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Visitandola oggi, con i monumenti di «Brixia» Parco archeologico di Brescia romana e il Museo di Santa Giulia, uniti dal 2011 in un Sito Unesco, con i suoi palazzi antichi, con le sue mostre sempre di grande qualità, è difficile pensare che solo una trentina d’anni fa l’immagine di Brescia era quanto di più lontano si possa immaginare da quella di «città d’arte». Brescia capitale della siderurgia («capitale del tondino», nel Novecento, ma la sua eccellenza nella lavorazione dei metalli era ben nota già nel ’500, quando dalle sue officine uscivano armi e armature contese da regnanti del mondo intero); Brescia città indomita nel difendersi dagli Austriaci nel Risorgimento («la Leonessa d’Italia»); Brescia città di lavoratori instancabili. Ma non certo Brescia città d’arte.
Il punto di svolta? Allo scadere del Novecento, nel 1998, quando dopo un lungo restauro apre al pubblico il Museo di Santa Giulia, un «contenitore museale» unico, palinsesto di 2.500 anni di storia bresciana. Dopo, il costante lavoro della Città e di Fondazione Brescia Musei ha fatto il resto. Perché un museo unico? Perché si apre nel monastero longobardo fondato nell’VIII secolo da re Desiderio e dalla regina Ansa su un precedente quartiere residenziale di Brixia romana, tanto che nei giardini del museo sono visitabili le «domus dell’Ortaglia» (lì, secoli dopo, le monache piantarono l’orto), che conservano preziosi mosaici e affreschi di età imperiale (I-IV secolo d.C.), oltre al Viridarium, il giardino in cui trovano posto essenze arboree del tempo oltre alle opere contemporanee di Michelangelo Pistoletto, Francesco Vezzoli, Emilio Isgrò e altri. Al momento della fondazione longobarda appartiene invece la Basilica di San Salvatore, fondata nel 753 con l’omonimo monastero poi ridedicato a Santa Giulia: con le colonne romane di spoglio, la basilica conserva un esempio squisito di scultura longobarda (seppure di gusto ancora bizantino) nella «lastra del pavone», cui si aggiungono importanti affreschi di età viscontea e del Romanino (1525). Se quest’aula basilicale affascina con la sua severa eleganza, sono invece sfolgoranti il Coro delle Monache, interamente affrescato, il luogo separato da cui le religiose in clausura assistevano, non viste, alle funzioni religiose, e la chiesa romanica di Santa Maria in Solario (il loro oratorio privato), con un cielo di stelle sotto al quale si svolge un ciclo di affreschi preziosi del primo Cinquecento. Qui è esposta la superba «Croce di Desiderio» (in realtà un’oreficeria carolingia del IX secolo), sfolgorante di gemme, cammei, paste vitree, alcune di età romana: uno spettacolo che lascia senza parole. Questi però (salvo la Croce) sono i tesori del «contenitore», cui vanno aggiunti quelli delle collezioni, tutti provenienti dal territorio, che dal III millennio a.C., passando per l’età romana e per il Medioevo, con il vertice dell’età veneta (1426-1797), giungono sino all’Ottocento.
Senza dimenticare, poi, le mostre che trovano posto qui, come l’antologica, allestita sino al 4 aprile 2027 lungo l’intero percorso del museo, della scultrice camuna Franca Ghitti (1932-2012), figura schiva e perciò non nota come meriterebbe, che nel suo lavoro ha saputo reinterpretare con forza e poesia la grande tradizione degli artieri della sua Valle Camonica. O la mostra fotografica «La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e un’eterna bellezza» (fino al primo novembre), che rilegge attraverso lo sguardo di 40 maestri della fotografia, da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin, da Franco Fontana a Paolo Ventura, quella «Vittoria Alata» di cui ricorre quest’anno il secondo centenario del ritrovamento.
Usciti di qui, camminando nel verde attraverso il «Corridoio Unesco», su cui si affaccia il Teatro romano fondato in età augustea sulle pendici del colle Cidneo (in restauro, su progetto di sir David Chipperfield), si arriva al Capitolium, il tempio eretto nel 73 d.C., regnante Vespasiano, in onore della Triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva: per così dire, «la cattedrale» di ogni città romana) e restaurato nell’Ottocento, al cui interno si trova lei, la «Vittoria Alata», uno dei bronzi romani più raffinati e preziosi che ci siano giunti, cui è stata dedicata la cella orientale del tempio, e che è ormai diventata il simbolo identitario della città (ma sotto, da non perdere, c’è il Santuario repubblicano, I secolo a.C., con i suoi affreschi smaglianti, magnificamente conservati).
