Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
C’è il tempo con la sua fuggevolezza, c’è la materia con il suo disgregarsi e ricomporsi, il continuo disfarsi e rigenerarsi, e c’è il mutamento ineluttabile che accompagna lo scorrere della vita umana: c’è tutto questo nell’opera di Sophie Ko (Tbilisi, Georgia, 1981, milanese d’adozione), presentata da BUILDING nella mostra «Sophie Ko. Testimoni», curata da Federico Ferrari. Un grande progetto che dal 14 ottobre al 23 dicembre prossimo occuperà tutti e tre i piani della galleria con il lavoro grafico, pittorico, scultoreo e installativo di questa artista forte e delicata al tempo stesso, che ritorna qui da protagonista a sei anni dalla sua presenza nella collettiva del 2020 «Materie, Spazi, Visioni».
Sono circa sessanta opere, tutte inedite, da cui emergono il suo confronto intenso e mai convenzionale con la grande tradizione dell’arte europea (quella che lei avverte come più affine a sé: qui i fratelli van Eyck e il visionario miniatore Cristoforo de Predis) e il suo dono di saperla rivivificare attraverso processi mentali sofisticati e poetici, e con materiali che, come i pigmenti puri, appartengono sì all’arte di tutti i tempi ma sono utilizzati con modalità del tutto eterodosse rispetto alla tradizione.
L’opera che ci accoglie al piano terra è una scultura in marmo bianco, «Il Grembo» (2026), incipit di un percorso che vede, insieme, le opere più recenti di un ciclo avviato ormai 15 anni fa, quello delle «Geografie temporali» dove il pigmento puro, non fissato al supporto, collassa e scende nel tempo proprio come accade ai volti e ai corpi umani, proponendosi così come una «vanitas», un «memento mori», un’allegoria toccante e tutt’altro che retorica del vivere e del morire, tradotta in una metafora visiva del tutto nuova.
Ritratto fotografico Sophie Ko, ph. Mario Albergati
Sophie Ko, Polittico dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck , 2026, pigmento puro, polvere d’oro, dimensioni totali 226 x 370 cm, ph. Michele Alberto Sereni, Courtesy BUILDING, Milano
Il primo piano della galleria accoglie un altro importante capitolo della ricerca di Sophie Ko, con le opere che danno il titolo alla mostra, «Testimoni» (2026): dipinti con sculture e «resti incombusti» di immagini bruciate della serie «Waldgänger» (2013) che, insieme, compongono un’elegia sul tempo, sulla memoria e sulle sue stratificazioni. In filigrana, il «Polittico dell’Agnello Mistico» (1426-1432) dei fratelli Jan e Hubert van Eyck, evocato dai molteplici occhi dipinti su corteccia d’albero che emergono, inquisitori, da uno squarcio nei fondi a foglia d’oro delle tavole. E insieme, i rami, le foglie, i frammenti di natura fusi nel bronzo con la tecnica antica della cera persa, posti in muto colloquio con essi.
Il secondo piano si apre invece alla suggestione di Cristoforo de Predis (Milano, 1440-1486), esponente della famiglia di cui faceva parte anche il più noto Giovanni Ambrogio, che fu un precoce seguace di Leonardo: il titolo complessivo delle «Geografie temporali» esposte qui, «Morte del Sole, della Luna e caduta delle stelle» è infatti lo stesso di una sua famosa, impressionante miniatura realizzata per Galeazzo Maria Sforza nelle «Storie di San Gioachino, Sant'Anna, di Maria Vergine, di Gesù, del Battista e della fine del mondo» (1476), oggi alla Biblioteca Nazionale di Torino. Sophie Ko evoca i corpi celesti di quella visione escatologica attraverso queste «Geografie temporali» circolari o ellittiche composte di ceneri che, come la miriade di stelle frananti del maestro quattrocentesco, cadono allusivamente verso il basso, mentre la loro forma rinvia a orbite celesti e a cicli di nascita, morte e rinascita. Su tutto, il principio caro all’artista che l’arte sia non uno stato ma un evento.
Sophie Ko, Geografia temporale. Ceneri , 2026, ceneri di immagini bruciate, Ø 120 cm, ph. Edoardo Bonacina
Sophie Ko, Foglia , 2026, bronzo, fusione a cera persa, 40 x 24 x 7 cm, ph. Edoardo Bonacina
Altri articoli dell'autore
Il duca mecenate al centro della mostra di Palazzo Ducale: da Guido Reni a Rubens, da Fetti ad Algardi, una quarantina di opere ricostruisce la stagione di massimo fulgore della corte mantovana alla vigilia della fine della dinastia
Al Palazzo Reale la bisnipote dell’artista riunisce 170 opere che passano dal tardo Impressionismo al Fauvisme, dal Cubismo all’Orfismo, dall’Astrattismo a uno stile di segno dadaista e poi al pieno Dadaismo, per confluire nel Surrealismo ed entrare nella stagione dei «Mostri» e delle «Trasparenze», passare attraverso una figurazione volutamente cheap e tornare infine alla pittura astratta
Nell’anniversario di questo sodalizio sono riuniti opere e documenti della lunga storia che ha portato nell’istituzione milanese lavori dalla «Cena in Emmaus» di Caravaggio ai nuovi ritratti di Ettore Modigliani e Giuseppe Bossi
Lo spazio come esperienza: a Milano la prima retrospettiva museale italiana dedicata a Luciano Fabro
Al Pirelli HangarBicocca 50 opere dedicate alla ricerca dell’artista torinese, esponente dell’Arte Povera, sullo «spazio abitato» inteso come campo dinamico di forze


