama allo stesso soggetto eseguito da Pietro Cavallini a Santa Cecilia in Roma, con un piglio decisamente ellenizzante, insieme classico e bizantino. Soprattutto, l’influenza di un linguaggio cristiano orientale originario, proveniente dall’altra parte dell’Adriatico e dagli esiti serbi e macedoni della “rinascita” di età paleologa, è particolarmente evidente nei volti degli Apostoli, seduti in “collegio plenario”, così come è presente in tutto l’operato dei maestri e delle botteghe riminesi del Trecento».
Stefano Miliani
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