Perché la «Vittoria» sia qui e non in Santa Giulia, dov’era stata a lungo, è presto detto: è in un’intercapedine del Capitolium, dove fu nascosta con altri reperti bronzei per sottrarla alle razzie, che fu trovata nel 1826, e qui è tornata, nel «suo» museo. A promuovere quegli scavi erano stati i membri dell’Ateneo di Brescia, Accademia di Scienze Lettere e Arti, il più antico cenacolo culturale della città, che da fine Ottocento ha sede in Palazzo Tosio, dimora neoclassica fra le più belle della Lombardia, residenza del coltissimo conte Paolo Tosio. Formidabile collezionista, fu lui, con le sue raccolte d’arte, legate nel 1832 alla città, a destinare al pubblico la sua celebre collezione. Normalmente chiuso, questo esempio prezioso di dimora neoclassica è ora visitabile (fino al 15 novembre) grazie alla mostra dedicata al patriota, statista, giurista e uomo di cultura bresciano Giuseppe Zanardelli (1826-1903), eletto per la Sinistra storica alla Camera dei Deputati dal 1860 fino alla morte (a lui si deve, tra l’altro, l’abolizione della pena di morte, con il Codice Penale del 1889, il «Codice Zanardelli» appunto).
Ma si diceva della raccolta d’arte del conte Paolo Tosio, che qui abitava: aperta al pubblico nel 1851, dopo la morte della vedova, la collezione, preziosa e di gran gusto, andava da Raffaello (l’«Angelo» e il «Redentore») a Lorenzo Lotto, a Moretto da Brescia, per giungere fino ai suoi contemporanei Appiani, Canova, Thorvaldsen, Hayez. Presto però a essa si aggiunsero nuovi doni, tanto che Palazzo Tosio fu insufficiente e fu necessario spostare le opere nel più grande Palazzo Martinengo, lasciato anch’esso alla città, qualche anno dopo, da Francesco Leopardo Martinengo da Barco. Di qui, unendo la collezione Tosio e altre raccolte, ha preso forma la Pinacoteca Tosio Martinengo, di recente riallestita, un’altra delle gemme del sistema museale bresciano, con le sue raccolte ricche di magnifici dipinti che dal tenero naturalismo di Vincenzo Foppa, passando per i grandi maestri del pieno Cinquecento bresciano (Savoldo, Romanino e Moretto), giungono fino a Giacomo Ceruti, lungamente definito «il Pitocchetto» per la sua empatica predilezione per i poveri e gli emarginati, di cui qui si conservano molte opere.
Una maratona? Sì, ma volendo (magari in un altro giorno, giacché esiste un biglietto integrato da 19 euro che vale per un anno per tutti i musei fin qui citati e per quelli del Castello) c’è, appunto, il Castello, la fortezza sulla vetta del colle Cidneo in cui si aprono il Museo del Risorgimento «Leonessa d’Italia» e il Museo delle Armi «Luigi Marzoli». Nel primo di essi, allestito di recente con criteri molto aggiornati, il percorso storico si prolunga fino alla Seconda guerra mondiale, ma fino al 10 gennaio è visibile anche la mostra fotografica di Cristina Mittermeier «La grande saggezza» (la saggezza della natura ovviamente), con 80 magnifiche immagini che documentano la tragedia del cambiamento climatico nei cinque continenti. Quanto al Museo delle Armi, è unico per il criterio usato dal collezionista, interessato a documentare con minuzia non tanto la bellezza delle armi, quanto le officine di quel territorio che dal Quattrocento all’Ottocento le hanno realizzate con tanta maestria. Questo il sistema dei musei civici, ma Brescia può far conto anche su un’istituzione come il MITA, il museo del tappeto, che conserva la celebre collezione Zaleski di tesori tessili dal XV al XIX secolo e che organizza importanti mostre sul tema. Senza mai dimenticare, però, che siamo in una zona di vini famosi (la Franciacorta è a un passo) e di eccellenze gastronomiche, perché dopo aver nutrito lo spirito con tanta bellezza, è bene nutrire il corpo con le prelibatezze del territorio.
La «Vittoria Alata», bronzo romano esposto nel Capitolium. Foto Studio Rapuzzi
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